Relazione sul Quadro Conoscitivo del Territorio
Il Quadro conoscitivo e' la base del Piano Strutturale. Esso non si esaurisce in uno o piu' elaborati,
trattandosi di un vero e proprio progetto di formazione delle conoscenze, i cui contenuti devono essere
enunciati nell'Avvio del procedimento e nelle fasi successive devono essere ripresi e costantemente
messi a confronto con la stesura del Piano Strutturale.
Quadro storico: i Piani Regolatori dal 1867 al 1965
Il Piano Regolatore del 1987: ricognizione del PRG vigente
La struttura insediativa (risorse essenziali)
La rappresentazione del territorio che si ottiene attraverso le tavole e le carte desunte dalla nuova cartografia digitale possiede un carattere rigoroso. Anche attraverso la sola e pura lettura analogica ciò che si ottiene è una risposta esauriente e minuziosa, dettagliata e sintetica, assolutamente non selettiva. Con il modello digitale del terreno si consegue una visione fittiziamente tridimensionale del territorio, quasi stereoscopica, prossima a quella ottenibile dalla lettura delle foto aeree o dal satellite.
Le immagini riprodotte sono ottenute attraverso un processo di progressiva sovrapposizione delle informazioni, il quale svela, inevitabilmente, l'originaria composizione stratigrafica dei vari tematismi, il cui utilizzo disgiunto consente di poter scomporre e separare distinte rappresentazioni, isolare argomenti (il costruito, il non costruito, il verde, le strade, i fiumi...) ed effettuare analisi particolareggiate.
Lavorando sui singoli tematismi (tra loro sovrapponibili), sarà possibile in seguito arricchire, precisare, correggere la rappresentazione complessiva del territorio, in modo tale da fornirne una raffigurazione articolata e corretta ma non neutra.
La disponibilità di nuove carte (un rilievo ad una scala di maggior dettaglio quale 1:2.000, almeno per le aree urbanizzate) di foto aeree raddrizzate e georeferenziate, di nuovi rilievi da effettuare sul campo allo scopo di aggiungere alle mappe altri elementi conoscitivi, di nuove indagini analitiche allo scopo di aggiornare i dati già disponibili ma non recentissimi, consentiranno di colmare alcune lacune oggi presenti nel quadro conoscitivo di partenza.
Costruire però un modello descrittivo non esclusivamente figurato, che fornisca analoga compiutezza informativa di quella ottenibile con le rappresentazioni computerizzate in precedenza descritte, per un territorio così complesso e variegato come quello aretino non è operazione ascrivibile ad una fase preliminare e ricognitiva quale quella attuale.
La descrizione del territorio di Arezzo, della sua struttura insediativa (case, fabbriche, servizi, strade), del suo paesaggio, della sua storia urbanistica, che possiamo fornire al livello attuale di indagine, non può essere che di tipo selettivo: più prossima ad una rappresentazione schematica (appunto selettiva) come ad esempio uno schizzo di progetto (o interpretativo) o un diagramma, piuttosto che ad una cartografia, ad una foto aerea, ad una veduta a volo d'uccello.
Quello che in queste e nelle successive pagine si è cercato di raccogliere ed organizzare in un racconto il più possibile coerente e ordinato, sono alcune vedute, sguardi parziali, che forse necessiteranno di essere completati, recuperati o riveduti (oppure altrimenti abbandonati), nel contesto del lavoro di costruzione del quadro conoscitivo di riferimento e di elaborazione del nuovo Piano Regolatore.
La città di Arezzo e la sua Provincia è talvolta descritta attraverso immagini stereotipate: "...l'Aretino piace soprattutto per la natura, con i suoi dolci-rigidi paesaggi collinari... e per le bellezze dell'arte...", però ugualmente intense: "...la morbidezza romantica dell'Umbria qui già si scioglie nel rigore e lo allenta", sintetiche ma significative: "...ad Arezzo si osserva bene... una mistura singolare di bollente e di vecchio, come in certe bottiglie di vino generoso che lasciano un pesante fondo"1.
Oppure può essere mostrata attraverso il racconto delle sue congestionate vicende urbanistiche: "La città etrusco-romana ubicata sul giogo di un colle attraversato dagli assi di comunicazione si � trasformata nel Medio Evo, con le nuove cinte murarie e la chiusura della porta a nord, in una città a campana disposta a ventaglio sul pendio meridionale. La cerchia delle mura medicee ha contenuto le espansioni ottocentesche e quasi tutta la città fino alla prima edificazione terziaria post bellica. Il piano Piccinato (anni '60) propone di proteggere il lato nord e proiettare l'espansione residenziale e industriale verso sud e verso i lati della campana con una doppia corona insediativa di quartieri separati da un anello tangenziale. La discesa degli interessi urbani verso la pianura ha portato all'abbandono delle parti alte del centro storico, ad una tessitura urbana segregata dalla ferrovia e dal grande traffico sulla tangenziale e sugli assi radiali. Nel territorio esterno si sono accresciuti quasi tutti i pi� di 50 nuclei abitati e gli insediamenti lungo gli assi radiali."2
Una delle tesi pi� ricorrenti � che la città attuale, la sua ossatura portante, si sia formata sulla base delle ipotesi delineate dal Piano del 1965, che a sua volta faceva discendere molte delle sue scelte dal precedente piano del '62 di Pierluigi Piccinato: la tangenziale quale nuovo grande viale, gli assi esterni di scorrimento verso l'autostrada, la preservazione del centro antico dal traffico di attraversamento, la dislocazione delle zone residenziali per quartieri autonomi ed attrezzati e non per masse compatte.
Gli elementi infrastrutturali quali gli assi radiali di antica matrice, il nuovo asse dell'autostrada e soprattutto i nuovi tracciati ferroviari, hanno determinato nel tempo e condizionato le difformi modalità di sviluppo del sistema insediativo urbano, costituendosi generalmente pi� come limiti che come risorse.
La ferrovia, ad esempio, fin dai primi anni di sviluppo della città a sud ha rappresentato un limite all'espansione, una barriera da superare, anche per ridurre e ricomporre il distacco che si stava maturando tra la città antica e quella nuova in fase di crescita.
Già nei primi decenni del secolo scorso si rilevava che "la via ferrata costituisce, cos� come si trova, una barriera praticamente quasi insuperabile contro l'espandersi naturale della città verso mezzogiorno e verso ponente"3.
Se perci� alla fine degli anni cinquanta la città "si configurava ormai in due parti distinte: la città antica sulla collina e la zona di ampliamento recente sulla pianura, verso sud, oltre la fascia ferroviaria", con la realizzazione della tangenziale, il cosiddetto manubrio, sorta di semianello di raccordo tra i principali assi radiali di valenza territoriale e l'avvenuta discesa a sud della città, questa appare suddivisa non pi� in due ma in tre parti: "quella storica e direzionale dilatata in senso est-ovest; quella racchiusa fra la ferrovia ed il manubrio; quella esterna al manubrio in direzione sud..."4; , a testimoniare la predominanza del segno di margine (e di ulteriore sutura) su quello di percorso (di congiunzione e di attraversamento) nella percezione della nuova strada.
I lunghi e rettilinei assi radiali caratterizzano con il loro andamento regolare e penetrante il disegno del territorio. Percepibili a livello di area vasta quali segni forti e marcati ed in modo inequivocabile almeno fino alla realizzazione della tangenziale ed allo svilupparsi della città a sud-ovest, persistono nel loro ruolo anche negli anni pi� recenti, tanto da suggestionare e condizionare uno dei pi� importanti temi progettuali del nuovo Piano Regolatore: i giardini di Arezzo. Altrettanto importante naturalmente risulta il loro ruolo dal punto di vista infrastrutturale, in quanto matrici di collegamento con i principali centri limitrofi: il Casentino, il Valdarno, Pratomagno, Siena, Cortona e Perugia.
I numerosi punti di intersezione tra gli assi radiali e la nuova tangenziale (non ancora assurta al ruolo di grande viale urbano originariamente assegnatole), costituiscono oggi nodi non solo viabilistici ma urbani, momenti di passaggio (ma anche di contatto) tra aree limitrofe caratterialmente diverse dal punto di vista insediativo, ma anche tipologico.
Il tessuto residenziale interno alla tangenziale (quello della prima periferia) ha generalmente una densità edilizia piuttosto bassa, ad eccezione del quartiere Giotto. "I tipi edilizi usati per questi quartieri vanno dal villino monofamiliare isolato alla casa condominiale su tre/quattro piani. Lungo le strade di penetrazione verso il Centro sono presenti case di maggiore dimensione, con attività commerciali al piano terra. Raramente in queste zone sono avvenute operazioni di accorpamento edilizio per la realizzazione di condomini di pi� grande dimensione. Piccoli edifici industriali, per lo pi� trasformati in depositi e garage, sono ancora presenti inseriti nel tessuto residenziale."
