LA COSTRUZIONE DEL PIANO
I tempi del territorio
Le immagini del territorio
Il centro tematico
1. Il percorso
1.1 Il preliminare del 1987
1.2 Il preliminare del 1994
2. Altri piani
2.1 Piani locali
2.2 Piani sovralocali
3. Il nuovo Piano Territoriale per la Provincia di Pescara
3.1 Temi dell'area vasta
3.2 Le forme di azione del Piano
3.3 Concentrazione e dispersione
3.4 Area metropolitana
3.5 Tra cannocchiale e bilancia
IL TERRITORIO DELLA PROVINCIA DI PESCARA
4. La forma del territorio
4.1 Litologia
4.2 Permeabilit�
4.3 Ambienti
4.4 Vegetazione
4.5 Insediamenti
5. Immagini della societ�
5.1 Una real� fortemente differenziata
>5.2 I temi della politica locale
5.3 Rappresentazioni sociali
5.4 Indicazioni per il piano
IL PROGETTO
6. Una politica per l'ambiente
6.1 Il sistema ambientale
7. Una politica per le infrastrutture
7.1 Il sistema delle infrastrutture
8. Una politica per l'insediamento
8.1 Sei ecologie
9. Schemi direttori
9.1 Lo schema direttore del fiume Pescara
9.2 Lo schema direttore del fiume Tavo
9.3 Lo schema direttore della Strada dei due parchi
9.4 Lo schema direttore della costa
Nelle pagine che seguono � illustrato il Piano Territoriale per la Provincia di Pescara. Esso riguarda l'intero territorio della Provincia, per il quale costruisce uno sfondo unitario cui le amministrazioni locali devono richiamarsi nella costruzione delle proprie politiche. Criteri ispiratori del Piano sono la salvaguardia ambientale e naturale, la tutela del patrimonio storico, il riconoscimento dei diritti di cittadinanza e del valore della partecipazione nella costruzione e gestione di ogni politica territoriale.
Il Piano � costituito da un gruppo di tavole, da una relazione e dalle norme tecniche di attuazione.
Carattere specifico del Piano territoriale, ci� che lo differenzia da altri strumenti di pianificazione, � lo sguardo di insieme che esso rivolge ai caratteri pi� stabili del territorio, alle sue modificazioni lente e di lungo periodo e, al contempo, ai fenomeni innovativi del costituirsi di nuovi paesaggi che si sovrappongono o si sostituiscono rapidamente ad altri. L'osservazione di un "doppio tempo", del tempo lungo e delle modifiche improvvise e rapide � il vero problema teorico e pratico che la costituzione del piano propone.
Tempo lungo e tempo breve non sono disposti linearmente lungo l'asse della storia e nello spazio del territorio; frequenti sono le interruzioni brusche, i punti di contatto e di sfrido tra cose che si muovono a velocit� diverse. Talvolta riconosciamo enclaves temporali che si rappresentano entro uno spazio definito; pi� spesso incrociamo frammenti appartenenti a temi e tempi diversi, luoghi in attesa di adeguarsi a qualcosa di nuovo e non ancora precisamente definito; i processi di accumulazione selettiva, appaiono avvenire in modi meno ordinati di quanto li facciano le ricostruzioni storiche successive.
Indagare spazi e tempi del territorio attraverso la lettura del persistere e del permanere dei
manufatti � operazione che la scala territoriale consente di compiere in modo forse esemplare. Lo studio delle immagini di un territorio che ciascun soggetto sociale fa proprie e nelle quali si riconosce, lo studio dei sistemi insediativi, dei caratteri della popolazione e delle sue attivit� rende conto dei diversi tempi del territorio; delle innovazioni che si sono prodotte, delle inerzie e del mutare lento di cose, pratiche, economie.
Alcune immagini spaziali hanno costruito fortemente nel passato l'interpretazione del territorio della provincia di Pescara e le proposte progettuali che ne sono discese.
L'immagine della zona speciale industriale della vallata del Pescara che emergeva con forza dall'indagine preliminare del Piano regionale abruzzese, studiato da Giovanni Astengo, Leonardo Benevolo ed altri nel 1960, ne dava una rappresentazione aggregante ed univoca. La regione era intesa in quegli anni come un'espressione geografica contraddistinta da una propria economia e da un proprio spirito; scopo del piano come di ogni altra attivit� urbanistica, era quello di "favorire il disurbanamento" e "frenare la tendenza all'urbanesimo".
L'area costiera e il suo prolungamento lungo la valle del Pescara, sono costantemente al centro di numerose immagini, a partire dalle proiezioni del Progetto '80 che rileggevano l'intero territorio provinciale in funzione dello schema costruito sull'intersezione tra la direttrice intermodale adriatica e la trasversale Pescara Roma. L'idea che il luogo di intersezione (cio� il nodo metropolitano di Pescara) desse leggibilit� all'intero territorio permane poi a lungo. La ritroviamo negli studi per il Piano nazionale dei trasporti (studio Sistemi urbani - Regione Abruzzo - IRI) , cos� come nelle ricerche universitarie (It. Urb. '80, Itaten 1996).
Anche la vicenda di costruzione di questo piano ha contribuito a costruire e comunicare immagini del territorio. Il Progetto preliminare di piano territoriale del 1987 si appoggiava all'immagine dei rebbi del doppio pettine adriatico; i rebbi delle valli dal mare verso l'interno ed i rebbi dei crinali dalla montagna al mare. Non era allora un'immagine esclusiva, cionondimeno � stata recepita all'interno di numerosi altri studi che ne hanno riconosciuto l'utilit� per l'interpretazione delle trasformazioni che hanno modificato il territorio.
A queste immagine pu� essere accostata quella, pi� recente, della dispersione territoriale: immagine condivisa da alcune recenti riflessioni che avvicinano il territorio pescarese alle numerose situazioni insediative che nel nostro paese, come in altre parti dell'Europa, sembrano governate dall'apparente casualit� dei molti piccoli oggetti spersi in aree esterne alle citt� compatte.
Muovendosi tra queste numerose immagini, il Piano territoriale della Provincia nel lungo tempo della sua costruzione, ha avviato un processo di continua rilettura del territorio. Ha riconosciuto il permanere di forme organizzative (dell'abitare, del produrre, dello scambio) adeguatamente rappresentate dall'immagine del pettine costiero vallivo. Nel contempo ha accostato a questa prima immagine altri modi per guardare ad un territorio morfologicamente assai complesso. Cos�, nel progetto di piano del 1987 venivano riconosciute nel territorio della Provincia alcune differenti ecologie; quella urbano-costiera, quella dell'agricoltura del part-time sulle zone collinari, quella delle zone montane e delle comunit� di villaggio. Esse erano tutte, in maniera pi� o meno importante, contraddistinte da un uso allargato del territorio, dalla dispersione dei ruoli, dei livelli di istruzione, dei luoghi di lavoro. Permane ancora oggi la necessit� di uno sguardo in grado di distinguere diversi territori, diverse ecologie nelle quali le forme dell'insediamento si definiscono per le loro relazioni con l'assetto geomorfologico e idrologico, con le tecniche di utilizzazione del suolo, con le attivit� produttive e di scambio. Esse hanno differenti matrici storiche e diversi percorsi evolutivi di tipo economico e sociale. Pongono differenti problemi, potendosi avvalere di risorse, anch'esse fortemente differenziate.
Per questa ragione il Piano territoriale provinciale torna a riflettere sulle ecologie del territorio pescarese e sul modo in cui esse articolano un'armatura urbana: fitta trama di piccoli, medi e grandi centri che connota un territorio troppo frettolosamente ascritto alla dispersione.
Lo studio delle relazioni tra localismo ed integrazione metropolitana, il riconoscimento di specificit� locali costituiscono alcuni tra i principali temi che qualsivoglia politica e piano debbono oggi affrontare, non solo nel territorio della provincia di Pescara.
Il tentativo del Piano territoriale � quello di riferire le differenti situazioni ad un riconoscibile centro tematico: esso pu� essere indicato come la ricerca di un nuovo equilibrio tra insediamento e ambiente, ove sia l'uno che l'altro termine devono essere intesi in modo ampio. Pi� in particolare esso pu� essere indicato come la ricerca di alcuni elementi che "strutturano" l'insediamento e l'ambiente costruendo deboli "regole interne" di modificazione e trasformazione del territorio. Ancora in modo pi� specifico esso pu� essere indicato come la ricerca dei modi, nel tempo e nello spazio variabili, nei quali differenti materiali dell'insediamento e dell'ambiente, sono costituiti, si compongono tra loro dando luogo a sistemi dotati di senso e funzionalit�.
Il Piano territoriale della provincia di Pescara ha alle proprie spalle una vicenda ormai lunga e complessa: alcuni dei capitoli che seguono cercano di rendere leggibile e trasparente il percorso intrapreso a partire dal progetto preliminare di Piano territoriale della provincia di Pescara, presentato il 4 luglio 1987. Il tempo trascorso, i nuovi interventi, il mutamento delle condizioni al contorno non hanno messo in crisi in modo radicale l'impostazione generale e le scelte indicate nel Progetto di Piano territoriale del 1987; nel loro insieme sia la prima, sia le seconde hanno piuttosto spinto verso una parziale ritematizzazione del territorio provinciale o di alcune sue parti, articolando maggiormente la visione d'insieme contenuta nelle tavole del 1987. Per esaminare il progetto di Piano territoriale che qui viene presentato � quindi necessario rifarsi ai testi ed alle tavole che hanno illustrato ed accompagnato il Preliminare del 1987 e quello del 1994. In quelle righe ed in quei disegni si trovano molte delle idee che qui vengono riprese ed approfondite.
Il progetto di Piano preliminare consegnato nell'estate del 1987 � esito di studi condotti da un gruppo di lavoro coordinato da Bernardo Secchi e costituito dal Gruppo tecnico interdisciplinare del Servizio urbanistico provinciale. Alla ripresa, nel 1994 a costoro si sono aggiunti consulenti per gli aspetti ambientali, geologici ed idrogeologici, geografici, economico-sociali e normativi ed un nuovo gruppo di lavoro. Ci� ha consentito di riprendere ed approfondire alcuni degli studi iniziali, di individuare nuovi temi rilevanti legati in particolar modo all'assetto ambientale e di rielaborare completamente il Progetto di Piano territoriale. La stesura finale del piano � stata portata a termine nell'estate del 1998. Complessivamente un numero ampio di persone si � avvicendato in un lasso di tempo lungo, ma soprattutto, assai frammentato. Questo punto necessita di essere sottolineato con forza: la costruzione di un piano, soprattutto se si tratta di un piano alla scala vasta, � sempre operazione delicata; molti sono gli ostacoli che possono interromperne la messa appunto, frammentare il suo iter in tempi che obbligano poi alla ricostruzione del piano stesso.
Nel caso di questo piano, il tempo ed i cambiamenti intercorsi nello scenario provinciale hanno obbligato a proporre ben due preliminari, due documenti nei quali si � reso esplicito il modo in cui si � lavorato e i risultati ottenuti ad un certo punto del percorso. Entrambi sono stati sottoposti all'Amministrazione provinciale e ai Comuni affinch� potessero valutare gli indirizzi scelti, svolgere le operazioni previste dalla legge e, insieme, riflettere sul territorio della provincia, sulla sua storia e sui suoi possibili futuri. Affinch�, infine si potesse giungere alla formulazione definitiva di un piano territoriale da adottare ed approvare.
Il progetto preliminare redatto per la provincia di Pescara nel 1987 si caratterizza per il tentativo di formulare in modi, per alcuni aspetti innovativi, forma e materiali di cui � costituito uno strumento di pianificazione a scala vasta. Esso costituisce una delle prime esperienze entro la nuova stagione della pianificazione territoriale che prender� avvio tra gli anni ottanta e novanta.
La relazione del piano � accompagnata da elaborati che sono diversi per natura e grado di definizione. Gli elementi conoscitivi sono restituiti da due percorsi che fanno riferimento, da un lato al linguaggio e alle forme di rappresentazione dell'analisi statistica, dall'altro, al linguaggio e alle forme di rappresentazione dell'analisi morfologica. Il primo percorso tratta dati relativi alla popolazione, all'economia, al patrimonio abitativo; il secondo si sviluppa attorno ad elaborati grafici che restituiscono elementi interpretativi giudicati rilevanti per la comprensione della realt� territoriale. I due percorsi precedono una prima sintesi della proposta progettuale. Le tre tavole allegate al piano (in scala 1:25.000) hanno come oggetto: il mosaico dei piani; lo stato dell'urbanizzazione e il progetto di Piano territoriale. Quest'ultima tavola fornisce contemporaneamente indicazioni sull'assetto del territorio; proposte di intervento e di organizzazione; suggerimenti circa le modalit� di attuazione.
Il progetto formulato nel preliminare � reso attuativo attraverso due principali strumenti: le aree progetto e gli schemi direttori. Entrambi si pongono come momenti di raccordo tra il piano e gli strumenti urbanistici a scala comunale: ridefiniscono situazioni e problemi locali in riferimento alle proposte relative alle grandi strutture sovracomunali.
La normativa � articolata in quattro parti: a) disposizioni di carattere generale; b) norme per i piani urbanistici comunali; c) modalit� di formazione e progettazione dei progetti d'area; d) modalit� di studio e di formulazione di "piani direttori".
L'interpretazione del territorio della Provincia si appoggia, nel documento del 1987 su due immagini spaziali: l'immagine del pettine costiero-vallivo e quella delle fasce territoriali. La prima evidenzia una struttura territoriale costruita su parti fortemente differenziate in funzione di differenti principi insediativi: modi con i quali, lungo la storia, si sono intersecati i caratteri naturali, sociali ed economici, dando luogo a forme particolari di uso e di costruzione del suolo. Questa immagine, che assume nel piano un'importante valenza progettuale, spezza qualsiasi presunta unitariet� conferita al territorio provinciale evidenziando sia la specificit� e il carattere problematico delle diverse parti di cui il territorio � costituito, sia i sistemi di connessione che tra esse intercorrono.
Spostando il proprio punto di osservazione, il Preliminare propone di osservare l'incrocio fra forme insediative e modi d'uso del suolo, secondo un diverso schema. Il pettine viene accostato da una diversa figura, costituita da tre grandi fasce territoriali poste in senso longitudinale alla costa. La prima � la fascia costiera adriatica lungo la quale si � formata una estesa citt� lineare con un tessuto urbano scarsamente differenziato ed articolato su una maglia ortogonale. Entro questa prima fascia � possibile cogliere una distinzione tra l'area prossima alla costa, prevalentemente turistico alberghiera e residenziale; l'area centrale con caratteri commerciali e direzionali; l'area ad ovest della ferrovia che presenta una situazione tipicamente periferica anche sotto il profilo della commistione fra funzioni diverse. Questo schema per parti longitudinali alla costa si modifica nel caso di Pescara, laddove la citt� ha cominciato a crescere attorno al proprio centro anche secondo un modello per anelli concentrici, invadendo e oltrepassando le colline retrostanti e le poche aree pianeggianti allo sbocco delle vallate. Questa modalit� di crescita del tessuto urbanizzato � in contraddizione con i caratteri fisici del territorio e ha generato la costruzione di uno schema ad anelli di circonvallazione che non riesce ad accordarsi in modo coerente al precedente sistema dei tracciati, n� ad intersecarsi in modo efficiente con la fascia costiera, caratterizzata in senso direzionale, commerciale e turistico o con le due aste della valle del Pescara e della valle del Tavo-Saline, di carattere prevalentemente industriale la prima, industriale artigianale e residenziale la seconda.
La seconda fascia territoriale che il Preliminare riconosce � quella delle zone collinari caratterizzate da un'attivit� edilizia intensa, da case generalmente uni e bifamiliari, localizzate ai margini della rete stradale esistente. L'aderenza ad antiche regole di insediamento che connettono casa e strada, ha generato entro questa fascia territoriale, negli anni pi� recenti, tessuti urbani indifferenziati che configurano anche in questo caso una situazione tipicamente periferica di grande estensione. Il sistema insediativo � qui riferibile a modifiche sensibili della struttura occupazionale e ad un innalzamento dei livelli dei redditi familiari.
Infine la terza fascia � quella delle aree montane nelle quali gli elementi naturali, l'utilizzazione del suolo, le tecniche agricole e l'entit� delle popolazioni insediate hanno dato luogo alla formazione di sistemi insediativi variamente articolati al loro interno che vengono sottoposti a pressioni distorcenti dalle nuove utilizzazioni e in particolare da quelle di tipo turistico ricreativo e dalle nuove strade.
Attraverso questi dispositivi di lettura il tentativo compiuto dal Preliminare del 1987 � stato quello di cogliere differenti situazioni territoriali. Le categorie introdotte, quelle di parte, principio insediativo, situazione, regola, margine sono categorie spurie che attraversano diversi strati analitici e progettuali: quello dell'analisi e della costruzione delle politiche economiche e quello dell'analisi e della costruzione delle politiche sociali.
Il preliminare del 1987 riconosce e progetta uno schema generale del territorio: un grande pettine costiero vallivo che si estende da Montesilvano a Francavilla e prolunga le due aste all'interno della Provincia per un lungo tratto. Questa immagine � ritenuta in grado, in larga massima, di restituire le grandi differenziazioni del territorio. E', come si � detto, una figura analitica e progettuale: permette di riconoscere parti e nel contempo propone per ciascuna di esse linee intrecciate di riorganizzazione delle forme insediative, delle funzioni, della mobilit�. Essa rimane sullo sfondo dei contenuti e delle proposte che si articolano, nel Preliminare 1987 come poi in tutti i documenti successivi, lungo tre ambiti di ragionamento, allora denominati assetto infrastrutturale; assetto insediativo; assetto ambientale.
L'assetto infrastrutturale. Il Preliminare riconosce nell'insieme delle infrastrutture uno dei principali sistemi di relazione tra le diverse parti del territorio, un sistema affaticato da alti livelli di congestione nell'area costiera e sulle aste di fondovalle in prossimit� della costa, dove confluiscono anche i movimenti che hanno origine nell'interno. Per mantenere e migliorare l'efficienza di questo sistema di relazioni, il progetto punta a rendere pi� facile il collegamento tra le due aste della vallata del Pescara e del Tavo-Saline, ad alleggerire il traffico sulle strade di collegamento alla costa e a riorganizzarne la parte interna migliorando complessivamente la comunicazione tra centri minori (tra loro e con la grande viabilit�). Ci� implica la modifica di numerosi tracciati esistenti e l'ideazione di alcune importanti linee di viabilit� aggiuntiva. Tra queste, particolare rilievo assume la strada pedemontana che collega i sistemi territoriali delle pendici meridionali del Gran Sasso, della media vallata del Pescara e delle pendici settentrionali della Majella. Il nuovo tracciato assume funzioni di collegamento sia per le aree pedemontane meridionali sia per quelle settentrionali del Gran Sasso, divenendo anche luogo di una serie di opportunit� localizzative.
L'assetto insediativo. Per quanto riguarda l'assetto insediativo il Preliminare del 1987 concentra la sua attenzione sui due ambiti di fondovalle (da Montesilvano a Collecorvino e da Pescara a Cepagatti). Se in queste parti del territorio, � da riprogettare la coesistenza tra attivit� diverse l� insediate (residenziali, agricole, commerciali, artigianali), in altri luoghi del territori, assai pi� numerosi, la riorganizzazione dell'assetto insediativo sembra doversi misurare con processi di edificazione continua lungo le strade. Lo studio di queste forme insediative � alla base delle indicazioni fornite per la stesura dei piani di competenza comunale, indicazioni orientate ad una strategia di riqualificazione dell'esistente in grado di costruirsi sul recupero degli spazi liberi; sulla ridefinizione dei margini e dei bordi dell'edificazione; sul ridisegno delle aree per servizi e verde attrezzato, le quali a loro volta richiedevano e rendevano possibile una debole, ma chiara gerarchizzazione della viabilit�.
L'assetto ambientale. Per quanto riguarda l'assetto ambientale il Preliminare del 1987 individua quattro grandi temi riconducibili alle zone di riserva e tutela ambientale; alle zone agricole di pregio e all'ambito fluviale; alle emergenze storiche. Riserva e tutela acquisiscono il significato di una riconnessione tra montagna e centri abitati in zone di grande pregio ambientale quali sono le zone del Gran Sasso e della Majella, laddove vengono recepite le indicazioni sulle aree di riserva naturale (per la valle dell'Orfento e quella della Lama bianca) e ne vengono proposte analoghe per la valle del fiume Orta.
La tutela � estesa al paesaggio agrario, agli ambiti fluviali e al patrimonio storico, inteso come l'insieme vasto dei monumenti architettonici isolati, dei centri storici, dei siti archeologici e dei tratturi per i quali si pone il problema della salvaguardia immediata e del censimento dei tratti ancora ripristinabili.
Nell'autunno del 1987, il documento Preliminare cominci� il suo iter procedurale nei modi stabiliti dall'art. 8 della L.U.R. 18/83. Il Piano fu depositato presso le Segreterie di tutti i Comuni della Provincia e pubblicizzato nei termini previsti dalle norme vigenti. In quell'occasione, la Provincia avvi� numerose iniziative per la presentazione e la divulgazione del Preliminare; organizzando assemblee pubbliche con le amministrazioni locali. Furono cos� dibattute le questioni e i temi che il Piano sollevava e, in generale, fu rilevata una sostanziale disponibilit� a recepire le strategie e le regole attuative del Piano. Fu quello un momento assai importante per la Provincia; esso costitu� il primo risultato evidente di un processo di dialogo e di specificazione di competenze tra soggetti istituzionali avviato anni prima con la delega urbanistica ed esteso a enti, associazioni e organizzazioni di rappresentanza, che elaborarono pareri autonomi.
La maggior parte dei comuni della Provincia (39 su 46), adottarono proposte qualificate, dando dimostrazione di pertinenza e di competenza. Alcuni comuni definirono dei veri e propri protocolli di intesa. Altri ricorsero a consulenze specialistiche, dimostrando in ogni caso una partecipazione convinta e formulando nella quasi totalit� dei casi, proposte estranee a logiche prevalentemente localistiche. Soltanto 7 comuni non espressero un parere; il dato potrebbe sembrare di poco conto, se tra questi non fossero comprese amministrazioni che, di l� a poco, avrebbero adottato nuovi e importanti strumenti urbanistici: Spoltore, Manoppello, Cepagatti.
Dalla fine del 1987 all'inizio del 1994 una serie tormentata di vicende amministrative non ha consentito che si costruissero le condizioni perch� il lavoro di progettazione del piano riprendesse con prospettive di sufficiente ampiezza e vigore. Nel frattempo molte cose stavano mutando alla scala nazionale, regionale e locale. Alla prima si consolidava il passaggio di una parte importante delle competenze urbanistiche dalle Regioni alle Province e con ci� si dava avvio ad una ripresa di esperimenti di pianificazione di scala vasta; al livello locale alcuni importanti comuni della Provincia, tra cui Pescara, Citt� S. Angelo e Spoltore, davano avvio a nuovi piani urbanistici o a nuovi piani di settore che avanzavano importanti ipotesi in ordine all'organizzazione urbanistica anche all'esterno dei territori di loro stretta competenza.
Entrambi questi aspetti incontravano una modifica del piano legislativo regionale, definito dalla formulazione, nel 1990, del Piano paesistico regionale; dall'istituzione di due nuovi parchi (del Gran Sasso e della Majella) previsti dalla legge quadro nazionale n� 394 del 1991; dalla redazione di una variante generale al Piano regolatore territoriale del Consorzio per le aree di sviluppo industriale (Asi) Val Pescara (epilogo di un processo assai travagliato iniziato nel 1989); dalla mancata redazione del Piano urbanistico delle Comunit� montane dopo la formulazione dell'inizio degli anni Ottanta di un piano socio-economico non approvato dalla Regione e forse oramai obsoleto. Contemporaneamente venivano elaborati alcuni grandi progetti e venivano poste sul mercato, soprattutto da parte dei comuni di Citt� Sant'Angelo e di Spoltore zone commerciali di grandi dimensioni ed impatto urbanistico; il nuovo mercato agroalimentare di Cepagatti, l'interporto di Manoppello, centri commerciali, ipermercati, centri fieristici e direzionali ed attrezzature turistiche nelle poche aree libere della costa. Si tratta di iniziative che, indipendentemente dalla loro utilit� locale e generale, vengono assunte in modi largamente non coordinati ed in assenza anche di una approfondita e realistica valutazione delle conseguenze, dando per scontata spesso la realizzazione di altri progetti, in particolar modo di infrastrutture, che non verranno poi realizzati o troveranno serie difficolt� ad essere realizzati entro tempi ravvicinati.
Il progetto preliminare � illustrato in un volume del dicembre 1994, dal titolo "Pescara: progetto preliminare del piano territoriale provinciale" e in due tavole in scala 1:60.000 ("Il progetto preliminare" e "La struttura del piano"). L'articolazione del piano rimane sostanzialmente quella definita nel Preliminare precedente, costruita su assetti, schemi direttori, aree di intervento. Si articola e si specifica, invece la strategia cognitiva del piano: riflesso dei cambiamenti che hanno segnato il territorio costiero abruzzese tra gli anni ottanta e novanta.
Le numerose iniziative intraprese, il loro carattere concorrenziale e la loro imprevedibilit� connessa anche al coinvolgimento di centri decisionali pubblici e privati ha indotto il Preliminare del 1994, cos� come molti altri a scala vasta, ad approfondire maggiormente temi di carattere strutturale, ove al termine struttura va assegnato il significato di frame, di trama capace di organizzare e dare senso ad una molteplicit� di fatti tra loro potenzialmente disgiunti. Questo aspetto, gi� esplicito per alcuni importanti elementi nel Preliminare del 1987, assume negli studi successivi, maggiore rilievo. Struttura non � sinonimo di scenario di prima approssimazione, di indicazione di massima, largamente imprecisa e controvertibile come in molti cosiddetti piani di struttura; essa va intesa piuttosto come termine che indica l'insieme dei suggerimenti, di occasioni e di vincoli che gli aspetti pi� stabili ed indeformabili del territorio e dell'insediamento esistente costituiscono per i nuovi interventi. La struttura del territorio quale pu� essere riconosciuta a seguito di ricerche nel tempo lungo dei caratteri fisici, sociali ed economici, � il risultato della selezione di alcuni e non altri elementi che non necessariamente coprono in modo esaustivo l'intero territorio, ma che si sono dimostrati nel tempo capaci di organizzarne la forma, il funzionamento ed il senso complessivo.
Nel frattempo sono mutati anche, sebbene solo in parte, alcuni dei fondamentali scenari del piano. Scenario � termine differente da previsione. Fossimo in grado di compiere previsioni esatte molti dei nostri problemi decisionali sarebbero risolti. Se ricorriamo ad altre tecniche, per scrutare il futuro � perch� le nostre previsioni sono sempre affette da larghi margini di errore. Nei primi anni novanta, alcuni degli scenari del passato si sono dimostrati inattendibili. Ad esempio la formazione di una grande zona industriale a nastro lungo le infrastrutture della valle del Pescara ha mostrato i propri limiti ed � stata fortemente ridimensionata dai fatti e dagli organi regionali. Allora, � parso pi� verosimile che l'industrializzazione lungo la stessa valle desse luogo ad una serie di poli, interrotti da larghi attraversamenti verdi che mettessero in comunicazione i due diversi versanti della valle ed il fiume e che costruissero una sequenza, analoga a quella dei grani di una corona del rosario (immagini e termini questi usati inizialmente ed in modi diversi da Astengo e poi dal Preliminare del 1987). Il futuro del territorio della Provincia appariva, per molti aspetti, fatto anche di una serie di centri interni in moderata crescita, del consolidarsi degli inizi di strade mercato, di aree industriali dismesse destinate a nuove attivit�, principalmente commerciali.