Quello esterno alla tangenziale (della seconda periferia), risulta invece formato prevalentemente da quartieri morfologicamente pi� caratterizzati e distinti. "I tipi edilizi pi� usati ...sono... case in linea e a schiera su altezze che vanno da 3 a 6 piani. � assai diffuso un tipo di casa isolata, alta 4-5 piani, servita da un solo corpo scala che distribuisce due appartamenti per piano".
Il tema dell'abitazione, dello sviluppo del sistema residenziale e della crescita della città, ha pervaso gli ultimi cinquant'anni della storia urbanistica di Arezzo, anche in anni come quelli pi� recenti di recessione demografica e di assopimento del problema casa e sembra destinato a permeare anche il futuro Piano Strutturale, almeno a giudicare dalle cospicue richieste di nuove abitazioni che continuamente pervengono agli Uffici Tecnici Comunali.
Quella di elaborare uno studio sulle tipologie edilizie residenziali ad Arezzo, in occasione della stesura del nuovo Strumento Urbanistico, appare ipotesi non trascurabile e che pu� trovare sostegno anche in precedenti lavori che hanno tentato in passato di dare sostanza ad una volontà generale, pi� volte espressa e mai messa in pratica, di innalzare la qualità degli interventi di edilizia residenziale.
Ma ancora di pi� si renderà necessario sviluppare studi, approfondimenti e ricerche sulla natura stessa della periferia aretina, sulle sue identità ricercate e mai trovate, sulle varie ipotesi di ri-ordino e/o di nuovo ordine, avviando nuove modalità di lettura, descrizione ed interpretazione di una parte di città che pur con tutte le sue contraddizioni e le evidenti degenerazioni, rappresenta comunque il risultato fisico del nostro modo attuale di intendere l'abitare. Nonostante questo essa risulta ai nostri occhi meno comprensibile di altri contesti originariamente concepiti con criteri decisamente distanti dalla nostra attuale cultura ma che evidentemente ci restituiscono, almeno in apparenza, immagini pi� chiare ed ordinate; ma � altrettanto vero "...che il disordine urbano pu� essere uno stato di ordine assai pi� complesso di quello della città storica, che � ordinato per definizione. Dopotutto si considera ordinato quanto si � abituati a spiegare e a formalizzare, e la
periferia � considerata disordinata perch� si ha difficoltà a capirla e rappresentarla, perch� in genere non si � capaci (e manca la volontà) di leggerla nel verso giusto, per se stessa invece che come sottospecie della città storica; o, ancora peggio, di qualcuna delle città ideali. Ma se si legge con vista acuta e senza pregiudizi, la periferia svela le sue componenti molteplici e stratificate, che hanno a un estremo la naturalità del territorio su cui sorge e dove sono radicati i suoi codici genetici, e all'altro estremo l'artificialità della speculazione sulle aree fabbricabili, che c'� sempre stata ma ora � violenta e irresistibile. Perci� progettare la periferia implica di scegliere, pi� che mai."5
"...a cospetto di quello senese le coltivazioni appaiono pi� fortemente
mescolate, gli orizzonti meno ampi, le vegetazione pi� fitta e invadente,
le terre pi� popolate ed i centri abitati pi�, gli uni agli altri,
affiancati".
Il paesaggio del territorio aretino ha caratteristiche molto variate, sia
per le condizioni geografiche e siche, sia per le specificità dei principi
insediativi, del patrimonio edilizio e dell'architettura.
Le descrizioni che ritroviamo nei testi che se ne occupano distinguono
in primo luogo l'ambito circostante la città e le quattro vallate oppure
riconoscono tre grandi sistemi morfologici ai quali corrispondono forme
diversificate di insediamento: la piana di Arezzo, il sistema collinare e
la Valdichiana (il settore settentrionale del territorio della bonifica),
oltre alla parte montana, dove forse meno evidente � la costruzione
del paesaggio. Il territorio appare infatti fortemente connotato dall'intervento
e dalla presenza delle popolazioni che lo hanno abitato e lo
abitano, leggibili ad esempio negli elementi legati ad una particolare
economia agraria; la pianura � attraversata da "una rete intricata e
foltissima di strade, superstrade, ferrovie, superferrovie e canali"7, per
non parlare dei segni e delle trasformazioni delle attività estrattive,
che si sovrappongono a trame pi� sottili ma resistenti, come quelle
delle ville, che "si attestano saldamente sulla viabilità principale connotandosi
talvolta come elemento generatore del nucleo di appartenenza
oppure come fulcro del sistema territoriale"8. Distinguere tra
struttura urbana e campagna � talvolta difficile, come nel caso dei tessuti
insediativi organici alle sistemazioni agrarie di S. Fabiano, collina
in forma di villa. C'� poi la rete minuta ma molto densa dei poderi e
delle case sparse... Le regole dell'insediamento nel territorio non sono
fenomeni eclatanti eppure si pu� riconoscere che gli abitati ed i percorsi
principali erano, no ad un certo periodo, tutti attestati in una
fascia altimetrica ben precisa, attorno ai 300 m. s.l.m., in corrispondenza
della transizione tra la piana lacustre e le colline, dove il pendio
� ancora dolce, il clima � salubre e si gode di un buon panorama (o
almeno di efficaci punti di osservazione).
Risulta quasi impossibile scindere il discorso sullo spazio aperto dal racconto
sui centri abitati ed i nuclei, sulle loro articolazioni e declinazioni
e sulle reti che li collegano.
Sullo sfondo stanno probabilmente tutte le
tematiche ambientali, che si intrecciano nuovamente con le mappe dei
luoghi aprendo prospettive differenti e finora poco esplorate.
Nel Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Arezzo il tema
del paesaggio assume un ruolo centrale, con l'abbinamento di qualità
ambientale e specificità dei contesti locali. Tesi fondamentale � che lo
sviluppo debba essere ancorato all'armatura urbana esistente e storicamente
consolidata, cercando di impedire l'affermarsi di quei fenomeni
urbani inediti quali le conurbazioni, i sistemi lineari, la città diffusa,
rappresentati nell'ambito considerato solo in forme ancora deboli
(Arezzo-Subbiano-Rassina-Corsalone, Arezzo-Viciomaggio, Arezzo-Ponte
alla Chiassa...); il Piano pone in primo piano il tema della definizione
dei confini della città.
La struttura metodologica adottata per l'analisi del paesaggio - o meglio
dei paesaggi - nell'area aretina � piuttosto complessa, ma vale forse la
pena ripercorrerne l'impostazione, riprendendo quanto contenuto nella
Relazione Urbanistico-Territoriale9; il quadro conoscitivo e le norme
del Piano costituiscono infatti il riferimento guida per la pianificazione
comunale, inevitabilmente costruita a ridosso di confini non idonei a
restituire i fenomeni territoriali; specifico compito dei Piani Strutturali
� l'individuazione dei sistemi e sub-sistemi ambientali.
A livello regionale, la maglia larga della descrizione individua i sistemi
di paesaggio, due dei quali sono rappresentati all'interno dell'ambito
provinciale: l'Appennino e le Conche intermontane; questi sono stati
articolati in sottosistemi10 attraverso parametri morfometrici (intensità
del rilievo, fasce altimetriche prevalenti) e litologici e di uso del
suolo (aree urbanizzate, colture erbacee-arboree, formazioni forestali,
pascoli, aree nude, acque), integrati dalle caratteristiche dell'agricoltura
(indice di ruralità, tipologia azienda-famiglia, ...); da queste categorie
si � dunque ottenuta una descrizione pi� approfondita, secondo
la quale ad esempio ritroviamo la distinzione tra Piana di Arezzo e Valdichiana
oppure quella tra Alpe di Catenaia-Alpe di Serra-Foresta di
Camaldoli e Alpe di Poti-Alpe di S. Egidio.