Cos�, l'osservazione del territorio e del suo mutamento ha fatto nascere l'esigenza di prendere in esame anche politiche altre, che si affiancassero a quella urbanistica. Nella costruzione del Preliminare del 1994 assai pi� spazio � stato dedicato allo studio delle condizioni socio-abitative; alle morfologie sociali e alle forme della mobilit�. La strategia di ascolto si � estesa alle immagini che del territorio, della societ� e della politica, venivano formulate, nella convinzione che ci� fosse utile a capire il sistema delle aspettative e il suo prendere corpo entro alcune pi� generali immagini della realt� sociale e dei suoi rapporti con lo spazio. Di tutto ci� il volume del dicembre 1994 d� conto in modo puntuale.
Il volume del Preliminare di piano e il Quaderno socio-economico che lo ha accompagnato, permettono di rileggere uno sfondo per alcuni versi chiaramente differente rispetto a quello restituito dalle indagini degli anni ottanta. I dati del censimento del 1991 hanno confermato, ad esempio, la redistribuzione della popolazione dalla costa e dalle valli pi� consolidate ed urbanizzate a quelle meno dense; la riduzione del primato di Pescara a favore dei comuni vicini e dei centri di collina; una crisi demografica dei centri di montagna con una popolazione sempre pi� anziana. La popolazione di Pescara si stabilizzava ed i livelli massimi di crescita erano ora anche a Cappelle, Cepagatti e Moscufo, oltre che a Spoltore e Montesilvano. Ci� faceva immaginare differenti rapporti anche tra le diverse amministrazioni, un minor grado di centralismo, una maggiore attenzione futura alla specificit� delle differenti parti del territorio provinciale ed alle loro possibilit� di sviluppo.
Indagare la morfologia della popolazione residente nel suo insieme e per contesti territoriali � una mossa che prelude alla costruzione di politiche disaggregate che sappiano cogliere le differenze. Riconoscere, ad esempio, le "aree interne di marginalit�" della montagna, l'"area collinare aprutina", con una connotazione assai vicina a quella idealtipica delle aree della Terza Italia, l'"alta valle del Pescara" ove si riconoscono alcune polarit� urbane, la "media valle" tradizionalmente legata all'industria ed in via di trasformazione, la "cintura urbana metropolitana" con le sue varianti urbano-industriale-artigianale o urbano-terziaria-impiegatizia, infine il "core urbano metropolitano" di Pescara ha corrisposto, nel Preliminare del 1994 ad uno sforzo per immaginare politiche differentemente tematizzate in ciascuna delle aree.
Il Preliminare del 1994 conferma l'immagine interpretativa formulata nei documenti precedenti, con alcune importanti specificazioni. L'immagine dei rebbi, quella delle fasce che dal mare risalgono le colline non sono messe in discussione dai nuovi studi. Analogamente non � messa in discussione la strategia generale di allora, la scelta di luoghi sui quali concentrare l'attenzione ed approfondire la discussione. Ma queste immagini non permangono immutate ed incrociano alcune spinose questioni.
Cos�, all'immagine del pettine marchigiano-abruzzese � parso riconducibile il dibattito, svolto a partire dagli anni '60, in ordine all'idea di una strada transcollinare, pedemontana. Le ragioni che hanno mosso la discussione sono, da una parte, l'esistenza di centri interni come S. Marino, Urbino, Fabriano, Ascoli, Macerata sedi di importanti attivit� e istituzioni che unite da una strada parallela alla costa potrebbero rovesciare la vita della regione all'interno, recuperando centri che, nel tempo, ne hanno organizzato la vita civile; dall'altra, l'osservazione che i tipi d'intervento analoghi, nel tempo, hanno sempre avuto configurazione di grande peso e impatto ambientale. Un tale dibattito obbliga ad un ripensamento profondo dell'immagine del pettine, soprattutto quando su di essa si trovano a gravare grandi attrezzature territoriali, quali ad esempio, l'interporto. Una riformulazione meno parziale di questo problema dovrebbe partire in prima istanza dal tentativo di dare risposta alla questione se sia pi� coerente al funzionamento del territorio pescarese un'idea di maglia o un'idea di pettine; in secondo luogo dalla precisazione di gerarchia, temi, spessori, caratteri del manufatto stradale in questione.
Anche da questo punto di vista, � evidente come la ricostruzione del territorio pescarese passi in grande misura attraverso il recupero e la ristrutturazione della maglia viaria: della maglia stradale minuta; delle strade antiche come la Tiburtina; dell'asse attrezzato nei suoi diversi tratti.
Ma la nuova attenzione alla manutenzione della maglia viaria non � l'unico rilevante spostamento tematico introdotto nel nuovo Preliminare. Altre accentuazioni sono esito di percorsi di lettura che con l'avvio del nuovo progetto sono stati intrapresi. In particolare le indagini paesistico ambientali hanno in questa fase del lavoro costituito uno sfondo importante di riferimento per le diverse ipotesi progettuali. Temi e problemi ambientali hanno in parte modificato la mappa strategica ridefinendone le priorit�.
Le progetto di piano contenuto nel Preliminare del 1994 si articola nella definizione di tre assetti (paesistico-ambientale, insediativo, infrastrutturale), di alcuni progetti direttori e di numerose aree di intervento.
Gli assetti. Come nel Preliminare del 1987, anche in quello successivo, i tre assetti proposti sono da intendersi come selezione degli elementi strutturanti e delle regole di costruzione delle diverse parti di territorio. Il diverso ordine con il quale nel piano vengono esposti � anche indice di priorit� che vanno precisandosi. Di ciascuno di essi sono qui richiamiati gli elementi principali.
L'assetto ambientale ha lo scopo di fissare elementi e regole utili a favorire il riequilibrio ambientale delle aree degradate e a mantenere le aree caratterizzate da un alto livello di stabilit� ecologica. La qualit� ambientale del territorio � immaginata come il prodotto (non pi� a somma o sottrazione) tra queste due classi di interventi possibili. Il rapporto tra riequilibrio e mantenimento rinvia a quello storico-morfologico, tra alta collina-montagna-fondovalle: � il sistema ambientale costituito dalle relazioni tra costa, valli fluviali, prima fascia collinare ad essere caratterizzato da un forte degrado fisico-biologico delle risorse primarie aria, acqua, suolo, mentre da questo stesso punto di vista il sistema montano ed alto collinare mostra straordinari caratteri di equilibrio. Ci� specifica i criteri di intervento: nelle aree di maggiore equilibrio appare importante definire precisamente il sistema di regole in grado di orientare le trasformazioni ammissibili; mentre nelle aree segnate da degrado, appare utile operare in forma diretta con progetti in grado di indirizzare le trasformazioni verso gradi accettabili di qualit� ambientale. Regole e progetti, nel loro insieme, costruiscono la rete normativa dell'assetto ambientale. Una rete che a sua volta si specifica su quattro temi: la cura del reticolo idrografico; il recupero delle cave; il recupero della continuit� interrotta con la costa; la rilettura dei sistemi ad alta permanenza storica.
L'assetto infrastrutturale. Sull'assetto infrastrutturale il nuovo Progetto preliminare presenta, rispetto al Preliminare del 1987, molti elementi di continuit�, sia nella lettura dei problemi (il congestionamento dell'area costiera, ma anche una migliore progettazione dei manufatti stradali, delle loro caratteristiche tecniche, delle attrezzature connesse alle strade), sia nella struttura delle proposte. L'immagine di fondo che il progetto propone � quella della costruzione di una rete, debolmente gerarchizzata in relazione alle caratteristiche delle sezioni, quindi al tipo e quantit� di traffico. Essa dovrebbe permettere di decongestionare l'attuale struttura a pettine del sistema infrastrutturale, riconfigurando un progetto complessivo del sistema viabilistico a partire, in primo luogo, dai tratti gi� esistenti. Uno degli esiti pi� importanti della struttura a rete � quella di consentire il miglioramento delle relazioni trasversali, in particolare le relazioni tra la vallata del Pescara e quella del Tavo-Saline. Un tale miglioramento dovrebbe essere conseguito attraverso diversi tipi di intervento su assi gi� esistenti cui si affianca la previsione di nuovi assi infrastrutturali. In questa prospettiva diventano rilevanti il prolungamento dell'asse di circonvallazione fino al raccordo di Silvi oltre Montesilvano, cos� come la realizzazione di un nuovo collegamento che utilizza alcuni tratti di viabilit� gi� esistenti e che collega la zona di Cavaticchio sulla val Pescara con la zona di Congiunti sulla valle del Tavo-Saline raccordandosi poi al fondovalle del Fino. Nell'area intermedia collinare il progetto Preliminare ripropone un progetto di adeguamento e ristrutturazione della statale n. 81. Un progetto difficile che necessita di essere precisato sia nei suoi termini generali, sia rispetto alle soluzioni tecniche possibili, in relazione alle previsioni contenute nei piani provinciali limitrofi. A monte il piano prevede un'articolata serie di interventi di ristrutturazione di assi viari esistenti che nel loro insieme si costituiscono come la Strada dei due parchi. Per quanto infine riguarda gli interventi sulla struttura a pettine, gli elementi di progetto pi� importanti sono costituiti dalla previsione di una metropolitana leggera da realizzarsi lungo la costa e lungo la valle del Pescara fino all'altezza di Chieti Scalo; dalla sistemazione della Tiburtina; dal prolungamento dell'asse attrezzato fino al suo raccordo con l'interporto. Nella valle del Tavo il Preliminare propone l'adeguamento dell'asse stradale di fondovalle, cui si accompagna l'idea di una filovia su gomma che in parte riutilizzi il vecchio tracciato dell'asse ferroviario tra Penne e Montesilvano e si raccordi con la previsione di metropolitana costiera.
L'assetto insediativo. Una delle indicazioni pi� rilevanti che il Piano territoriale � tenuto a dare ai singoli comuni riguarda il dimensionamento dei piani. Ogni riflessione in questo senso appare astratta quando non sia commisurata ad un attento riconoscimento delle diverse strutture insediative, delle forme e dei principi che le caratterizzano: � solo a partire dalle forme dell'insediamento e dai principi insediativi che le definiscono che � possibile valutare le dimensioni di una possibile espansione. Questa prospettiva richiama il concetto di sostenibilit�, nato da questioni attinenti gli aspetti ambientali, ma che pu� essere esteso a tutti i fenomeni di trasformazione del territorio. Il Preliminare del 1994 effettua una distinzione tra i diversi tipi di tessuto esistenti, ciascuno dei quali � associato a possibili sfere di intervento. Vengono cos� riconosciuti e indicati i tessuti storici, articolati in centri di alto promontorio, di basso promontorio e di crinale; i tessuti consolidati; i tessuti non consolidati; le edificazioni lineari. Ma il progetto interviene in maniera pi� incisiva sulla struttura insediativa attraverso i diversi schemi direttori molti dei quali affrontano temi di riorganizzazione complessiva delle strutture insediative, in special modo quelli riguardanti la citt� costiera e le strutture insediative di fondovalle.
Schemi direttori e aree di intervento. La struttura del Preliminare del 1994 delineata negli assetti ambientale, infrastrutturale e insediativo � ulteriormente precisata nei progetti direttori. Il piano si articola in quattro progetti direttori.
Il primo concerne l'area costiera che in questo piano assume maggiore spessore, investendo da un lato il lungomare, dall'altro l'intera struttura del sistema del verde urbano e delineando diversi temi di progetto: il tema del lungomare, del suo ridisegno e della riqualificazione funzionale del tessuto che lo borda; il tema dell'asse centrale della citt�, luogo della ridefinizione di una centralit� lineare; il tema della connessione eco-biologica tra area costiera ed il resto del territorio. Il tema della connessione eco-biologica e quello della ristrutturazione del sistema lineare costiero si integrano: i due assi centrali terminano e sono bloccati da due grandi aree verdi: l'area della foce del Tavo-Saline a nord e l'area della pineta D'Avalos ed il colle di San Silvestro a sud. Dall'area delle colline di Pescara una serie di penetrazioni verdi attraversano l'area urbana fino a ricollegarsi con la pineta litoranea e con il mare.
Un secondo schema direttore riguarda la valle del Pescara che assume in questo piano maggior rilievo nell'immagine complessiva del territorio in relazione sia alle dinamiche insediative che la concernono, sia ai processi di valorizzazione legati alla localizzazione di importanti strutture di scala territoriale. Anche in questo caso il progetto assume uno spessore maggiore e una differente connotazione nella bassa, media e alta valle. I temi affrontati in questo schema direttore sono differenti: nella bassa valle il tema � quello della complessa conurbazione lineare tra Pescara e Chieti, il progetto tende a strutturare questa conurbazione interrompendola con elementi trasversali dai caratteri differenti a seconda delle differenti situazioni insediative. Scendendo verso l'area di foce la ridefinizione dell'area del fiume assume caratteri di un vero e proprio parco urbano concluso dal porto canale. Lungo l'alta valle del Pescara il progetto assume come elementi lineari di relazione il corso del fiume e la strada Tiburtina, concentrando le aree d'intervento a ridosso delle due zone di confluenza del fiume Pescara e dei torrenti Alba, Lavino e Nora. Altri temi sono definiti nell'alta valle: quello della interruzione dei processi di edificazione lineare che si stanno sviluppando con quantit� consistenti lungo le due strade di fondovalle; quello del recupero ambientale delle aree di escavazione e quello della creazione di ben delineati punti di accesso al sistema montano della Majella.
Un terzo schema direttore riguarda la valle del Tavo-Saline una vallata che ha fondamentalmente una doppia articolazione e trova la sua cerniera nella zona di Congiunti sulla quale il Piano individua un'area di intervento. Da questo punto di incrocio di diverse direttrici (la costa, la val Fino, la direttrice di connessione con la vallata del Pescara), si possono individuare e distinguere due tratti separati. Il primo tratto, verso Montesilvano, � connotato dal tema della riqualificazione ambientale del fiume. Nel secondo tratto che arriva fino a Penne, ai temi di definizione insediativa lungo il fondovalle si aggiungono quelli dell'insediamento diffuso che in quest'area trova la massima espansione e un fitto intersecarsi con il sistema dei collegamenti. Questo tema � di grande rilievo per un'area che trova nell'imbuto del fondovalle una condizione strutturale. In rapporto a ci� il Piano propone la realizzazione di una filovia su gomma, il cui tracciato potrebbe ripercorrere per ampi tratti, quello della vecchia ferrovia Penne - Pescara smantellata negli anni '60.