Il successivo passaggio alle Unità di paesaggio - per esprimere l'identità
dei luoghi - � ottenuto integrando ed incrociando i valori fisici con gli
aspetti ed i criteri seguenti:
- l'identità storica e sociale, connessa al sistema insediativo, alla sua
evoluzione, alle sue emergenze e persistenze;
- le modalità del sistema insediativo sparso e concentrato nelle zone
agricole, connesse alla prevalenza storica della mezzadria o della piccola
proprietà contadina e delle relative strutture agronomiche;
- un'analisi dell'uso del suolo pi� complessa che tenga conto anche
di fatti significativi, anche se residuali, come la coltura promiscua e
i castagneti da frutto, e dei rapporti di densità specifica tra coltivi e
bosco (in proposito si osserva che il confronto tra l'uso del suolo al 1978
e quello al 1991 registra la quasi scomparsa della coltura promiscua, la
diminuzione delle colture arboree specializzate, una conversione produttiva
che sta tra l'estensivizzazione e l'abbandono ed il progredire
del bosco);
- un affinamento del parametro morfologico reso possibile dal passaggio
di scala (da 1:250.000 a 1:25.000), che consente di tenere conto delle
differenze tra fondovalle, pedecolle e rilievi;
- il riferimento prevalente ai sistemi idrografici minori.
Le Unità rappresentano quindi il livello di definizione relativo ad insiemi
significativi identificabili, unitari nella percezione, anche se composti
da pi� elementi, relazionati fra loro (bosco, coltivi, insediamenti, documenti
materiali della cultura e memoria collettiva); l'intreccio tra agricoltura
e paesaggio � molto stretto nell'impostazione del Piano. Le
Unità sono caratterizzate da una diversa prevalenza di temi in rapporto
al binomio conservazione/trasformazione; il P.T.C.P. fissa dunque per
ciascuna di esse obiettivi strategici rispetto alla tutela e valorizzazione
delle risorse essenziali.
Tra gli ulteriori elementi per i quali il P.T.C.P. ha messo a punto dei censimenti
tematici, vanno certamente menzionate le strade nazionali e
provinciali: le principali vie di comunicazione infatti costituiscono punti
di vista importanti e privilegiati, "al punto che le stesse nozioni di paesaggio
toscano o di altri tipi di paesaggio si formano e si consolidano
nell'immaginario collettivo attraverso il viaggio e i percorsi stradali
meccanizzati".
Per le aree agricole, come unità di destinazione d'uso omogenea a
livello normativo e di gestione, le Unità di paesaggio sono suddivise
in sub-unità ambientali: i tipi di paesaggio agrario, le zone agricole a
maglia fitta, media e larga; i tipi si configurano come sistemi agronomici
ripetibili in luoghi diversi. I tipi di paesaggio agrario derivano al primo
livello dalla classificazione per tipi ambientali: rilievi appenninici, colline
e alluvioni antiche e recenti ed in pi� l'ambito delle colture e del
frazionamento periurbano; al secondo livello risultano dall'introduzione
di parametri pi� specifici e pertinenti la fisiografia del territorio e cio�
la morfologia, la composizione dei sedimenti, le sistemazioni agrarie
e le scelte colturali di grande scala e di valenza territoriale, l'appoderamento
mezzadrile o il frazionamento della piccola proprietà contadina
come generatori del sistema insediativo, le forme d'uso del suolo
connesse ai processi naturali sia originari che derivanti dall'abbandono
delle pratiche agropastorali. Le varianti ai tipi, infine, sono riconosciute
introducendo una serie di indicatori, oltre e accanto a quelli ambientali
e morfologici, atti a descrivere oltre alle forme storiche della civilizzazione
agricola e del paesaggio agrario i processi di trasformazione
interni alla organizzazione spaziale dell'agricoltura e al sistema insediativo
contemporaneo (obiettivo � descrivere l'identità dei luoghi come
messa a fuoco di regole fondate e credibili per la tutela del patrimonio
culturale del territorio agricolo e per la gestione di processi di trasformazione
compatibili sul piano culturale e ambientale).
Lo scenario a valle delle ricerche restituisce per le aree agricole un
"puzzle fatto di aree caratterizzate dalla permanenza del tessuto agrario
tradizionale, da trasformazioni consistenti ma non integrali e da trasformazioni
radicali"11, dovuto alla progressiva semplificazione sia della
tessitura agraria sia dell'articolazione delle colture. Il Piano promuove
quindi la tutela dei tessuti agrari tradizionali; ci� deriva non solo dalla
difesa di valori estetico-formali, ma anche da obiettivi di difesa idraulica
e di stabilità del suolo e di sostegno alla biodiversità. Il paesaggio
non � semplicemente un quadro, ma un valore fondamentale come
patrimonio collettivo; per questo la costruzione del quadro conoscitivo
dovrà approfondire tematiche specifiche a carattere ambientale.
Note
1. Guido Piovene, Viaggio in Italia, 1956.
2. Augusto Cagnardi, Il Prg di Arezzo, in Urbanistica n.95, giugno 1989, p. 21.
3. Comune di Arezzo, Piano Regolatore e di ampliamento della città; relazione della Commissione Giudicatrice e progetti premiati, Arezzo, 1929, in Gregotti Associati, Quaderno di Arezzo 1, L'attuazione del Piano regolatore 1965, Arezzo, dicembre 1984, p.13.
4. Gregotti Associati, Quaderno di Arezzo 1... op. cit. p.72.
5. Giancarlo De Carlo, Dopo la biennale di architettura di Venezia, Spazio & Società, Anno XXII, n.92, ottobre-dicembre 2000.
6. Arch. Carla Corsi Miraglia, Soprintendenza ai Beni AAAS di Arezzo.
7. Andrea Branzi, Giuliano Cannata, Carla Corsi, Franco Lani, Roberto Maestro, Norberto Liberatori, Arezzo. Verso un inurbamento maturo, Comune di Arezzo, Arezzo 1992.
8. Giorgio Goretti, le ville dell'area aretina, in Ville del territorio aretino, Milano.
9. Provincia di Arezzo, Assessorato alle politiche del territorio, Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, Prof. G. di Pietro, Relazione urbanistico-territoriale, con particolare considerazione dei valori paesistici, Arezzo.
10. In particolare sulla base del lavoro di G. Merendi, R. Rossi e A. Vinci del 1994.
11. Ibid.
Il quadro ambientale (risorse naturali)
Il concetto di sostenibilità � alla base dell'idea di sviluppo urbanistico e
di governo del territorio contenuta nella nuova legge urbanistica regionale.
Con essa si considera "sostenibile lo sviluppo volto ad assicurare
uguali potenzialità di crescita del benessere dei cittadini e a salvaguardare
i diritti delle generazioni presenti e future delle risorse del territorio."1
Le risorse del territorio sono suddivise in risorse naturali (aria, acqua,
suolo e sottosuolo, ecosistemi della ora e della fauna) e risorse essenziali
che comprendono oltre alle precedenti, le città e i sistemi insediativi,
il paesaggio, i documenti materiali della cultura, i sistemi
infrastrutturali e tecnologici.
Tali risorse necessitano di tutela da effettuarsi attraverso opera di programmazione
e di pianificazione, da compiersi ai vari livelli (regionale,
provinciale e comunale) in modo tale che assicurino il rispetto delle
finalità previste dalle normative relative alla protezione delle bellezze
naturali e delle zone di particolare interesse ambientale.
"Nessuna risorsa naturale del territorio pu� essere ridotta in modo
significativo e irreversibile in riferimento agli equilibri degli ecosistemi
di cui � componente.
Le azioni di trasformazione del territorio sono soggette a procedure
preventive di valutazione degli effetti ambientali previste dalla legge.
Le azioni di trasformazione del territorio devono essere valutate e analizzate
in base a un bilancio complessivo degli effetti su tutte le risorse
essenziali del territorio."2
Tali valutazioni dovranno essere effettuate attraverso:
"a) l'individuazione delle aree e dei beni di rilevanza ambientale;
b) l'analisi dello stato delle risorse soggette a modificazione;
c) l'indicazione delle finalità degli interventi previsti e dei motivi delle
scelte rispetto ad altre alternative;
d) la descrizione delle azioni previste e dei loro prevedibili impatti sull'ambiente;
e) l'individuazione dei livelli di criticità delle aree e delle risorse interessate;
f) l'indicazione delle misure idonee ad evitare, ridurre o compensare gli
effetti negativi sull'ambiente, individuando la disponibilità delle risorse
economiche da impiegare;
g) l'accertamento del rispetto delle norme igienico-sanitarie."3
"Le valutazioni degli effetti ambientali riguardano in particolare i
seguenti fattori e le loro interrelazioni: il suolo, l'acqua, l'aria, le condizioni
microclimatiche, il patrimonio culturale, la fauna e la ora, gli
insediamenti, i fattori socio-economici."4
L'insieme delle operazioni di valutazione dovrà essere compiuta sulla
base di un quadro conoscitivo dettagliato sui sistemi ambientali ed insediativi
del territorio.