Infine, un quarto schema direttore riguarda la cosiddetta Strada dei due parchi: un tracciato finalizzato alle esigenze di un turismo colto, organico alla tutela dei luoghi. La Strada dei due parchi mette in relazione realt� territoriali da sempre distanti e profondamente diverse, quali sono le realt� del Gran Sasso e della Majella; attraversa punti notevoli per qualit� naturali, paesaggistiche e storiche; diventa occasione di lettura didascalica del territorio. Questa strada non si pone obiettivi di rifunzionalizzazione dei flussi, percorre tracciati esistenti, sedimentati, il suo � un percorso lento adatto all'osservazione, alle soste, al ristoro. Non dispone ad un uso frettoloso, � un itinerario tranquillo che induce alla curiosit�, alla conoscenza e al rispetto del contesto. Questo suo carattere dovr� essere necessariamente enfatizzato dal dettaglio e dalla specificit� progettuale. Tutto dovr� essere progettato, le sue scarpate, le sue cunette, gli spazi di sosta, le siepi, le alberature, gli affacci, perfino la segnaletica. Essa dovr� costruire un modello di fruizione del Parco, un riferimento organizzativo per le sue funzioni e le sue regole.
La Legge urbanistica regionale n. 18 risale al 1983, ma � solo a partire dagli anni novanta che si � registrata la produzione di nuovi strumenti urbanistici. Alcuni dei nuovi piani, tentano di introdurre alla scala comunale elementi di riflessione e temi di progetto coerenti con indicazioni e suggerimenti formulati entro la lunga vicenda del piano territoriale e nei suoi documenti. Per altri versi permangono in alcuni di essi, residui atteggiamenti di occupazione massiccia delle aree pi� appetibili, per posizione e facilit� di accesso. Nonostante la maggiore accuratezza delle analisi evidenzi la consapevolezza dell'importanza dei beni di carattere storico, ambientale e paesaggistico, non sempre � leggibile la corrispondenza tra ci� e il progetto. Inoltre le zone agricole vengono spesso escluse dalla disciplina normativa.
Temi ricorrenti dei nuovi piani sono: l'individuazione di nuove attivit� (generalmente culturali e di indotto-ricettivo) per il riuso del patrimonio edilizio esistente dei centri storici e pi� in generale la valorizzazione dei beni locali nell'accezione pi� ampia del termine; la volont� di contenimento e riqualificazione dell'edificazione residenziale urbana; l'attenzione alla coerenza tipologica della nuova edificazione che si esprime nella predisposizione di abachi; la progettazione di una viabilit� differenziata; la ricerca di differenti modalit� attuative del piano che vengono individuate per la residenza nell'intervento diretto condizionato e nel comparto edificatorio convenzionato (di iniziativa privata); per le aree produttive nella predisposizione di progetti unitari di intervento o nei comparti edificatori (di iniziativa privata), o nei P.P. (anche di iniziativa pubblica); l'affermazione di un'indispensabile autonomia gestionale ed economica del proprio territorio, ricercata attraverso accordi di programma con attori pubblici e privati principalmente per le attivit� produttive-commerciali-direzionali.
Il Piano regionale paesistico � stato redatto, adottato ed infine approvato dal Consiglio regionale il 21 marzo 1990 secondo le procedure introdotte dalla legge urbanistica regionale per i Piani di settore. Esso interpreta e suddivide il territorio regionale abruzzese in "ambiti paesistici" (montani; costieri e fluviali) per ciascuno dei quali individua differenti zone di tutela, determinate in base al grado di conservazione, trasformazione ed uso delle unit� paesistiche e degli elementi naturali. Si hanno cos� quattro modalit� di intervento che vanno dalla conservazione totale, alla trasformabilit� (mirata e condizionata), fino alla trasformazione a regime ordinario. In questo modo tutte le parti del territorio sono rapportate al valore ambientale ad esse attribuito e ai vincoli che questo valore comporta rispetto agli usi possibili. Il Piano individua inoltre delle "aree di complessit�", per le quali prevede modalit� attuative che fanno riferimento a piani di dettaglio (Progetti speciali territoriali).
Il territorio della provincia di Pescara, per la sua particolare conformazione, � interessato dall'ambito costiero ("costa pescarese"); dagli ambiti montani del Gran Sasso e della Majella-Morrone; dagli ambiti fluviali dei fiumi Tavo-Fino e dei fiumi Pescara-Tirino-Sagittario e per una piccolissima parte dall'ambito fluviale del fiume Aterno. Numerose sono le "aree di complessit�" che il piano regionale paesistico prevede. Esse concernono le foci del fiume Piomba e del fiume Saline; le cave dell'area di Lettomanoppello-Manoppello; il fiume Pescara; la collina di S. Silvestro e del colle S. Donato di Pescara; l'area del Quartiere n. 3 di Pescara; il bacino sciistico interprovinciale Passo Lanciano-Maielletta. Solo il Progetto speciale territoriale di quest'ultima area si trova in una fase avanzata dell'iter previsto dalla Legge urbanistica regionale per l'approvazione.
I due parchi nazionali del Gran Sasso-Laga e della Majella, previsti dalla legge quadro nazionale sulle aree protette n. 394 del 1991, interessano quasi la met� dei Comuni della provincia di Pescara. Attualmente sono operanti i perimetri definitivi, la cui precisazione � seguita a numerosi aggiustamenti e modifiche a partire dal 1992. I perimetri provvisori sono stati definiti in base anche ad una serie di consultazioni con la Regione, le Province e i Comuni interessati. La Provincia di Pescara, in particolare, ha elaborato proposte migliorative tenendo conto delle indicazioni e delle previsioni contenute nel documento Preliminare del 1987. Ma al di l� della pur faticosa definizione dei confini, non sono stati definiti n� il Piano del parco che compete al Consiglio direttivo dl parco, n� il Piano pluriennale economico e sociale che compete alla Comunit� del parco. La loro assenza ha reso necessario anticipare alcune scelte. Cosa che il piano territoriale ha cercato di fare fin dalla definizione del Preliminare del 1987 e di quello del 1994, ponendo particolare attenzione alla rete di connessioni che possono essere costruite tra la montagna e i suoi centri abitati; tra un parco e l'altro; tra entrambi e il resto del territorio.
Il Piano ASI interessa un territorio molto vasto che comprende anche parti della provincia di Chieti. E' stata approvata degli organi competenti della Regione Abruzzo, la Variante generale al P.R.T. dell'ASI "Val Pescara", ultima (ma forse non definitiva) tappa di un processo pianificatorio travagliato, iniziato nel 1989 con un progetto preliminare che la Regione approv� vincolando la fase successiva ad un insieme di prescrizioni puntuali e pertinenti. Il Piano definitivo venne dichiarato improcedibile dagli stessi organi regionali (1992) obbligando il Consorzio ad una nuova proposizione che � quella in corso ed alla quale facciamo riferimento in questo contesto. Il nuovo progetto di Variante, si fonda su due questioni principali: la revisione delle modalit� con le quali reperire nuove aree ed un loro consistente ridimensionamento in termini di occupazione di suolo. Le vicende assai travagliate del Consorzio hanno bloccato in questi anni non solo qualsiasi attivit� di pianificazione autonoma, ma anche qualsiasi strategia coerente, rendendo la paralisi del consorzio, uno dei maggiori problemi per lo sviluppo locale.
Nel territorio della Provincia insistono due Comunit� montane, denominate "Zona - I - Vestina" con sede a Penne e "Zona - L - Majella-Morrone", con sede a Caramanico. Alla prima appartengono 14 Comuni riferiti geograficamente alla fascia pedemontana del Gran Sasso pescarese. Nella seconda sono raggruppati 12 comuni dell'altra area montana. Complessivamente, quindi, pi� del 50% dei Comuni della provincia rientra nella giurisdizione delle Comunit�. Entrambe le Comunit� montane hanno adottato all'inizio degli anni '80 un Piano socio-economico, inteso, allora, come strumento utile ad avviare una corretta politica di sviluppo. Ma questi strumenti, solo adottati, sono negli anni invecchiati senza essere resi esecutivi. Cos�, l'assenza di specifici strumenti di piano ha caricato il Piano territoriale, fin dalle fasi dei suoi due preliminari, del compito di individuare indirizzi efficaci e coerenti con le aspettative e i programmi delle due Comunit�.
La Provincia di Chieti si � dotata nel 1996 di un Piano territoriale di coordinamento attualmente in fase di approvazione da parte della Regione. Il piano riprende i contenuti del documento preliminare del 1990 costruito sul tentativo di portare a coerenza le numerose indicazioni che molti strumenti a livello territoriale hanno formulato negli anni recenti per il territorio chietino. Riunire queste indicazioni, renderle compatibili, integrarle e dare loro leggibilit� � operazione che ridefinisce il senso e l'articolazione stessa del piano. Per ci� che attiene l'organizzazione territoriale, il documento distingue tre grandi ambiti ai quali riferire la pianificazione: la costa; la fascia intermedia collinare (in cui sono compresi l'ambito territoriale Chietino-Ortonese con l'area metropolitana Chieti-Pescara; l'ambito del Sangro e quello Vastese) e la zona interna. Le grandi opzioni del piano sono relative a tre questioni tematiche: la tutela e la salvaguardia dell'ambiente e del paesaggio; la razionalizzazione dell'assetto territoriale; il governo e la gestione del territorio. Due scelte sono particolarmente rilevanti nella trasformazione del territorio chietino: la costruzione di una maglia infrastrutturale prefigurata attraverso il telaio della grande viabilit�, costituita da due assi primari longitudinali (uno dei quali, di progetto, � nominato transcollinare) e da cinque assi trasversali ai primi due: tre principali, posizionati nelle vallate principali della provincia (le vallate dell'Alento, del Sangro e del Trigno) e due secondari avventi funzioni di primo raccordo della viabilit� minore. La maglia infrastrutturale riconfigura totalmente la fascia intermedia collinare come un'area articolata al suo interno, ma ben riconoscibile, nella quale l'armatura urbana va riqualificata in modo da limitare ulteriori dispersioni insediative giudicate in modo assai critico. Accanto all'armatura infrastrutturale il piano definisce (questa � la seconda scelta rilevante) un'armatura produttiva della provincia individuandone tre poli nell'area del Chietino Ortonese, in quella del Sangro-Aventino e in quella del Vastese. I tre poli coincidono con i territori dei rispettivi Consorzi.
Il Preliminare della provincia di Teramo costruisce la propria ipotesi di assetto territoriale in stretto riferimento a quello esistente e alla pianificazione in atto. L'ipotesi progettuale, proposta a livello ideogrammatico, si concretizza in tre elementi ordinatori dell'assetto: gli assi infrastrutturali delle direttrici di sviluppo; gli ambiti di localizzazione; gli elementi dell'organizzazione turistica. In riferimento al primo insieme di elementi sono individuate e gerarchizzate le direttrici di sviluppo. Tra esse la transcollinare, riletta come occasione di riequilibrio territoriale. In riferimento al secondo insieme di elementi (denominati "ambiti di localizzazione") sono specificate le destinazioni produttive (esistenti e di progetto) in relazione al sistema delle attrezzature e dei servizi a scala comprensoriale. In questo contesto viene dato ampio risalto al sistema urbano Teramo-Ascoli. Infine, nella definizione degli elementi dell'organizzazione turistica vengono riconosciuti come elementi principali il sistema dei centri storici e delle aree di maggiore uso turistico.
La costruzione di questo progetto ha sollevato alcune questioni. Da un lato esse attengono la natura e il senso di uno strumento alla scala vasta, le forme di governo che ad esso possono riferirsi e il rapporto che queste riescono a mantenere con le attuali forme di governo a livello intermedio. Dall'altro lato esse attengono l'interpretazione e la descrizione di un territorio che ad uno sguardo sufficientemente attento, pare segnato in modo radicale da fenomeni opposti di concentrazione e dispersione degli insediamenti. Queste questioni hanno ridefinito la forma stessa del piano, oltre che i suoi contenuti e le scelte che lo connotano.
Gli studi per il Piano territoriale di coordinamento della Provincia di Pescara sono iniziati quando poche erano le esperienze maturate in questo campo e la legge 142 non era stata ancora adottata. Nella sua formulazione finale il piano si staglia su uno sfondo affollato di esperienze, alcune delle quali concluse, altre definite, altre ancora appena formulate. I piani provinciali sono oggi nel loro complesso numerosi e molto diversi gli uni dagli altri per impostazione e struttura del ragionamento. Non � facile ordinare queste esperienze per capire quali indirizzi la pianificazione a grande scala stia oggi assumendo.
La dispersione lungo linee concettuali e pratiche differenti ha molte ragioni. Forse essa � principalmente da imputare alla normativa, sia perch� di regione in regione essa mostra slittamenti significativi, sia perch� la stessa legge di trasferimento delle competenze urbanistiche alla provincia mostra alcune evidenti inadeguatezze, ridisegnando in merito alla pianificazione provinciale, quello che secondo alcuni studiosi si configura come un <<piano molto 'anni 60, con riferimenti alle vocazioni territoriali e ai riequilibri e con la tendenza a zonizzare il territorio cui sarebbe sovraordinato>>. Uscire da tali impostazioni non si � rivelata cosa semplice. Anche perch�, a pi� di dieci anni dall'avvio di questa nuova stagione di sperimentazione e a sette dalla normativa che la impone, ancora non � chiaro cosa il piano territoriale possa o debba essere. Mentre il piano regolatore generale si � costruito, negli anni 80, una nuova "forma", il piano territoriale di coordinamento ha ancora oggi un'identit� molto incerta. Tre aspetti sembrano cruciali per discutere ed eventualmente ridurre questa incertezza.