Con le istruzioni tecniche del '985 la Regione precisa le attività di competenza
dei rispettivi strumenti urbanistici (Piano Territoriale di coordinamento,
Piano Strutturale, Regolamento Urbanistico, Programma
Integrato d'intervento e piani attuativi e di settore).
Si introduce la necessità di elaborare una Relazione sullo Stato dell'Ambiente,
quale rapporto descrittivo delle pressioni sulle risorse esercitate
dalle trasformazioni indotte dalle attività umane, dello stato di
conservazione dello stock di risorse e delle attività di mitigazione degli
effetti adottate per la conservazione e/o il miglioramento.
Nelle seguenti pagine � riportata la sintesi del primo passaggio per la
costruzione del quadro conoscitivo di riferimento per il sistema ambientale,
corrispondente alla raccolta sistematica dei dati disponibili e ad
una loro prima e sommaria analisi.
La disponibilità di ulteriori dati, (già in parte reperiti ma non forniti in
tempo utile alla loro pubblicazione nella presente relazione) assieme al
coinvolgimento, durante la fase di redazione del Piano Strutturale, di
specifiche figure professionali con competenze nel settore ambientale,
renderanno possibile l'integrazione del quadro conoscitivo con nuovi
dati o con l'eventuale elaborazione di stime per quelli che risultassero
ancora mancanti ed il trasferimento delle informazioni sulla base cartografica
digitale, ad implementare la banca dati già in corso di elaborazione.
Note
1. Legge Regionale 16 gennaio 1995 n.5, Norme per il governo del territorio,
comma 2 art.1. Lo sviluppo sostenibile.
2. Ibid. comma 3 art.5. Norme generali per la tutela e l'uso del territorio.
3. Ibid. comma 1 art.32. Valutazione degli effetti ambientali.
4.Ibid. comma 3 art.32. Valutazione degli effetti ambientali.
5. Istruzioni tecniche per la valutazione degli atti di programmazione e
di pianificazione territoriale di competenza degli Enti Locali ai sensi
della LR 16 gennaio 1995 n.5.
Le acque superficiali
Di seguito si sintetizza lo studio dello stato di qualità dei due principali
corsi d'acqua del territorio comunale di Arezzo, l'Arno e il Canale Maestro
della Chiana assieme ad altri corsi d'acqua minori.6
Lo stato di qualità delle acque dell'Arno degrada procedendo dal Casentino
fino al confine di provincia con Firenze, in relazione alla presenza
di tutti gli scarichi civili, agricoli ed industriali che il fiume riceve lungo
il suo percorso. La situazione appare pi� compromessa nelle stazioni
situate a valle della città poich�, oltre l'impatto dovuto ai reflui urbani
ed all'impatto dell'immissione del canale della Chiana, la presenza di
due dighe (Levane - 13 milioni di mc e La Penna - 3 milioni di mc) riduce
la capacità autodepurativa del fiume. Nel tratto in cui il fiume Arno
attraversa il Comune di Arezzo lo stato delle acque non � eccessivamente
degradato, considerando anche il carico inquinante proveniente
da monte e quello ingente che viene dalla Valdichiana e da Arezzo.
Questa discreta condizione deriva dal fatto che in Casentino gli scarichi
sono abbastanza distribuiti lungo il corso del fiume, per cui quest'ultimo
pu� sfruttare le proprie capacità autodepurative per abbattere in parte
il carico inquinante. A Buon Riposo, in prossimità delle prese acquedottistiche
per la potabilizzazione dell'acqua per la città di Arezzo, le
acque risultano in classe III7.
Il nuovo impianto di potabilizzazione di
Poggio Cuculo pu� utilizzare, oltre alle acque dell'Arno, anche quelle
del fiume Tevere, attraverso le condotte provenienti dall'invaso di Montedoglio.
La qualità delle acque di Montedoglio si trova ad un ottimo
livello e la classificazione corrisponde ad una categoria II.
Osservando
i dati delle analisi si nota per gli altri corsi che lo stato delle acque �
in condizioni abbastanza gravi e le cause sono da attribuire all'impatto
degli scarichi dei centri urbani, delle attività agricole e zootecniche
localizzate in Val di Chiana.
Il Canale Maestro della Chiana � senza dubbio il corso d'acqua che
riceve la maggior quantità di reflui. Nel tratto in cui il canale attraversa
il territorio comunale di Arezzo, oltre agli scarichi di natura civile e
industriale raccolti in Valdichiana si aggiungono i reflui provenienti dalla
zona industriale di S. Zeno e Pescaiola, importanti poli di attività orafa
che afferiscono al depuratore comunale di Ponte a Chiani, dal depuratore
medesimo, dagli affluenti Vingone e Castro. In definitiva nel Canale
Maestro della Chiana confluisce la totalità dei reflui, depurati e non, di
origine civile e industriale della città di Arezzo; per questo lungo tutto
il suo tratto aretino risulta classificato in III e IV classe di qualità, cio�
fortemente e nettamente inquinato.
Il torrente Castro attraversa interamente la città di Arezzo e per un
certo tratto risulta tombato e quindi ridotto a collettore fognario. Nel
torrente Castro confluisce la quasi totalità degli scarichi di origine civile
ed industriale della città. Il tratto di torrente che attraversa la città di
Arezzo no alla località Montione risulta in III classe di qualità e quindi
ambiente acquatico inquinato; da qui no alla confluenza con il Canale
Maestro della Chiana la qualità peggiora sensibilmente.
Anche per quanto riguarda gli altri affluenti quali il torrente Vingone
ed il fosso Bicchieraia si possono fare analoghe considerazioni. I corsi
d'acqua mostrano cio� chiari segni di degrado, poich� sono costretti a
sopportare un eccessivo carico inquinante derivante dagli scarichi cittadini.
Si rileva comunque che i tratti pi� a monte di questi affluenti
presentano ancora livelli qualitativi soddisfacenti, mentre la qualità
peggiora sensibilmente in corrispondenza degli apporti di scarichi dovuti
alle attività urbane non ancora condottati verso l'impianto di depurazione.
Le acque sotterranee
L'attuale conformazione e la natura geologica dei terreni di Arezzo
risultano essere i fattori che determinano le condizioni idrogeologiche
delle diverse aree del territorio comunale; infatti gli acquiferi presenti
sono essenzialmente di due tipi, quelli attestati sul substrato roccioso
dei rilievi collinari e montuosi e quelli impostate sui depositi alluvionali
e fluvio-lacustri della pianura.
Acquiferi impostati sul substrato roccioso: data la natura dei depositi,
flysch turbiditici, le ricerche idriche mirano a sfruttare la permeabilità
secondaria propria di questi depositi andando pertanto a cercare le
aree fratturate associate a situazioni tettoniche locali di una certa
entità. Le captazioni che insistono su questi terreni sono sempre abbastanza
profonde (50�100 m.) e con rese abbastanza modeste e comunque
raramente superiori a 2 l/s.
Acquiferi impostati su depositi continentali delle pianure alluvionali:
le captazioni che interessano questi depositi sfruttano la porosità interstiziale
dei sedimenti (porosità primaria). Come per la situazione geologica,
anche per quella idrogeologica esistono delle differenze marcate
tra l'area della Val di Chiana e quella della pianura di Arezzo, infatti
in quest'ultima esiste una falda freatica superficiale attestata sui depositi
alluvionali recenti di scarsa produttività sfruttata con opere di captazione
che si spingono a profondità di 6�10 m. ed una attestata sui
depositi costituenti la formazione dei Ciottoli del Maspino di buona produttività
(5�10 l/s) sfruttata con pozzi profondi mediamente 25�30 m.,
mentre l'area della Val di Chiana presenta dei livelli ciottolosi, ghiaiosi
e sabbiosi con produttività mediamente assai pi� contenute, raramente
superiori a 2 l/s, e falde impostate su livelli assai discontinui posti a
profondità decisamente superiori (circa100 m.).
Le sorgenti che sono presenti nel territorio sono mediamente a bassissima
produttività e soggette a ricorrenti periodi di crisi soprattutto nei
periodi estivi. Un caso particolare � rappresentato invece dalle sorgenti
di trabocco presenti nella fascia di Venere e Campoluci, tipologia di
sorgive connesse all'affioramento della falda freatica.