La scala vasta impone la centralit� dei temi della descrizione, ma la descrizione usa nella maggior parte dei casi, ancora oggi canali tradizionali. Descrizioni sperimentate a scala urbana sono riproposte a scala territoriale. Oppure si fa ricorso e si conferisce centralit� a forme di rappresentazione consolidate senza uscirne in modo sostanziale, come avviene quando un piano territoriale si costruisce sostanzialmente sul mosaico dei piani. Rimane aperto il problema dell'individuazione di descrizioni che siano congruenti specificamente a questa scala. La scala vasta impone in secondo luogo un ragionamento sul rapporto con altri enti. Ma questi legami sono deboli e problematici quando non sono racchiusi nelle rigidit� di un mosaico dei piani. Anche su questo aspetto � possibile osservare un'uscita comune, quella costruita attorno ad un progetto di piano che sia in grado di funzionare a tante scale. Anche qui � per� opportuno chiedersi quanto una soluzione di questo tipo possa essere elusiva del rapporto difficile con i comuni, quanto possa lasciare aperte altre forme di dialogo che non siano del tutto esornative. Infine, la scala vasta impone una riflessione sui nuovi strumenti che sempre pi� frequentemente sono utilizzati per promuovere politiche di sviluppo locale e che per loro natura e per la natura dei problemi che affrontano, non possono essere costretti entro confini amministrativi troppo stretti. Si tratta di strumenti numerosi, istituiti a livello comunitario, nazionale e regionale, spesso fonte di cospicui finanziamenti per uno spettro molto ampio di azioni orientate al sostegno dello sviluppo locale. Sono i patti territoriali, gli accordi di programma, i piani d'area. Le esperienze gi� avviate hanno mostrato il rischio di un loro utilizzo settoriale, slegato da logiche di pianificazione territoriale. Quasi che logiche di pianificazione e logiche di sviluppo costituissero due prospettive differenti (e conflittuali) per pensare all'organizzazione del territorio.
Come gli altri piani territoriali, anche il Piano territoriale per la provincia di Pescara si misura con queste tre aree problematiche. Il modo con il quale esse sono affrontate rimanda per alcuni aspetti alle esperienze gi� fatte, per altri se ne discosta.
a.) Il Piano cerca di articolare pi� forme di descrizione che siano selettive, mediate, rilevanti. Che sappiano cogliere le permanenze, ma anche i mutamenti che hanno investito il territorio di cui si occupa. Sono le stesse dimensioni problematiche assunte come centrali nel piano (la dimensione ambientale, funzionale, insediativa e sociale) ad imporre una strategia articolata che si pone alla ricerca di eventuali congruenze. Congruenze e non coincidenze, cos� come nelle strategie funzionaliste che postulano una rispondenza esatta tra strati descrittivi e cognitivi nei quali articolano i fenomeni che osservano. La nozione di congruenza introdotta nel dibattito sociologico pare adeguata ad un'impostazione che si muove entro un campo complesso quale � quello dei rapporti tra spazio e societ�. Cos� il piano rinuncia ad un solo percorso descrittivo, muove fonti e tecniche di natura differente: quella dell'analisi statistica e quelle dell'analisi morfologica, il rilevo ambientale e le indagini qualitative sugli attori, sul modo in cui essi percepiscono i problemi e le risorse delle situazioni entro le quali agiscono. Ci� non significa che il piano rinunci ad adottare un punto di vista specifico che rimane, nella lunga storia di questo piano, saldamente costruito attorno ad una riflessione sulla forma del territorio costiero adriatico, sulle sue peculiarit� e sui suoi problemi. E' a partire da questo punto di vista che il piano organizza una strategia cognitiva e progettuale che �, in primo luogo, un modo per ordinare conoscenze, problemi, tentativi di loro soluzione, per capire il ruolo di ciascuna e il significato che essa assume rispetto ad una visione pi� generale.
b.) Il Piano affronta il problema del rapporto con la pianificazione a livello locale proponendo ad essa un'immagine forte e stabile dell'organizzazione del territorio. Un'immagine che distingue territori diversi, diverse ecologie, pi� numerose di quanto non siano state quelle individuate alla fine degli anni '80, perch� pi� numerosi sono i problemi che il piano deve affrontare, pi� specifiche le indicazioni che pu� formulare per la costruzione della pianificazione locale. Le ecologie sono il modo con il quale il piano articola un disegno coerente che ha valenza interpretativa e progettuale. Un disegno che tenta di comporre i numerosi interessi che oggi si esprimono sul territorio, indicando come possano essere composti gli uni nei confronti degli altri e delle condizioni materiali, ambientali e sociali che connotano il territorio. Questo disegno vuole essere condiviso, ma pu� essere adattato e migliorato nel corso del tempo. Esso permette di assolvere i compiti che la legislazione affida al Piano territoriale ponendolo come strumento di indirizzo e coordinamento della pianificazione locale. E' solo a partire da un quadro convincente e condiviso dei problemi e delle risorse del territorio, che risulta credibile costruire linee guida per la pianificazione locale semplici, coerenti ed efficaci.
c.) Infine il Piano affronta il terzo dei nodi indicati, quello che attiene la costruzione di politiche in grado di rendere concrete le indicazioni del piano attraverso uno stretto rapporto con il Progetto per le politiche di sviluppo locale. Il Progetto per le politiche di sviluppo locale � lo strumento attraverso il quale l'Amministrazione Provinciale assolve il compito di promuovere e guidare politiche orientate al sostegno e allo sviluppo dell'economia locale, sfruttando a pieno il ruolo di coordinamento che la legislazione le affida. Il rapporto tra Piano territoriale comprensoriale e Progetto per le politiche di sviluppo locale � un rapporto di reciproca tensione, di dialogo aperto tra strumenti finalizzati ad una coerente politica per il territorio. Il Progetto per le politiche di sviluppo organizza le proprie indicazioni a partire dal Piano territoriale entro il quale trova alcuni principi generali di funzionamento del sistema ecologico ambientale, di razionalizzazione e manutenzione infrastrutturale, di organizzazione degli insediamenti e alcuni vincoli non negoziabili. Il Piano territoriale trova nel Progetto per le politiche di sviluppo locale la possibilit� di avviare nei settori della piccola impresa e del turismo (i due settori dei quali il progetto si occupa) azioni concrete di mobilitazione degli attori coerenti con le indicazioni che esso offre, cercando di creare una convergenza da parte degli attori pubblici e privati attorno ad alcuni obiettivi generali di sviluppo, attorno alle modalit� concrete con cui perseguirli, ai criteri e ai metodi di valutazione delle differenti proposte; mantenendo un solido riferimento entro temi territoriali.
E' sulle tre questioni generali indicate al punto precedente che si sono costruite le forme d'azione del Piano territoriale provinciale. Sistemi, schemi direttori e indirizzi alla pianificazione locale sono tre forme d'azione parallele e integrate che il piano assume come strumenti di governo delle trasformazioni.
I sistemi definiscono il ruolo e le prestazioni delle diverse parti del territorio, indicando le attivit� compatibili ed incompatibili con queste ultime, in questo modo fornendo indicazioni per il dimensionamento dei piani locali che si aggiungono a quelle che il piano definisce in altre sue parti. Ai sistemi ambientale e della mobilit� fanno riferimento prescrizioni puntuali, relative a tutto il territorio, tese a raggiungere e mantenere il miglior funzionamento ecologico e delle infrastrutture. Le prescrizioni sono formulate relativamente ai singoli materiali che costituiscono i due sistemi, ma le politiche definite dall'insieme di queste prescrizioni non sono settoriali in senso tradizionale. Rispondendo ad accezioni ampie delle nozioni di ambiente e infrastruttura, trattano aspetti differenti: cos� una politica ambientale costruir� connessioni ecologiche in grado di valorizzare il sistema dei centri antichi o delle emergenze storico-archeologiche, mentre una politica della mobilit�, lavorando sui rapporti tra infrastrutture e attrezzature, sar� in grado di mantenere e rimodellare l'armatura urbana che costituisce la trama insediativa della Provincia.
In rapporto ad alcuni temi cruciali nell'organizzazione del territorio il piano prescrive la progettazione di schemi direttori che potranno essere sostenuti da accordi di programma promossi dalla Provincia, ma che investono tutti i soggetti istituzionali e non che hanno interessi in riferimento ad essi. Il principio che gli schemi direttori vogliono enunciare � che il Piano impegna in primo luogo l'Amministrazione che lo promuove svolgendo, rispetto a progetti complessi che necessariamente investono pi� soggetti, un ben definito ruolo di regia.
Infine, per ci� che concerne la pianificazione locale, sono definiti i comuni obbligati alla redazione del piano urbanistico e le modalit� di redazione di quest'ultimo, con particolare attenzione al dimensionamento delle nuove residenze, attrezzature e industrie. Il Piano territoriale non definisce criteri di tipo quantitativo che generalmente sono costruiti su previsioni di processi demografici ed economici, gli andamenti dei quali non sempre obbediscono alle regolarit� statistiche. Si � preferito percorrere un diverso sentiero, fornendo alle amministrazioni locali criteri di natura insediativa, morfologica e ambientale con i quali � possibile valutare fino a che punto un aumento delle abitazioni, delle aree industriali e delle attrezzature � compatibile con una determinata forma insediativa. Il dimensionamento si dovr� rapportare inoltre ad alcuni principali problemi che il Piano contribuisce a definire. Criteri e problemi non riguardano l'intero territorio provinciale, ma alcune sue parti, nominate dal piano ecologie. Il piano enuncia il criterio generale per il quale ogni previsione di nuove aree per la residenza e le attivit� produttive deve essere giustificata in rapporto al grado di utilizzo delle aree esistenti, volendo con ci� fornire un'indicazione precisa per politiche insediative orientate al consolidamento dell'esistente.
Tra le indicazioni orientate alla pianificazione locale, particolare rilievo � conferito al "progetto di suolo", imposto alla pianificazione locale e ai piani delle comunit� montane, come strumento che definisce in dettaglio tutte quelle azioni che modificano stato e caratteri del suolo calpestabile: sbancamenti, scavi, rinterri; costruzioni interrate; reti tecnologiche sotterranee, opere di regimazione dei corsi d'acqua. Essi riguardano anche la realizzazione di impianti industriali di grandi dimensioni e, pi� in generale, tutti i grandi interventi che generano impermeabilizzazione del suolo. Alle norme del progetto di suolo il piano affida grande importanza poich� ad esse � demandata la salvaguardia dei caratteri fondamentali dell'ambiente e del paesaggio della Provincia di Pescara.
Infine, in presenza di alcuni problemi comuni a pi� territori amministrativi, il piano prevede la possibilit� di redigere documenti unitari d'area.
Accanto alle questioni che riguardano la forma di un piano di area vasta, ve ne sono altre che pi� specificamente riguardano questa parte del territorio che hanno avuto, in questo piano, una funzione costruttiva. La principale tra queste, ineludibile forse per qualsiasi riflessione che si eserciti sulla fascia litoranea costiera del medio Adriatico, concerne la forma del territorio e, in particolare, il peso che in essa assumono concentrazione e dispersione.
I termini concentrazione e dispersione definiscono una questione in grado di costruire numerosi programmi di ricerca. Ci� � avvenuto nel nostro paese a partire dagli anni '90, quando su questi temi si sono esercitate prospettive differenti: prospettive neo-fenomenologiche che lambiscono i temi delle pratiche quotidiane d'uso e produzione di nuovi <<fatti urbani>>; prospettive neo-marxiane che ricercano le ragioni della dispersione nei processi di accumulazione e redistribuzione della ricchezza; prospettive "elementariste", tese a costruire interpretazioni a partire dall'osservazione minuta dei <<materiali della dispersione>>, delle loro associazioni e disposizioni. O, ancora, prospettive pi� tradizionali di analisi sull'uso del suolo permeate da un'ottica del rimedio e dello spreco.
E' l'affollarsi di differenti punti di vista che richiede di precisare il modo in cui il Piano territoriale della provincia di Pescara affronta questo tema entro un ragionamento di ampio respiro, riconoscendo innanzitutto come nella citt� e nei territori del nostro paese e della maggior parte dei paesi europei, con le ovvie differenze e con gli inevitabili anticipi e ritardi nelle diverse regioni, si � prodotto negli ultimi due decenni un mutamento importante che segna una rottura epocale. Il mutamento sembra segnare la definitiva "uscita dalla citt� del XIX secolo", dai suoi modi di organizzare l'insediamento dei differenti gruppi sociali e delle differenti attivit�, di provvederli di adeguate attrezzature ed infrastrutture, di pensare e rappresentarne il progetto e le sue principali "figure". Un movimento iniziato in Italia tra la fine degli anni 60 e l'inizio del decennio successivo ed ora manifestamente visibile. Un movimento che succede e si contrappone ad un'esperienza sostanzialmente comune a tutto il continente europeo per almeno due secoli, dalla fine del XVIII ad oggi e che pu� essere osservato da diversi punti di vista: studiando le nuove forme dell'insediamento, le nuove pratiche sociali, le nuove forme organizzative di alcune attivit� produttive, come la letteratura, le arti visive e, pi� in generale, le forme della "cultura" contemporanea.
I sintomi di questo mutamento erano presenti in Europa gi� dall'inizio del secolo e si sono fatti via via pi� manifesti in forma di progressiva "dispersione" ed "eterogeneit�": degli insediamenti entro il territorio; degli individui e dei gruppi entro lo spazio sociale; delle attivit� entro lo spazio economico, degli attori in quello delle decisioni; dei discorsi in quello della comunicazione; delle immagini nello spazio mitologico contemporaneo. Ci� che di recente � avvenuto � che l'intero nostro campo visivo � stato invaso dalle immagini che il mutamento aveva prodotto e che la dispersione � divenuta categoria attraverso la quale abbiamo interpretato ogni aspetto della nostra societ�; che le stesse interpretazioni si sono moltiplicate e disperse, avvicinandosi ai soggetti, ai loro discorsi, alle loro immagini in una sorta di progressiva "mise en abime", della stessa attivit� interpretante. E' questa la situazione nella quale sono iniziate e divenute sempre pi� frequenti, forse necessarie, nuove descrizioni critiche della citt� e del territorio e nella quale sono anche maturate una serie di riflessioni sui "limiti dell'interpretazione".
Chi osservi l'enorme dispersione che connota oggi vastissime aree del nostro paese, chi ne osservi le diverse forme e tenti di ricostruirne in modo dettagliato la storia, scopre l'importanza dell' "incrementalismo", da un lato e della "mobilitazione individualistica" dall'altro. Occorre insistere su questi due aspetti della recente storia del nostro paese: entrambi meriterebbero qualche attenzione per la rilevanza che verosimilmente hanno rivestito nella costruzione di alcuni connotati profondi di ci� che in anni non lontani veniva chiamato il "modello di sviluppo" dell'economia e della societ� italiana. Entrambi ci mostrano come la dispersione che connota in modo evidente vaste parti del territorio nazionale possa essere interpretata principalmente in termini di risposte individuali (ma informate ad una solida "razionalit� minimale") alla politica incrementalista. Come ovvio si tratta di ipotesi che necessitano di ulteriori ricerche, non per questo avventate.
Con il termine "incrementalismo" ci si deve riferire alla tendenza di lungo periodo a variare la dotazione di capitale fisso sociale per piccole dosi che il pi� delle volte assumono la forma di piccole correzioni o di piccoli interventi destinati ad aumentare "quanto basta" efficienza e capacit�. Rete stradale, ferroviaria, della distribuzione dell'energia e rete telefonica, se si accettuano alcuni pochi casi, peraltro fatti immediatamente rientrare entro la politica incrementalista, sono state estese e modernizzate lungo questo percorso che ha enfatizzato l'importanza del capitale fisso esistente e della sua eventuale capacit� inutilizzata rispetto ad un capitale fisso di nuova formazione nel quale si rappresentassero, come era stato nell'ultima parte del XIX secolo, nuovi modi di vita, nuovi orizzonti produttivi, nuove tecniche di costruzione e gestione della citt� e del territorio. Questo � vero anche in Abruzzo, nonostante la presenza di un sistema politico che per molte ragioni ha enfatizzato la dotazione di nuovo capitale sociale fissato principalmente nelle grandi infrastrutture viarie e in qualche importante attrezzatura.
Con i termini di "mobilitazione individualistica" ci si riferisce alla tendenza di lungo periodo delle politiche del nostro paese a non risolvere alcuni dei maggiori problemi, ma a sospingere piuttosto i differenti soggetti, individui, famiglie ed imprese a trovare "da se" una soluzione particolare e specifica. Alessandro Pizzorno, proponendo la locuzione "mobilitazione individualistica" si riferiva, all'inizio di un breve periodo che sar� connotato invece da una forte mobilitazione collettiva, a politiche come quelle abitative (alla tendenza, ad esempio, a risolvere il problema dell'abitazione attraverso finanziamenti diretti ed indiretti dell'iniziativa dei singoli). Ma la risposta alla "crisi urbana" degli anni 70, risposta che ad uno sguardo aggregato � apparsa dapprima come "decentramento produttivo", poi come "de-localizzazione" e "de-industrializzazione", come rafforzamento e formazione di specifici "distretti industriali", formazione della "citt� diffusa" e della "campagna urbanizzata", non � stata molto differente e la dispersione attuale degli insediamenti ne � l'esito. Famiglie ed imprese hanno risolto "da se" il problema urbano, cercando entro nuovi modi e stili di vita, entro nuovi modi e tecniche della produzione, nuove relazioni industriali e sociali e nuovi rapporti con lo Stato ed il sistema politico, una possibilit� di partecipare ai benefici che il sistema poteva distribuire. Ci� le ha spinte a costruire le proprie abitazioni, le proprie officine, i propri negozi e le proprie attrezzature laddove un capitale fisso non ancora saturo potesse essere rinvenuto; lungo i tracciati delle vecchie divisioni dei campi che divenivano dapprima viottoli, poi strade di servizio, infine strade urbane; lungo le strade statali che divenivano "strade mercato"; utilizzando i canali irrigui, le rogge, le gore e i torrenti come fognature; i greti dei fiumi come cave, ma arrestandosi al limite del terrazzo fluviale, scegliendo i versanti solatii e stabili, inseguendo una propria idea, spesso "dialettale", dell'abitare, della casa o dell'officina e del suo adattarsi nel tempo alle nuove esigenze e configurazioni della famiglia o dell'impresa, mutuando stereotipi proposti da una subcultura progettuale e costruttiva. Un aspetto della cultura del paese che urbanistica ed architettura colte non hanno saputo, in generale, canalizzare verso esiti pi� fertili e convincenti per gli stessi protagonisti.
In questo modo la costruzione della citt� e del territorio, di uno spazio per abitare e produrre, ha impegnato quote elevatissime delle risorse nazionali, quote elevatissime dei risparmi delle famiglie e delle imprese ed ha portato ad un esito connotato da una straordinaria inefficienza. Misurare quanto questo si rifletta in dispendio di energie individuali ed in minor produttivit� del sistema economico complessivo non sar� forse mai possibile. Ma rilievi, ascolti, analisi tecnicamente pertinenti, descrizioni cio� assai meticolose di casi specifici, consentono di sospettare che tutto ci�, facendo parte della nostra esperienza collettiva, meriti una maggiore attenzione.
Una ulteriore questione di ambito generale che riguarda specificamente questa parte di territorio, attiene la riconoscibilit� di un'area metropolitana Pescara Chieti, il suo significato e, in via subordinata, la sua perimetrazione. Il QRR invita ad un riconoscimento dei caratteri metropolitani dell'area Pescara Chieti entro la quale individua la conurbazione di maggior peso dell'armatura urbana regionale. Indica a questo proposito due possibilit� d'azione: l'avvio di una procedura tesa al riconoscimento dei caratteri metropolitani dell'area ai sensi della legge n. 142/90 (bench� dal punto di vista del peso demografico, l'area sfiori appena il limite inferiore della dimensione metropolitana); l'ideazione di una struttura amministrativa unificata, utilizzando le possibilit� che la stessa legge offre attraverso la revisione delle circoscrizioni comunali e provinciali. Entrambe queste strade, si sono dimostrate, laddove sono state intraprese, assai complesse. Lo sarebbero forse in misura maggiore in questo caso, connotato dalla presenza non di una sola citt� capoluogo, ma di due, caratterizzate da forte autonomia e rivalit�, che hanno dato luogo nel tempo ad un qualcosa di intermedio che non � giustificato se non dalla loro presenza, ma che non pu� essere ricondotto immediatamente all'una piuttosto che all'altra.
Il PTP propone di avere attenzione a questo qualcosa di intermedio, identificando l'area metropolitana con una parte limitata di territorio contenuta nel fascio delle infrastrutture di fondovalle tra Pescara e Chieti e nominandola "area metropolitana ristretta".
Questa perimetrazione � anomala. Lasciando fuori le due citt� che ne costituiscono i poli, vuole enfatizzare l'importanza delle relazioni che tra esse intercorrono, relazioni che non sono unicamente di carattere materiale, ma che hanno connotazioni economiche, sociali, culturali, che hanno importanti radici storiche e sono in grado di connettere fatti urbani diversi. L'area metropolitana ristretta si caratterizza come un'area tra due citt� (un grande "vuoto" rispetto alle tradizionali funzioni insediative di tipo urbano), bordata da grandi attrezzature (universit�, tribunale, ospedale) che costituiscono l'affaccio su di essa di Pescara e Chieti. La struttura degli spostamenti quotidiani per lavoro, che emerge dai dati del censimento al 1991, offre una traccia assolutamente parziale, ma molto esplicita di quanto si vuole qui sostenere (Lefebvre, 1997). Tra Pescara e Chieti si delinea una relazione diretta consistente (Pescara su Chieti con 1529 persone e Chieti su Pescara con 942): flussi di questo tipo rendono necessaria una specifica attenzione ai problemi di trasporto pendolare tra i due centri.
Uscendo dalle secche di un dibattito ormai isterilito sulla nozione di area metropolitana, questo modo di impostare il problema, tende ad affermare come la questione prioritaria di questa parte del territorio abbia a che fare il coordinamento di obiettivi, risorse, attori, finalizzato alla riqualificazione di quell'importante sistema territoriale interconnesso che gi� esiste e che rappresenta una risorsa ineludibile non solo per il contesto locale. L'intervento nell'area metropolitana �, pi� che altrove, un intervento di messa in relazione, di coordinamento di politiche e di strategie sia in forma interistituzionale che in forma di un rapporto pubblico privato. In questo senso il PTP riprende la proposta del Progetto per le politiche di sviluppo locale, di costituire un Forum per l'area metropolitana ristretta, al quale delegare la possibilit� di costruire un tavolo di discussione permanente tra gli attori interessati a definire politiche comuni.
Questo piano pu� essere descritto per alcuni importanti problemi che condivide con le pi� recenti esperienze di pianificazione di area vasta, per uno sfondo tematico ineludibile che concerne il rapporto tra concentrazione e dispersione, ma anche per le posizioni che assume nei confronti della lunga riflessione condotta dagli urbanisti sui risultati ottenuti in cinquanta anni di pianificazione del nostro paese.
Negli ultimi decenni si � fortemente indebolita, se non totalmente compromessa, l'ipotesi forte a partire dalla quale i piani di area vasta sono stati finora giustificati e costruiti; quella secondo la quale le trasformazioni e modificazioni sociali, economiche e fisiche di una qualsivoglia porzione di territorio debbano e possano essere sempre riferite, per essere appieno comprese, controllate e dirette, a fenomeni di portata pi� vasta che investono, in maniera differente, territori, sistemi economici, sociali e politico-istituzionali di pi� vaste dimensioni. Nella sua versione pi� semplice e ridotta questa ipotesi, nucleo di uno specifico programma di ricerca che ha occupato per alcuni decenni studiosi di differenti discipline, ha costruito una sorta di gerarchia dei fenomeni e dei saperi che li indagano. Pi� specificamente ha costruito, in modi variamente formalizzati, una gerarchia di modelli interpretativi e normativi, ciascuno pertinente ad un diverso livello ed una diversa dimensione territoriale, tra loro comunicanti attraverso l'assunzione per le quali le variabili "endogene" al modello di scala superiore (i valori delle quali sono cio� spiegati e determinati dal modello di scala superiore) possono essere assunte come "esogene" a quello di scala inferiore. Secondo la quale, ancora, alla scala superiore si definiscono i sistemi di coordinate entro i quali si svolgono e divengono leggibili fenomeni pi� particolari che possono essere colti solamente con una pi� accurata e specifica osservazione. Secondo la quale, ad esempio, a grande scala si stabiliscono e possono essere osservati comportamenti demografici (relativi ad esempio al tasso di nuzialit�, all'et� media del matrimonio, al tasso di riproduzione, di natalit� e mortalit�), di mercato (relativi, ad esempio, ai livelli dei prezzi relativi dei fattori e dei prodotti), istituzionali (relativi ad esempio alla distribuzione delle competenze tra le diverse amministrazioni) che determinano, alle scale minori, esiti particolari incrociandosi con le specificit� geografiche, storiche e culturali dei singoli luoghi.
Il ruolo dell'analisi territoriale (forse di buona parte dell'analisi sociale ed economica) e le sue modalit� organizzative divengono, entro questa ipotesi, simili a quelli dell'osservazione di un qualsivoglia spazio, tramite "cannocchiale": attraverso successivi ingrandimenti dell'oggetto osservato e conseguenti limitazioni dell'estensione della parte esplorata, emergono particolarit�, specificit� che confermano o falsificano le relazioni tra le diverse variabili inizialmente ipotizzate, consentendo interpretazioni dei diversi fenomeni sempre pi� accurate. Nel campo dell'analisi territoriale il ricorso, almeno implicito alla metafora del cannocchiale � facilitato, quasi sollecitato, dal frequente ricorso ad una base cartografica che nei suoi procedimenti costitutivi aderisce quasi completamente alla stessa metafora.
Le specificit� geografiche, storiche e culturali dei differenti luoghi hanno assunto entro questa stesa ipotesi, il carattere di elementi di "resistenza" nei confronti di pi� generali leggi di movimento dell'intero sistema economico, sociale e politico e della loro pervasivit�, dando luogo a deviazioni e deformazioni che rendono conto delle differenze che di fatto si possono riscontrare nei diversi paesi, regioni, comprensori e luoghi. L'ipotesi si � cos� dimostrata capace di dare un senso alle specificit� locali, di riferirle ad elementi sistematici, di interpretare pi� in particolare i sistemi di disuguaglianze, gli "squilibri" interni a ciascun sistema economico e sociale, di interpretare il loro formarsi, il loro ruolo una volta costituitisi le condizioni entro le quali avrebbero potuto attenuarsi e/o esaltarsi.
Nelle sue diverse versioni ed a seconda dei principali riferimenti teorici (ed ideologici nel senso pi� ampio del termine) questa ipotesi si � dimostrata per lungo tempo assai fertile: capace cio� sia di fornire soddisfacenti interpretazioni delle differenti situazioni, sia di indicare adeguate linee di politica sociale, economica, territoriale e istituzionale. Pi� in particolare essa ha costruito anche l'idea secondo la quale il problema della pianificazione del territorio possa essere affrontato e risolto mediante una serie di piani a differente scala e mediante un'articolazione delle competenze dei diversi livelli ammnistrativi. Insita nell'idea di gerarchia vi � quella di stratificazione, di differenziazione tra livelli e di omogeneit� all'interno dello stesso livello, di asimmetria nella distribuzione del potere. Non � certo questo il luogo per discutere a fondo questo punto, le origini, nei differenti rami del sapere e del pensiero politico e istituzionale, dell'ipotesi forte cui si � sopra fatto riferimento, i modi nei quali queste differenti origini si sono venute a comporre entro un programma di ricerca di grande successo e tuttora ben lontano dall'aver esaurito le proprie potenzialit� interpretative e normative. Ci� non esime per� dal riflettere brevemente su alcune conseguenze della stessa ipotesi per quanto riguarda la pianificazione territoriale. Le principali sono forse le seguenti:
a) i piani vengono non solo pensati come fossero collocati entro una gerarchia dimensionale (QRR, Piani di settore e progetti speciali territoriali, piano territoriale, piano regolatore generale, piani di zona, ecc.), ma di fatto anche come costruiti ed attuati lungo una successione temporale: prima occorre conoscere e valutare le grandi determinanti di carattere generale, il grande sistema di coordinate, poi, al loro interno, riconoscere e valutare quelle di carattere pi� specifico. Le prime sono generalmente di carattere economico, sociale ed istituzionale; le seconde di carattere urbanistico, edilizio ed architettonico.
b) procedere lungo la successione dei piano, quindi dalle dimensioni pi� vaste a quelle pi� piccole � anche procedere nel senso dell'attuazione, del passaggio dal mondo delle idee a quello delle cose, dalle ipotesi interpretative e politiche ai progetti, dalle formulazioni alle costruzioni. Un'idea, un'ipotesi, una proposta viene prima formulata nei suoi termini generali e diviene azione, intervento, costruzione fisica attraverso una continua riconsiderazione di particolari costruttivi sempre pi� specifici.
c) l'orizzonte temporale esplorato dai diversi piani diviene anche per questi motivi progressivamente raccorciato mano a mano che dalle scale, dalle ipotesi e dalle proposte pi� ampie si passa a quelle pi� ristrette: i piani a grande scala sono pensati come piani destinati a risolvere problemi e a definire opzioni nel lungo periodo; quelli di piccola scala come destinati ad affrontare e risolvere problemi di pi� breve periodo. In questo modo la gerarchia e le scale dei piani ne definiscono il rispettivo ambito ed orizzonte di validit� nello spazio e nel tempo del territorio, della societ� e dell'economia.