A seguito degli studi condotti in occasione della redazione delle indagini
geologiche di supporto al Piano Regolatore Generale (campagna condotta
nell'anno 1986), risulta evidente che la falda presente nella pianura
di Arezzo trae la sua alimentazione dalla fascia pedecollinare e
defluisce in direzione del Canale Maestro della Chiana oppure, nel settore
nord, � direttamente drenata dall'Arno anche se il tratto medioterminale
degli affluenti di sinistra del fiume Arno, risultando incassato
nelle alluvioni, svolge una funzione drenante della falda. Aree depresse
della superficie piezometrica, evidenziate da curve chiuse, sono state
individuate in corrispondenza degli insediamenti produttivi, indicanti
pertanto aree con emungimenti concentrati.
La zona della Val di Chiana aretina evidenzia la funzione drenante del
Canale Maestro della Chiana che riceve le acque di falda dall'area pedecollinare
e dalle numerose conoidi deiezionali presenti ai margini dei
rilievi.
Le fonti e le reti idriche
La fonte principale di approvvigionamento idropotabile del Comune di
Arezzo � costituita da acque superficiali provenienti dalla diga di Montedoglio
in Val Tiberina.
A seguito dell'entrata in funzione dell'impianto
di potabilizzazione di Poggio Cuculo, l'impianto di potabilizzazione di
Buon Riposo � stato dismesso.
Con l'entrata in funzione del nuovo
impianto di Poggio Cuculo, i ricorrenti problemi di potabilizzazione connessi
ai periodi di secca o di torbidità del fiume Arno sono stati eliminati.
I pozzi comunali (circa 40) e le sorgenti (circa 25) sono dislocati su tutto
il territorio ed alimentano tutti gli acquedotti rurali non serviti dall'acquedotto
urbano. La maggior parte di queste opere sfrutta gli acquiferi
presenti nel substrato roccioso; non sono infrequenti opere che sfruttano
contemporaneamente falde poste su alluvioni e sul substrato roccioso.
Sono presenti pozzi che attingono esclusivamente dalla coltre
alluvionale nella piana della Chiana aretina e nella zona di Quarata.
Il quantitativo di acque estratte dalla falda per mezzo di pozzi � stato
valutato sulla base dei dati forniti dalla Provincia di Arezzo (studio
effettuato nell'anno 1992) stimando il consumo secondo le varie tipologie
di pozzo e decurtando i consumi del contributo delle derivazioni di
acque superficiali. Come messo in evidenza dalla tabella una voce
assai importante nel bilancio della risorsa idrica sotterranea � rappresentata
dai pozzi ad uso domestico cio� da quelle opere che vengono
utilizzate per l'annaffiamento degli orti e dei giardini.
L'Amministrazione
Comunale solamente nel periodo '79-'94 ha rilasciato circa 3.500
autorizzazioni. Considerando il numero di quelli costruiti in precedenza
e di quelli realizzati abusivamente � stato stimato in circa 10.000 il
totale delle captazioni presenti nel territorio comunale ed una produzione
annuale minima di 300 m3/pozzo8.
Lo sfruttamento della risorsa acqua per mezzo di pozzi � da sempre una
pratica ampiamente diffusa tanto che verso la ne degli anni '80, in
corrispondenza di un lungo periodo di siccità, giunsero all'Amministrazione
Comunale un numero elevatissimo di richieste di autorizzazione,
tante da dover sospenderne momentaneamente il rilascio.
La situazione
che venne a crearsi impose un aggiornamento del regolamento che
entr� in vigore nel marzo 1991. Il grande numero di attingimenti della
falda � causa di seri problemi nella gestione e tutela degli acquiferi in
quanto i pozzi, specialmente quelli vecchi o quelli mal realizzati, mettono
in comunicazione le falde superficiali, molto suscettibili agli inquinamenti,
con quelle pi� profonde.
La situazione risulta ulteriormente aggravata dal fatto che i pozzi che
alimentano gli acquedotti periferici e rurali rientrano nelle aree che
presentano un alto tasso di sfruttamento della falda e che pertanto portano
ad uno scadimento della qualità delle acque immesse nel sistema
acquedottistico oltre che al depauperamento della risorsa.
Rete fognaria e depurazione
Della intera rete fognaria del Comune di Arezzo si occupa la Società
Nuove Acque S.p.A., ente gestore dell'AATO n.4 Alto Valdarno, a partire
dal 1999.
Il sistema fognario si articola su pi� reti che confluiscono i reflui ai quattro
depuratori in esercizio ed ai tre in previsione.
L'Amministrazione Comunale già con il Piano Regolatore del sistema
fognario degli anni settanta intraprese una totale ristrutturazione del
sistema comunale che inizialmente prevedeva: un depuratore centrale
della potenzialità di 60.000 abitanti equiparati (espandibile successivamente
a 90.000) localizzato al Casolino ed a servizio del centro città
e delle frazioni, una serie di depuratori periferici a servizio delle popolazioni
pi� decentrate, dei collettori per il collegamento tra le reti esistenti
nelle singole frazioni ed i depuratori stessi.
La progettazione di
massima aveva evidenziato la necessità di realizzare una serie di collettori
che attraversando o circoscrivendo l'abitato cittadino dovevano
convogliare i reflui fognari verso l'impianto principale, intercettare le
fogne esistenti che scaricavano direttamente nel Castro e nel Vingone
(i due corsi d'acqua che attraversano la città); no a tale data infatti il
Regolamento di Igiene del Comune di Arezzo considerava il tratto tombato
del torrente Castro un collettore fognario.
Sulla base di questo
Piano furono realizzati la quasi totalità dei collettori principali tra il
depuratore del Casolino e il centro abitato, in modo da realizzare una
cintura che ha permesso di intercettare la quasi totalità degli scarichi.
Ad oggi devono essere attuati il risanamento e la ristrutturazione dell'intera
rete interna della città per completare il programma a suo
tempo avviato; la presenza di condotte e collettori piuttosto obsoleti
con scarico diretto in fogna senza interposizione delle tradizionali fosse
biologiche, non rappresenta certo una gestione moderna ed efficiente
del sistema degli scarichi.
L'Amministrazione Comunale, pur in assenza di un dettagliato programma
per le frazioni, ha provveduto nel tempo a risanare vaste zone
di sua competenza attraverso la costruzione di ulteriori tre depuratori
periferici a servizio, rispettivamente, delle zone di Ponte a Chiani (Pratatantico,
Indicatore, Chiani, S. Giuliano, Poggiola, Ruscello Battifolle,
area Pescaiola a valle del Vingone, S. Zeno, La Ripa di Olmo, Madonna
di Mezza Strada, Olmo, S. Andrea a Pigli, il Matto); Quarata (Quarata,
Ripa di Quarata, Venere, Campoluci e in corso di completamento Ponte
Buriano, Cancelli, Meliciano); Ponte alla Chiassa (Giovi, Borgo a Giovi,
Ponte alla Chiassa, Chiassa Superiore, Tregozzano).
Sono ora in fase
di progettazione le reti relative alle frazioni di Policiano, Rigutino,
Vitiano, Ottavo e Frassineto, con rispettivo depuratore (fitodepuratore)
ed altri tre fitodepuratori che saranno localizzati a Ponte Buriano, Frassineto
e Palazzo del Pero.
L'inquinamento atmosferico
I territorio comunale aretino non � interessato da fenomeni naturali di
inquinamento atmosferico; dagli studi condotti, infatti, le fonti inquinanti
individuate sono quelle caratteristiche di tutte le aree densamente
antropizzate e riconducibili alle attività artigianali, industriali
ed in riferimento al centro urbano al traffico veicolare ed agli impianti
di riscaldamento.
Il monitoraggio della qualità dell'aria nel territorio comunale viene
effettuato mediante l'acquisizione di dati in ciclo continuo relativi alle
concentrazioni di alcuni inquinanti opportunamente individuati.
Questi
dati provengono da cinque postazioni fisse e in occasione di campagne
finalizzate, da una postazione mobile. Questo insieme costituisce la
rete urbana di monitoraggio.
I dati della rete urbana confluiscono al
Centro Operativo Provinciale (C.O.P) gestito dall'Agenzia Regionale di
Protezione Ambientale della Toscana (A.R.P.A.T.) che provvede a validarli
quotidianamente e a trasmetterli al Sindaco. La loro elaborazione
viene inviata alla Regione Toscana che redige il Rapporto Annuale sulla
Qualità dell'Aria.
I principali inquinanti atmosferici monitorati nella rete urbana di Arezzo
sono quelli che contraddistinguono un inquinamento prevalentemente
da traffico e da impianti di riscaldamento civili i quali emettono in
atmosfera sotto forma di vapori o particelle, CO, SO, ossidi di azoto,
idrocarburi, ozono, polveri totali.