In realt� sono proprio questi aspetti, non necessariamente implicati nell'ipotesi iniziale, ma cui di fatto la stessa � stata via via ricondotta, che ne hanno mostrato la scarsa attendibilit� ed efficacia. Ci� che appare pi� duraturo nella costituzione del territorio e nella sua modificazione, pi� facilmente conoscibile attraverso l'osservazione empirica, pi� stabile in quanto oggetto di osservazione e cio� la strada, il ponte, la chiesa, la casa, la modifica nella suddivisione dei suoli agrari e urbani, la formazione di tracciati, di barriere e di connessioni, la valorizzazione ed il degrado di risorse ambientali diviene oggetto di piani soggetti a continue revisioni; ci� che all'opposto appare meno duraturo, meno facilmente conoscibile se non attraverso il ricorso a teorie o ipotesi interpretative, meno stabilmente oggetto di osservazione diretta e cio� le oscillazioni congiunturali dei prezzi relativi, i sistemi di convenienza dei singoli operatori, le loro aggregazioni, la loro stessa identit� diviene oggetto di piani formulati e modificati con molto minore frequenza. Nei primi � spesso rappresentato il continuo mutare e succedersi di differenti idee di citt�; nei secondi il permanere inerziale di argomenti destinati alla costruzione del consenso, dell'integrazione comunicativa e decisionale, pi� che ad interpretare i caratteri delle differenti situazioni e ci� produce disagio.
E' sufficiente infatti osservare il processo di pianificazione in una qualsiasi parte del nostro paese per scorgere che esso non si svolge mai in forma di attuazione, di specificazione da parte del piano subordinato, delle direttive fornite dal piano di livello superiore. Il pi� delle volte la sequenza cronologica dei piano non obbedisce ad alcuna regola di questo tipo; l'osservazione dei fenomeni locali porta sempre pi� sovente a rivedere le interpretazioni fornite a partire dall'osservazione aggregata. Ci� porta di necessit� a complessi sistemi di conflitto e cooperazione tra diversi livelli amministrativi, diversi operatori pubblici e privati, diverse parti sociali che sconvolgono le regole d'ordine presupposte dall'ipotesi richiamata all'inizio. Ci� porta anche a rendere sempre pi� complesse le procedure decisionali, di consultazione, partecipazione, adozione, approvazione, rendendo spesso i tempi di approvazione dei piani talmente lunghi da comprometterne in partenza il senso e l'efficacia e ci� porta, ancora, alla formazione di canali di integrazione decisionale diversi da quelli presupposti dall'ordinamento istituzionale e legislativo, aumentando le difficolt� di svolgimento del processo decisionale ed attuativo, in ultima istanza le possibilit� che i piani abbiano esiti che possono essere previsti e valutati anticipatamente.
Sottoporre a critica l'ipotesi forte a partire dalla quale sono stati spesso costruiti i piani di area vasta non vuol dire affermare che essa debba essere abbandonata; tantomeno che debba essere sostituita dalla sua opposta: quella secondo la quale un piano, specie appunto se di area vasta, debba porsi solo questioni di coordinamento, di compatibilit� di decisioni e volont� espresse ai livelli minimali dell'organizzazione tecnico-produttiva, politica, amministrativa e istituzionale della societ�. Questa via � stata di fatto scarsamente praticata nel nostro paese nonostante le molte affermazioni al riguardo, ma ha improntato di se gran parte degli argomenti che sono stati mossi a sostegno della necessit� di piani di area vasta; in qualche modo ne � all'origine.
Nelle sue versioni pi� semplici e ridotte essa cerca di affrontare due questioni che, anche da un punto di vista tecnico, sono divenute assolutamente centrali per l'economia del benessere: la prima riguarda lo studio degli "effetti esterni", delle conseguenze cio� che ogni decisione eventualmente produce su gruppi di cittadini, territori, attivit� che ne sono responsabili o che eventualmente l'hanno avversata; la seconda riguarda le modalit� tecniche di costruzione della "funzione di preferenza collettiva", come cio� poter giungere a conoscere, utilizzando metodi politicamente e istituzionalmente accettabili, cosa i differenti cittadini e le loro diverse aggregazioni sceglierebbero se fossero posti nelle condizioni di poter conoscere le reali alternative loro aperte e gli esiti, diretti e indiretti, di ogni loro scelta e decisione.
Il ruolo dell'analisi territoriale diviene in questo caso simile alla misurazione mediante "bilancia", al soppesamento di oggetti di natura tra loro diversa, alla loro riduzione a "massa". Non ci� che � pi� voluminoso, in senso ovviamente metaforico, pesa necessariamente di pi�, molti granelli possono pesare pi� di un grande masso; il compito del piano � appunto quello di compiere misurazioni e pesature pi� accurate possibili, costruire bilanci di costi e benefici, relativi a ciascuno degli operatori, dei cittadini ed al loro complesso; relativi a ciascuna amministrazione ed al loro complesso. E' dal confronto tra questi bilanci che nascono le possibilit� di riduzione a compatibilit�, cio� di coordinamento. E' del tutto evidente che questa seconda ipotesi pone sul piano logico e delle procedure decisionali, problemi ancor pi� difficilmente solubili delle precedente: coordinare significa ancora riferire ad una regola di ordine superiore (sia essa espressa come lista dei costi e dei benefici, come criterio di loro misurazione, come taratura della bilancia) e ci� richiede ancora il ricorso a procedure di integrazione ed una distribuzione asimmetrica del potere.
Il Piano territoriale della provincia di Pescara ha scelto un'ipotesi interna alle due precedenti, in qualche modo collocandosi tra i due estremi: una posizione questa, se si vuole, non originale, che solleva problemi di natura differente da quelli sollevati dalle ipotesi precedenti, che presenta alcune difficolt�, ma che sembra essere in grado di dimostrarsi pi� fertile delle ipotesi estreme ed opposte cui sopra ci si � riferiti. Il Piano si costruisce sia dal punto di vista analitico, sia da quello progettuale, a differenti scale dando ad esse un senso diversificato. Il che significa:
a) evitare di riconoscere un carattere unitario al territorio della provincia di Pescara: i fenomeni che lo interessano, le forme di insediamento e di utilizzazione del suolo che vi possono essere riconosciute, le relazioni che vi si stabiliscono, i problemi cui occorre dare soluzione non possono mai essere riferiti correttamente alla delimitazione del territorio provinciale;
b) riconoscere piuttosto all'interno dello stesso territorio, parti, i problemi delle quali siano identificabili come della stessa natura; pi� specificamente parti tra loro distinte da differenti "principi insediativi", da differenti modi cio� nei quali, lungo la storia, si sono tra loro intersecati i caratteri naturali, sociali ed economici, dando luogo a forme di uso e costruzione del suolo particolari, ma che possono essere riferiti ad alcune situazioni tipiche, ricorrenti, fondamentali;
c) riconoscere il carattere problematico specifico di ciascuna parte, riconoscere che il processo di trasformazione e modificazione sociale, economica e territoriale assume in ognuna connotati differenti, di volta in volta investendo aspetti e fenomeni diversi, dando luogo ad istanze tra loro assai variegate e a prima vista difficilmente compatibili;
d) riconoscere sistemi di relazioni tra le diverse parti tra di loro non omogenee: dalle relazioni entro il mercato del lavoro e dei prodotti a quelle del traffico e di uso del suolo; dalle relazioni di servizio e amministrative a quelle di integrazione del sistema decisionale.
Il piano diviene allora operazione di riconoscimento di problemi non solo localizzati, dei quali � definito lo specifico ambito territoriale, ma che possono anche essere riferiti ad uno specifico contesto che ne suggeriscono le "regole" di soluzione. I problemi non si formano e costituiscono al di fuori dei caratteri specifici di ciascuna parte di territorio e delle sue relazioni col mondo esterno, quanto nell'intersezione tra specifici fenomeni e specifici connotati di ciascuna parte. Il piano cerca di affrontarli senza spostare il proprio punto di applicazione in campi diversi da quelli della politica territoriale, presupponendo che agiscano politiche economiche, sociali ed istituzionali che non possono essere date per scontate, o che gli operatori pubblici e privati siano affetti da comportamenti differenti da quelli oggi esistenti.
L'analisi territoriale � simultaneamente osservazione mediante "cannocchiale" e misurazione mediante "bilancia"; ma diviene anche "esplorazione" di un territorio e suo "racconto", raccolta di reperti, tentativo di loro classificazione, di attribuzione agli stessi di un senso, selezione di quelli che, alla luce di determinate ipotesi, appaiono i pi� rilevanti, ricerca di una possibilit� di rappresentazione sistematica del territorio esplorato a partire dal materiale frammentario, non totalmente noto, in parte muto che � stato raccolto, programma di un nuovo viaggio esplorativo che batta sentieri diversi, accumuli nuovi reperti, ridelimiti il territorio, ne consenta nuove pi� perspicue rappresentazioni.
Da un punto di vista fisico-morfologico la descrizione di un territorio estremamente variegato, che si estende dalla catena appenninica sino al mare, presenta numerose difficolt� in relazione alla variabilit� ed alla differente importanza che le componenti ambientali acquistano nelle sue diverse parti. Le caratteristiche stesse del territorio rendono poco utili regole generali, valide in modo omogeneo e spingono all'individuazione di temi specifici, attraverso i quali riconoscere situazioni fisico-morfologiche-naturalistiche ricorrenti nelle diverse parti del territorio.
Il percorso intrapreso con il piano territoriale ha avuto il duplice scopo di mettere in evidenza e conferire valore alle principali caratteristiche paesistiche dei luoghi e nel contempo, di definire con pi� precisione i principali problemi ambientali. Cos� la descrizione geologica � stata condotta in funzione delle differenti caratteristiche idrogeologiche e di erodibilit�, le quali influenzano direttamente il corretto uso del suolo, agricolo e urbanizzato, in relazione alla stabilit� generale del territorio. Analogamente, l'analisi della vegetazione � stata condotta attraverso l'identificazione di "tipi significativi" e della loro localizzazione al fine di evidenziare, di nuovo, aspetti di stabilit� idrogeologica e biologica del territorio.
Interpretando il complesso delle varie associazioni litologiche affioranti nel territorio della provincia, sia da un punto di vista genetico, sia da un punto di vista fisico, � possibile individuare cinque unit� diverse, in relazione alla maggiore o minore resistenza all'azione erosiva delle acque che scorrono in superficie.
Nella classe di erodibilit� alta sono stati inseriti tutti i litotipi a componente prevalentemente argillosa, vale a dire le argille marine della successione Plio-pleistocenica e le argille gessose pi� antiche del Miocene. Tali depositi, in relazione alla loro caratteristica di spiccata impermeabilit� e di scarsa resistenza meccanica, sono soggetti ad una intensa azione erosiva. La loro distribuzione sul territorio di Pescara comprende tutta la fascia collinare di pianura e la porzione pedemontana fino alle prime propaggini dei rilievi montuosi.
Gli accumuli detritici di falda che bordano i grandi massicci carbonatici del Gran Sasso e della Majella, i depositi morenici presenti principalmente sui versanti montuosi di quest'ultima e i grandi corpi di frana stabilizzati possono essere considerati di medio-alta erodibilit�. Queste grandi falde detritiche, anche se di diversa origine, sono costituite da frammenti e blocchi di rocce prevalentemente carbonatiche, immersi in una matrice pi� fine che conferisce loro un certo grado di coesione. Tranne i casi in cui si � verificato un certo grado di cementazione ad opera delle acque di infiltrazione, questi depositi presentano, pur essendosi stabilizzati, una certa vulnerabilit� all'erosione.
Di erodibilit� media sono stati considerati sia i depositi alluvionali attuali ed antichi costituenti le zone di fondovalle sia i terreni della Formazione della Laga affioranti nella fascia pedemontana del Gran Sasso. Le alluvioni attuali costituite principalmente da sabbie e da ghiaie non cementate, pur presentando un basso grado di resistenza all'erosione, occupano aree con pendenze molto deboli e possono considerarsi sostanzialmente stabili. Allo stesso modo le alluvioni pi� antiche terrazzate, seppur affioranti sui versanti collinari in pendenza, si presentano ben cementate e costituiscono un substrato stabile. Anche i terreni flyshoidi della Formazione della Laga sono stati inseriti in questa classe di erodibilit� nonostante siano generalmente pi� resistenti all'erosione. La prevalenza di litotipi marnoso-argillosi rispetto alla sporadica presenza di livelli arenacei conferisce loro una certa sensibilit� rispetto all'azione erosiva delle acque.