A seguito del sempre pi� diffuso utilizzo degli impianti di riscaldamento
a metano assieme alla riduzione di zolfo nei combustibili, si assiste ad
un forte decremento dell'inquinamento da SO2 e da idrocarburi, tanto
da essere stati esclusi dai monitoraggi effettuati dalle postazioni fisse
e monitorati solo con postazione mobile in occasione di eventuali campagne
mirate.
L'inquinamento atmosferico, dipende in parte anche dalle condizioni
meteorologiche che influenzano sia la diluizione o meno degli inquinanti
attraverso il trasporto da parte del vento, sia le reazioni chimiche.
Le temperature elevate favoriscono lo smog fotochimico; viceversa
basse pressioni con associate precipitazioni e venti abbattono gli inquinanti.
La caratterizzazione meteorologica del territorio comunale � stata
effettuata tramite l'analisi dei dati meteorologici rilevati dalla stazione
di Colle del Pionta, attiva dal 1994.
I sensori installati riguardano la velocità e la direzione del vento, la
temperatura, l'umidità relativa, la pressione, la pioggia e la radiazione
solare.
I rapporti sulla qualità dell'aria nel Comune di Arezzo vengono redatti
dal Comune in collaborazione con l'ARPAT avvalendosi dei dati rilevati
dalla rete di monitoraggio della qualità dell'aria, gestita dal Dipartimento
Provinciale di Arezzo - ARPAT e dei dati integrativi ottenuti con
campagne di biomonitoraggio, misura del traffico e dei consumi di gas
nell'area comunale.
La rete di monitoraggio della qualità dell'aria � costituita da cinque
postazioni (Piazza Repubblica, Via Fiorentina, Via Acropoli, San Donato,
Sede Provincia, Parco Pionta) per il rilevamento dei parametri chimici
e una (Parco del Pionta: Torre di Villa Chinini) dedicata ai parametri
metereologici.
In sintesi dal rapporto relativo alle due campagne condotte negli anni
1995-1996 estesi sia all'area urbana che a quella periferica emergono
due aspetti:
a) i dati forniti dalla rete indicano che i limiti di concentrazione previsti
da normativa non sono mai stati superati anche se valori di CO NO2 ed
idrocarburi (tipici dell'inquinamento da traffico veicolare) sono risultati
comunque abbastanza alti;
b) si rileva una tendenza significativa al decremento delle concentrazioni
degli inquinanti tradizionali rispetto agli anni antecedenti al
1998.
Le cause che hanno portato ad un netto miglioramento della situazione
generale possono essere ricondotte alla fase di rottamazione delle
autovetture non catalizzate ed alla successiva immissione nel mercato
di nuove autovetture munite di marmitta catalitica ed all'operazione
bollino blu per il controllo dei gas di scarico.
Il monitoraggio ambientale con l'uso di centraline � stato integrato
nel 1994 dal biomonitoraggio. Con questo termine s'intende il rilevamento
delle alterazioni ambientali mediante l'uso di organismi viventi:
in questo caso sono stati utilizzati i licheni.
L'indagine effettuata si � sviluppata con il campionamento di 18 aree
(15 urbane e 3 periferiche) Dall'analisi dei risultati � stato possibile
redigere una carta di qualità dell'aria dalla quale si ricava un quadro
complessivamente soddisfacente, tranne qualche situazione critica in
alcune zone del centro storico pi� densamente costruite e con grande
densità di scuole e servizi. La situazione appare comunque decisamente
buona soprattutto se comparata con studi analoghi effettuati in altre
province toscane (ad esempio Prato e Pistoia).
La situazione della città, pur non presentando valori di particolare
entità rispetto agli standard di qualità dell'aria previsti dalla norma,
mostra per alcuni inquinanti (ozono, benzene) valori comunque prossimi
al livello di guardia e pertanto l'area urbana � da considerare a
rischio di episodi acuti di inquinamento atmosferico.
Viene pertanto ritenuto necessario progettare ed attuare un programma
di interventi finalizzati alla riduzione dell'inquinamento atmosferico
quali ad esempio l'istituzione di divieti di circolazione, controlli sulla
revisione delle auto, istituzione di campagne dedicate quali ad esempio
il Bollino Blu, redazione di un piano di verifica a campione del rispetto
delle temperature massime previste per gli impianti termici per riscaldamento
e dei periodi di accensione.
L'inquinamento acustico
Nel 1997 l'Assessorato all'ambiente del Comune di Arezzo ha completato
uno studio mirato - come prima fase - alla messa a punto di una
proposta di zonizzazione acustica del territorio, con l'obiettivo di piani
care e gestire la salvaguardia dell'ambiente dall'inquinamento acustico.
A partire dalla zonizzazione acustica si produce una mappatura dei
requisiti minimi di qualità acustica che devono essere garantiti al ne
della tutela della salute della popolazione e delle attività, in essere e
previste. La legge quadro di riferimento individua quattro fasi di attuazione
per il raggiungimento dell'obiettivo sopra esposto:
- effettuazione della zonizzazione acustica;
- realizzazione della mappatura acustica con rilevazioni fonometriche;
- verifica della compatibilità acustica, effettuata attraverso la sovrapposizione
tra situazione pianificata e situazione reale rilevando le aree
in cui il livello di rumore presente supera quello pianificato;
- predisposizione di interventi di bonifica ambientale finalizzati a riportare
il livello di rumore misurabile al di sotto dei livelli massimi stabiliti.
La metodologia generale utilizzata per la zonizzazione � quella della
individuazione delle caratteristiche di ciascuna zona tenendo conto
delle destinazioni di Piano Regolatore, delle varianti in itinere, dei piani
particolareggiati di attuazione e della conformazione topografica del
territorio.
La costruzione del quadro conoscitivo sul livello di inquinamento acustico
della città si � basata su uno studio articolato in quattro sottosezioni
relative alla distribuzione sul territorio dei ricettori sensibili
(ospedali, case di cura, biblioteche, scuole, verde pubblico), delle
grandi sorgenti acustiche (ferrovie, aeroporto, lavorazione inerti, interporto
ferroviario) dei flussi di traffico e degli attrattori, allo studio delle
vocazioni dei vari quartieri.
Il territorio comunale, a seguito della definizione delle classi acustiche,
� stato suddiviso in pi� aree, in funzione dell'appartenenza di queste ad
una determinata classe: le classi V e VI sono quelle a pi� alto rischio,
la classe I � quella particolarmente protetta (in tale area per esempio
� stato inserito l'ospedale di S. Donato).
Analogamente, le strade e le ferrovie sono state classificate sulla base
dei flussi di traffico; pu� verificarsi quindi che la classificazione di una
strada non sia la medesima della zona attraversata.
La fase successiva relativa alla mappatura acustica � stata affidata
all'ARPAT che nel dicembre 1999 ha concluso il lavoro articolato in 600
rilievi di rumore ambientale mediante misure dirette e con stime basate
su modelli diffusionali.
I campionamenti hanno interessato le zone maggiormente urbanizzate,
privilegiando oltre al centro urbano i nuclei abitati delle frazioni, le
zone protette e le zone industriali-artigianali (dati acquisiti durante la
campagna di misure 1997/1998).
L'indagine � stata condotta sia spazialmente (circa 400 punti distribuiti
in modo omogeneo sul territorio), sia temporalmente (66 postazioni).
Per valutare la dinamica temporale dell'inquinamento acustico oltre a
queste misure dirette sono state effettuate circa 200 stime al ne di
valutare il livello equivalente nelle postazioni lungo le arterie principali
di traffico.
L'analisi spaziale si � articolata attraverso 14 punti di misura rappresentanti
aree delimitate dalle arterie principali di traffico: Centro storico,
Fiorentina - Orciolaia, Pescaiola - Saione, Saione, Giotto, Trento - Trieste,
La Catona, Zona industriale Pratacci, San Leo, Tramarino, Fiorentina,
Zona industriale Pescaiola, Romana - Tortaia, Zona industriale San
Zeno.
L'analisi temporale � stata condotta con campionamenti estesi a duetre
giorni in 66 postazioni con furgone posizionato in prossimità delle
sorgenti di rumore (per misure di traffico e nelle aree industriali) o in
prossimità dei recettori (facciate di edici o aree residenziali).
L'indagine condotta secondo le modalità sopra riportate ha fornito i
seguenti risultati:
- traffico urbano: la situazione di inquinamento acustico si presenta
senza sostanziali modiche rispetto alle precedenti indagini (91-94 e
97-98) classi IV e V del D.P.C.M. 14/11/97.
Le aree a pi� bassa rumorosità sono quartieri residenziali pi� recenti
nei quali sono assenti strade di attraversamento importanti (ad esempio
nel caso del quartiere Tortaia).
- centro antico: le misurazioni fanno rientrare la zona nelle classi IV-V
del D.P.C.M 14/11/97; i livelli sonori sono dovuti in modo preponderante
alla componente antropica per la presenza di esercizi commerciali,
uffici e quindi di persone. In queste aree bench� sottoposte a
traffico limitato, anche il transito di pochi veicoli pu� innalzare
significativamente il livello equivalente in quanto si tratta di vie strette sulle
quali affacciano edifici elevati che possono influenzare le condizioni di
rumore presenti nella strada; stante la tipologia delle vie del centro
storico di Arezzo (vie in salita, fondo irregolare...) diventa anche
significativo il contributo legato alle modalità di guida e alle condizioni del
mezzo (marce basse, maggior sforzo del motore, mezzi, anche per servizi
pubblici, particolarmente rumorosi... ).
- zone industriali: i livelli equivalenti rilevati configurano una situazione
generalmente non critica per le aree industriali con valori per ambiente
esterno compatibili con quelli previsti dalla zonizzazione per classe IV-V
a seconda della localizzazione.
Qualche problema potrà invece sussistere per le zone dove il Prg ha consentito
lo sviluppo residenziale in prossimità di insediamenti produttivi
(per esempio se l'attività si svolge anche nel periodo notturno - zona
San Leo) e per le zone dove vi � promiscuità tra residenziale e artigianale.
Per le singole aree si possono formulare le seguenti osservazioni:
- zona industriale di San Zeno: per tipologia insediativa si avvicina alle
caratteristiche di area esclusivamente industriale o prevalentemente
industriale (classe VI o V rispettivamente); i livelli trovati, comprensivi
del contributo del traffico indotto dalle attività industriali, risultano
compatibili con quelli previsti dalla zonizzazione.
- zona Tramarino: � una zona mista artigianale, servizi e insediamenti
abitativi. Trattandosi di un'area con promiscuità tra abitativo e artigianale-
industriale � stata individuata come classe IV e V nella proposta
di zonizzazione; i livelli in ambiente esterno misurati sono compatibili
con tale classe mentre qualche problema potrà emergere per i livelli
differenziali negli ambienti abitativi che insistono nella zona; della promiscuità
dell'area occorrerà tenere conto in particolare per l'individuazione
di nuovi insediamenti produttivi.
- zona Pratacci - Lebole: nella zona insistono sia insediamenti produttivi
che commerciali e di servizi; � interessata da infrastrutture con forte
traffico: via Fiorentina sul lato nord, ferrovia lenta Firenze-Roma sul
lato sud, circonvallazione sul lato est ed � attraversata da est ad ovest
dal raccordo autostradale; le infrastrutture viarie si comportano come
sorgenti fisse vere e proprie, in quanto interessate da volumi di traffico
di circa 1.000 veicoli/ora.
Per quello che riguarda le aree interne alla zona i livelli sono centrati
nella classe 60-65 dBA; l'area presenta le caratteristiche di zona esclusivamente
industriale e non presenta grossi problemi di incompatibilità
acustica essendo separata da aree residenziali e non essendo stata consentita
dalle norme del Piano Regolatore alcuna promiscuità produttivo residenziale.
- zona Fiorentina: l'area Pratacci prosegue ad est con la zona Fiorentina,
dove si comincia a presentare la promiscuità artigianale-industriale
e residenziale; i livelli attuali sono contenuti (nelle zone in
ombra acustica rispetto alle direttrici di traffico); i punti pi� critici sono
quelli in prossimità del raccordo autostradale e di via Fiorentina; della
promiscuità dell'area occorrerà tenere conto in particolare per l'individuazione
di nuovi insediamenti produttivi.
- zona Pescaiola: la zona � situata tra Ponte a Chiani a ovest, la Maestà
di Giannino a est, la ferrovia Firenze-Roma ed il raccordo autostradale
a nord, la ferrovia Arezzo-Sinalunga ed il torrente Vingone a sud.
L'area comprende insediamenti produttivi, commerciali e di servizio ed
in piccola parte residenziali, � attraversata da est a ovest da via B.
Croce e da via P. Calamandrei (già Strada Provinciale di Pescaiola); tale
asse viario rappresenta una fonte predominante della rumorosità nell'area.
L'indagine di cui sono stati riportati i risultati presenta per� alcuni
limiti: le misure hanno infatti una validità ridotta essendo legate ai fattori
presenti al momento dell'indagine (1997/1998) e sono state effettuate
esclusivamente nella fascia diurna.
Successivamente alla presentazione del lavoro sopra illustrato, sono
intervenuti ulteriori fatti che hanno mutato le condizioni presenti al
momento di redazione dello studio: � cambiato cio� il quadro normativo
di riferimento (entrata in vigore la L.R. 89/98); inoltre bisogna considerare
che � in corso di redazione il nuovo Piano del Traffico Urbano.
L'Amministrazione Comunale a seguito del nuovo quadro normativo
configuratosi e delle mutate condizioni al contorno (quali la realizzazione
di nuove infrastrutture assieme ad alcune modiche apportate al Piano
Regolatore Generale) sta predisponendo in collaborazione con l'ARPAT
una nuova campagna di misurazioni sulla quale si baserà il Piano di
zonizzazione acustica per il quale si prevede il completamento e la
presentazione entro la ne dell'anno 2001.
Inquinamento elettro-magnetico
Nell'aprile 1999 viste le numerose richieste avanzate dai Gestori di
Impianti di telefonia mobile volte ad ottenere l'autorizzazione all'installazione
di ripetitori, la Giunta Comunale approva una proposta
preliminare di localizzazione degli impianti di telefonia mobile su
siti comunali elaborata dal Servizio Pianificazione e corredata da uno
schema di convenzione da stipularsi prima del rilascio della concessione
edilizia, nella quale si privilegiano siti il pi� possibile lontani da edifici
o strutture di interesse pubblico (asili, scuole, ospedali, ecc.).
Nel Piano per la localizzazione degli impianti di telefonia mobile sono
state individuate aree di proprietà comunale ritenute idonee all'installazione
di stazioni radio base e compatibili con il contesto urbanistico e
con le strutture di interesse pubblico.
Ulteriori aree ritenute idonee sono state individuate lungo le arterie
di scorrimento in corrispondenza degli incroci o svincoli (tangenziale
ovest e raccordo autostradale), nei parcheggi (Centro Affari, Cimitero)
o all'interno di infrastrutture esistenti (ex inceneritore, pali dell'illuminazione
dello stadio).
I Gestori dovranno in ogni caso richiedere la concessione edilizia, che
verrà rilasciata solo previa valutazione.
La proposta di localizzazione anticipa in parte gli adempimenti normativi
sia regionali che statali intervenuti successivamente9, fissando i
seguenti obiettivi:
- la tutela della salute umana, dell'ambiente e del paesaggio in riferimento
ai campi elettromagnetici;
- l'ordinato sviluppo e la corretta localizzazione degli impianti, anche
incentivandone l'accorpamento;
- il contenimento dell'inquinamento elettromagnetico dovuto alle emissioni
elettromagnetiche mediante il conseguimento degli obiettivi di
qualità eventualmente definiti dagli atti statali.
La normativa di riferimento.
La legge definisce le aree sensibili come quelle nelle quali le Amministrazioni competenti possono prescrivere localizzazioni alternative degli
impianti, in considerazione della particolare densità abitativa, della presenza di infrastrutture e servizi, nonch� dello specico interesse storico
architettonico e paesaggistico ambientale.
Alla Regione vengono assegnate le funzioni di indicazione dei criteri generali per la localizzazione degli impianti e l'identicazione delle aree
sensibili, l'indicazione delle modalità per il rilascio delle autorizzazioni comunali, per l'attuazione delle azioni di risanamento, per l'attuazione
dei controlli, per la presentazione da parte dei gestori delle dichiarazioni sugli impianti esistenti e dei programmi di sviluppo.
Ai Comuni invece, vengono afdate le funzioni di rilascio dell'autorizzazione per l'installazione o la modica degli impianti, l'attuazione delle
misure di risanamento, l'esercizio delle funzioni di vigilanza e lo svolgimento dei compiti di educazione.
La Legge quadro sulla protezione dalle esposizioni a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici approvata nel febbraio 2001 si propone di
tutelare sia la salute dei lavoratori e della popolazione dagli effetti dell'esposizione ai campi elettromagnetici, sia l'ambiente ed il paesaggio;
di promuovere la ricerca scientica per la valutazione degli effetti a lungo termine, l'innovazione tecnologica e le azioni di risanamento al ne
di minimizzare l'intensità e gli effetti dei campi elettromagnetici.
La legge denisce anche gli obiettivi di qualità consistenti nei criteri localizzativi, negli standards urbanistici, nelle prescrizioni e nelle incentivazioni
per l'utilizzo delle migliori tecnologie disponibili, nonch� nell'individuazione da parte dello Stato dei valori di campo elettromagnetico
(limiti dei livelli di esposizione e valori di attenzione), la denizione dei tracciati degli elettrodotti con tensione > 150 KV, l'emanazione di un
regolamento che contenga misure speciche relative alle caratteristiche tecniche degli impianti e alla localizzazione degli elettrodotti e degli
impianti di telefonia mobile.
La Regione ha inoltre il compito di individuare i siti di trasmissione degli impianti di telefonia mobile, degli impianti radioelettrici e degli
impianti di radiodiffusione.
I Comuni hanno la possibilità di adottare un regolamento per assicurare il corretto inserimento urbanistico e territoriale degli impianti e minimizzare
l'esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici.
La legge assegna inoltre ai Comuni e alle Province le funzioni di controllo e di vigilanza sanitaria e ambientale mediante le strutture ARPAT.
Geomorfologia
Il territorio comunale di Arezzo, come risultato dei fatti geologici, tettonici
e climatici, che lo hanno interessato e che ne hanno determinato
l'attuale conformazione, si presenta con due aree distinte sia per le
caratteristiche geomorfologiche che litologiche:
- l'area collinare-montana, il cui substrato � costituito da depositi turbiditici
arenacei e marnosi costituenti le formazioni delle Arenarie del
Falterona10 e Arenarie del Cervarola11;
- l'area di pianura costituita dai depositi fluvio-lascustri all'interno della
quale per motivi sia geologico-deposizionali che morfologici devono
essere a loro volta distinte due aree, separate dalla soglia strutturale di
Chiani: la "Piana di Arezzo" e la "Piana della Chiana aretina".
Il territorio collinare-montano sia per la natura geomorfologica che per
l'assetto strutturale si presenta generalmente stabile (non sono infatti
presenti aree instabili di grosse dimensioni); la stabilità dell'area � inoltre
documentata dalla mancanza totale di località del territorio comunale
inserite nell'elenco - allegato alla Legge n�183/89 e successive
modiche - dove vengono individuate le aree classificate in pericolosità
geologica elevata.
In alcune zone del territorio dove l'accumulo, derivante dal disfacimento
del substrato lapideo, ha portato alla formazione di spesse coltri
detritiche si sono verificati dei movimenti di limitata entità. Le concause
che hanno contribuito all'innesco dei movimenti gravitativi, oltre
alla presenza di queste spesse coltri detritiche, sono fattori destabilizzanti
quali la giacitura degli strati a franapoggio oltre che le forti pendenze
mentre il fattore di innesco dei movimenti � generalmente da
ricercarsi in un evento meteorico di una certa importanza.
Le aree dove sono presenti questi movimenti sono la zona posta in
destra idraulica del torrente Vingone, tratto montano e lungo il versante
del monte di Lignano che guarda verso la Val di Chiana.
La Piana di Arezzo � impostata altimetricamente alla quota di 250-260
m. s.l.m. ed � attraversata da una serie di corsi d'acqua che defluiscono
direttamente in Arno oppure nel Canale Maestro della Chiana.
Il fiume Arno nel tratto aretino scorre incassato nel materasso alluvionale
da esso stesso deposto con un livello medio pi� basso di circa
30-40 m rispetto la quota media della pianura; pertanto il tratto finale
dei corsi d'acqua quali il torrente Chiassa, il torrente Castro, il torrente
Vingone ed il torrente Sellina, risulta essere fortemente incassato;
lungo le scarpate dei torrenti e delle aste uviali principali si
sono riscontrati dei movimenti gravitativi anche di notevoli dimensioni,
quale quello in località Podere Ortali nei pressi del Canale Maestro della
Chiana.
Diversamente, la Piana della Chiana aretina � impostata ad una quota
di 240-250 m. s.l.m. ed � caratterizzata da una serie di opere che la
hanno interessata in tempi storici recenti. Queste opere sono da ricondursi
tutte agli interventi della bonifica, che hanno permesso alla valle
di perdere il suo aspetto palustre; le opere sono state completate con
la realizzazione del Canale Maestro della Chiana, che convoglia tutte le
acque drenate verso il bacino del fiume Arno.
I depositi olocenici dell'area oltre che le alluvioni recenti presentano
dei litotipi limosi non consolidati riconducibili alle opere di colmata
eseguite durante i lavori.
Data la morfologia piatta dell'area non sono presenti in questa parte
del territorio comunale problematiche connesse alla stabilità dei versanti
mentre, viste le condizioni topografiche nelle aree centrali del
bacino, vengono a generarsi, in occasione di eventi meteorici estremi,
fenomeni di esondazione e di ristagno; le cause di tali episodi vanno
sicuramente ricercate nella mancanza di regolari e ricorrenti opere di
manutenzione degli alvei fluviali che con il tempo tendono ad interrarsi.
Note
6. Per tale studio ci si � basati sull'analisi dei dati forniti dall'U.O. Igiene
Ambientale e U.O. Chimica Ambientale dell'ARPAT Dipartimento Provinciale
di Arezzo.
7. Classificazione redatta secondo le specifiche del D.P.R. 3 luglio 1982
n.515 successivamente abrogato a partire dal 13 giugno 1999, dall'art.
63 del D. leg. 11-5-1999 n. 152
8. Una quantificazione decisamente pi� attendibile potrà essere effettuata
quando verranno resi noti i risultati della denuncia dei pozzi
(scad.30/06/2001) dal Genio Civile e dalla Provincia di Arezzo, per gli
effetti del D. Leg. 12 luglio 1993 n.275, Riordino in materia di acque
pubbliche.
9. Legge Regione Toscana 6 aprile 2000 n. 54, Disciplina in materia di
impianti di radiocomunicazione, in attuazione del Decreto del Ministero
dell'Ambiente 10 settembre 1998 n.381, Regolamento recante norme
per la determinazione dei tetti di radiofrequenza compatibili con la
salute umana.
10. Arenarie del Monte Falterona (Oligocene-Miocene medio): trattasi di
un flysch di origine turbiditica costituito dall'alternanza di arenarie
quarzoso-felspatiche, di siltiti ed argilliti scistose. Gli strati arenacei
hanno di solito rilevante spessore, quasi mai inferiore a 50 cm, ma talvolta
superiore anche ad alcuni metri, esiguo invece il contributo degli
interstrati argillitici e siltitici. Molto evidente la selezione granulometrica
delle bancate di arenaria, con passaggio graduale dalla base al
tetto dello strato, ad elementi sempre di minor diametro no a sfumare
nella componente scistosa. Per la sua natura mineralogica la roccia possiede
una notevole gelività ed una non elevata resistenza alla disgregazione,
per tale motivo � spesso presente uno strato di alterazione di
spessore talvolta non trascurabile. Di solito le arenarie sono interessate
da fratture normali rispetto ai piani di stratificazione, le quali si
esauriscono generalmente nell'ambito di ciascun singolo strato. In aree
a particolare acclività i blocchi che si formano a causa di questo tipo
di fratturazione frequentemente si staccano e scorrono lungo gli interstrati
argillitici arrestandosi a valle o lungo i pendii dove possono essere
rinvenuti.
11. Arenarie del Monte Cervarola (Miocene medio): siltiti argilloscistose
e arenarie torbiditiche fini quarzoso-feldspatiche con subordinate alternanze
marnose; generalmente a tetto delle Arenarie del Falterona,
differiscono da queste ultime perch� contengono sporadica dolomite
clastica, inoltre sono ricche di mica bianca. (Oligocene superiore - Miocene
medio).Gli spessori degli starti delle Arenarie del Cervarola, superano
raramente la potenza di un metro, pi� frequenti sono gli spessori
dai 20 ai 50 cm. Risalendo la serie i tipi litologici marnosi siltosi e argillosi
divengono sempre pi� abbondanti e gli strati arenacei pi� sottili
e a grana pi� ne. La parte alta della Formazione � riconoscibile sul
terreno per la presenza di liste di selce nera e straterelli calcarenitici
di spessore 10-15 cm, molto duri.
12. Riferimento legislativo D.C.R. n. 12/2000 ex D.C.R. 230/94