Vengono considerati di medio-bassa erodibilit� i sedimenti di origine clastica, messi in posto durante l'ultima fase di ritiro del mare, che ha depositato al tetto degli spessori argillosi Plio-pleistocenici, una spessa coltre di sabbie e di conglomerati di spiaggia. Questi depositi hanno subito nel tempo un processo di forte cementazione ad opera delle acque di infiltrazione fino a costituire un substrato stabile per gli insediamenti collinari di crinale. L'azione erosiva differenziata esercitata dalle acque di scorrimento superficiale ha creato, ove affiorano i litotipi argillosi, una morfologia collinare fatta di pendii dolci e regolari in netto contrasto con la forma "rupestre" che assume il paesaggio laddove gli affioramenti conglomeratici e sabbiosi costituiscono ostacolo pi� consistente allo scorrere delle acque.
La classe a bassa erodibilit� � rappresentata dalle potenti formazioni carbonatiche pi� antiche che costituiscono le emergenze montuose del Gran Sasso-Morrone e dei Monti della Majella. In queste aree affiorano, in forma stratificata e massiccia, le potenti sequenze calcaree del Cretaceo, di origine marina, messe in posto da un esteso movimento tettonico al di sopra delle formazioni geologiche precedentemente descritte. In queste aree le acque meteoriche e di scorrimento superficiale, infiltrandosi, si limitano quasi esclusivamente ad un'azione di dissoluzione della roccia calcarea che risulta invece molto resistente all'azione erosiva di tipo meccanico.
Da un punto di vista idrogeologico le diverse formazioni affioranti sul territorio provinciale, a prescindere dalla loro genesi, sono state raggruppate in differenti unit� in relazione alla minore o maggiore capacit� di immagazzinare e "trasmettere" le acque meteoriche e di scorrimento superficiale che si infiltrano nei vari corpi rocciosi.
Nell'unit� idrogeologica delle argille vengono raggruppati tutti i depositi sedimentari a componente litologica prevalentemente argillosa caratterizzati da una permeabilit� molto bassa o nulla. Essi sono costituiti dalla formazione delle argille Plio-pleistoceniche di origine marina e dalle argille gessose del Miocene. Nell'ambito provinciale le prime si ritrovano soprattutto nella fascia collinare compresa tra la costa fino alla zona pedemontana del Gran Sasso; le seconde affiorano principalmente nella zona pedemontana e montana della Majella. La bassa permeabilit� di questi tipi litologici non consente la formazione di falde acquifere, estese e continue, potenzialmente sfruttabili, ma permette solo l'eventuale accumulo in superficie delle acque meteoriche.
Maggiore permeabilit� viene riconosciuta all'unit� idrogeologica delle marne la cui estensione coincide con l'area di affioramento dei terreni della Formazione della Laga. Costituita da litotipi prevalentemente marnosi e marnoso-argillosi, dotati di una permeabilit� nel complesso modesta, pu� rappresentare, localmente, una sede per l'immagazzinamento delle acque meteoriche ove siano presenti "livelli" arenacei molto pi� porosi, che si alternano al litotipo predominante. Questa unit� affiora lungo tutta la fascia pedemontana del Gran Sasso-Morrone costituendo una sorta di sbarramento naturale ai deflussi sotterranei provenienti dalle potenti formazioni carbonatiche sovrastanti. In corrispondenza di tale limite si verifica, infatti, la risalita delle acque sotterranee verso la superficie; in alcuni casi, fino alla formazione di sorgenti di "contatto" anche di buona portata.
All'interno dell'unit� idrogeologica dei depositi clastici sono stati raggruppati terreni sedimentari di varia origine, ma caratterizzati da una componente tipicamente "granulare" come le sabbie e le ghiaie alluvionali dell'attuale fondovalle e dei terrazzi pi� antichi; le sabbie e i conglomerati "marini" posti al tetto delle formazioni argillose Plio-pleistoceniche; il detrito di falda accumulatosi alle pendici montuose e i depositi travertinosi che costituiscono il tavolato di Tocco. Questo tipo di terreni, altamente porosi, caratterizzati da valori di porosit� medio-alti e alti in relazione al loro maggiore o minore grado di cementazione sono sede di falde acquifere continue anche di una certa importanza, potenzialmente sfruttabili per usi civili.
Le potenti ed estese formazioni carbonatiche dei massicci montuosi del Gran Sasso Morrone e della Majella, per le loro tipiche caratteristiche di permeabilit�, legate ad un forte grado di fratturazione, sono raggruppate nell'unit� idrogeologica delle formazioni carbonatiche. Questa unit� comprende tutti i terreni costituiti da rocce calcaree, affioranti sia in forma stratificata sia in quella massiccia, entro le quali l'acqua di scorrimento superficiale tende ad infiltrarsi rapidamente andando ad alimentare i grandi serbatoi sotterranei. Le rocce calcaree presentano alti valori di permeabilit� legati soprattutto ad un elevato grado di fratturazione "strutturale", pi� che alla porosit� intrinseca del mezzo, esse sono inoltre interessate da fenomeni erosivi e di dissoluzione di tipo carsico che favoriscono la circolazione sotterranea di grandi masse di acqua. La presenza di questi grandi massicci montuosi, che delimitano come una cintura continua tutto il territorio della provincia, costituisce, per le caratteristiche idrogeologiche indicate, una enorme e inesauribile riserva di acqua che alimenta perennemente i principali corsi d'acqua e garantisce la continua disponibilit� di questa fondamentale risorsa naturale.
A causa della grande variabilit� morfologica, il territorio della provincia di Pescara, viene generalmente descritto, facendo riferimento ad una classificazione altimetrica per fasce. Questo tipo di rappresentazione, se da un lato fornisce un primo livello descrittivo, dall'altro conduce ad una immagine di omogeneit� per vaste aree che impedisce, di cogliere la variabilit� paesaggistico-ambientale di questo territorio. Per far fronte a questo problema e non volendo, anche in questo caso, utilizzare categorie descrittive troppo coprenti, sono stati selezionati alcuni elementi fisici di natura geologica, geomorfologica e idrogeologica utili a caratterizzare i singoli "ambienti" e in grado di costituire una base di riferimento per il riconoscimento delle problematiche strettamente legate ai diversi modi di usare il suolo. In questo particolare contesto acquistano grande rilievo i corsi d'acqua principali (fiumi Pescara, Fino, Tavo e Saline) e gli ambienti di fondovalle ad essi associati. Tra essi, di particolare rilevanza risulta essere la valle del Pescara, che attraversando la linea spartiacque principale, mette in comunicazione la costa adriatica e il territorio collinare con l'intera zona montuosa appenninica.
Da un punto di vista strettamente morfologico l'ambiente di valle alluvionale pu� essere suddiviso in una zona di alveo fluviale ed in una zona pi� elevata, formata dai depositi alluvionali terrazzati recentemente incisi dalle acque del Pescara. Queste due zone strettamente connesse rappresentano un unico elemento (?) distintivo del territorio al quale si associano diverse problematiche ambientali come lo sviluppo, sui terrazzi alluvionali, della grande viabilit� e urbanizzazione e i problemi relativi alle aree estrattive poste in alveo.
Lo sviluppo di un reticolo idrografico di tipo "pinnato" con un'asta drenante principale e numerosi piccoli affluenti laterali caratterizza il territorio collinare della "pianura" sede delle principali attivit� agricole e colturali. L'andamento NO-SE del torrente Nora, dell'alto corso del Tavo e del Fino, costituisce una sorta di asse drenante principale per le acque provenienti dall'area pedemontana del Gran Sasso. Nelle aree pi� basse, verso la coste, si instaura una fitta rete di deflusso "locale" caratterizzata da numerosi piccoli impluvi dotati di scarsi apporti idrici. Ne deriva una morfologia uniformemente variegata costituita da forme collinari dolci e simmetriche senza un riconoscibile orientamento predominante. Le superfici pianeggianti poste alla base di questi rilievi lungo i principali corsi d'acqua coincidono con i depositi terrazzati pi� antichi, le superfici sommitali, invece, sono spesso caratterizzate dalla presenza di affioramenti di sabbie e di conglomerati a morfologia pianeggiante sui quali sorgono gli insediamenti di crinale.
Immediatamente ad ovest della vasta area appena descritta, dal Nora e dal Tavo fino ai primi contrafforti del Gran Sasso e dal versante destro del fiume Pescara fino alla montagna della Majella, il reticolo idrografico si presenta di tipo "dendritico", assumendo una trama pi� ramificata caratterizzata da valli pi� incise e versanti anche in forte pendenza. In questo ambiente territoriale emergono distintamente le linee di spartiacque di una serie di valli pedemontane, quasi parallele tra di loro e allungate perpendicolarmente alla linea dello spartiacque principale del Gran Sasso e della Majella.
Da un punto di vista morfologico i grandi massicci montuosi si distinguono nettamente per la presenza dominante degli affioramenti di rocce carbonatiche caratterizzati da un reticolo idrografico poco sviluppato costituito quasi sempre da impluvi poco profondi che scorrono dritti verso valle. Questa porzione di territorio racchiude in se la maggior parte delle risorse eco-sistemiche dell'area, la salvaguardia delle quali acquista grande significato per il mantenimento del naturale equilibrio idrogeologico.
Anche l'analisi floristica e vegetazionale conferma la complessit� rilevata nelle indagini di natura idro-geo-morfologica. Gianfranco Pirone, nel suo studio su "Il patrimonio vegetale della provincia di Pescara", evidenzia come una ricca successione di endemismi assai significativi per qualit� e quantit�, renda il territorio provinciale un "sistema di connessioni ecologiche" di straordinario interesse scientifico e ambientale. Gli elementi che concorrono a questa "eccezionalit�" sono l'elevatissima variet� di specie (dalle entit� mediterranee e termofile della costa a quelle ipsofile delle vette montane); la quantit� di specie endemiche; la coesistenza e contiguit�, in situazioni morfologiche particolari (gole, valloni, ecc.) di specie con esigenze ecologiche molto diverse; infine l'elevato numero di comunit� vegetali e presenza simultanea dei dominii mediterraneo, medio europeo e di alta montagna.
A partire da questa valutazione, si � cercato di leggere la "successione" delle comunit� vegetazionali, che dalle fasce costiere attraverso le tortuose vie d'acqua, i sistemi di crinali, le valli scoscese o le pendici collinari si conclude sulle cime dei massicci montuosi della Majella e del Gran Sasso. Ci� � sembrato utile non solo per comprendere le condizioni ambientali attuali dei territori analizzati, ma anche per interpretare l'evoluzione e la stabilit� di sistemi colturali, l'equilibrio biologico delle aree agricole ed urbanizzate e, pi� in generale, il grado di compatibilit�/incompatibilit� ambientale che caratterizza i diversi "usi del suolo".
La fascia costiera. In questa prima fascia il tratto caratterizzante � la scomparsa quasi totale sia della complessa serie vegetazionale delle comunit� psammofile (che colonizzano suoli sabbiosi), cenosi primaria per il mantenimento dell'ecosistema costiero, sia delle comunit� alofile (che amano suoli aridi e salmastri). Solo all'interno della pineta dannunziana o presso le foci del Saline e del Piomba permangono alcuni lembi residui rispettivamente della prima e della seconda comunit�. Mentre lungo il litorale pescarese si rilevano comunit� di Salicornieto erbaceo (associazione pioniera su terreni salsi ed umidi).
Gli ambienti planiziari. Procedendo verso l'interno si incontrano le comunit� appartenenti alle cenosi palniziali. Delle scomparse foreste igrofile a Farnie, Frassini, Olmi, Carpini, Ontani, Salici e Pioppi che un tempo ricoprivano le pianure interne, si rinvengono oggi solo frammenti lineari di vegetazione arborea ed arbustiva lungo i corsi d'acqua, articolata in fasce parallele, dall'alveo all'entroterra: nella zona sommersa per periodi pi� o meno lunghi si sviluppano cenosi elofitiche - Scirpeti e Fragmiteti a Canna di palude, a Scirpi, a Carici, a Sedano d'acqua, cui succedono i Saliceti arbustivi ed i Saliceti arborei con dominanza di Salice bianco, Salice fragile e Pioppo nero. Nella zona in cui la falda freatica � ancora alta e le sommersioni, pur brevi, avvengono di frequente la vegetazione, che assume caratteri forestali, � rappresentata da Pioppeti a Pioppo bianco con Ontano nero, mentre l'Olmo e la Farnia si mescolano agli alberi delle fasce precedenti al limite massimo delle piene periodiche ove incomincia a insediarsi la foresta polifita pluristratificata. Nelle aree coltivate la vegetazione spontanea caratterizza tradizionalmente la struttura delle siepi. Quello delle siepi � un intricato mondo nel quale trova ricovero e cibo una moltitudine di insetti, uccelli e piccoli mammiferi; un ambiente che offre la possibilit� di insediamento, a seconda delle condizioni microambientali, a specie vegetali legate alla antiche foreste planiziarie o alla macchia mediterranea. Piccoli nuclei di pineta a Pino d'Aleppo (Pinus halepensis), sono localizzati sulle sommit� di alcune colline (Colle S. Silvestro, Colle Renazzo, Bosco Delfico, Montesilvano Colle, ecc..). Prima di essere disboscate, queste colline erano ricoperte da un querceto termofilo con dominanza di Roverella; il Leccio era sporadico a causa del substrato argilloso. Sulle aree quasi del tutto denudate venne poi impiantato, soprattutto intorno alle residenze della grande propriet�, il Pino d'Aleppo, che vi crebbe favorendo lo sviluppo di nuovi consorzi forestali nei quali trovarono, e trovano rifugio specie arboree come la Roverella, l'Orniello (Fraxinus ornus) e molte altre piante della macchia mediterranea.
La fascia dei querceti. E' la fascia territoriale che si estende dalla zone collinari fino ad una quota di 800-900 metri sul livello del mare, quota che delimita il limite inferiore della fascia montana. Qui la vegetazione � varia e frammentata e, nella sua componente forestale, � rappresentata da boschi con prevalenza di querce caducifoglie, da piccoli nuclei di pinete a Pino d'Aleppo e da leccete. Frequenti sono i cespuglieti xerofili a Ginepro o Ginestra e le garighe a Elicriso. Diffusissimi i pascoli secondari (da taglio di boschi) ed i campi che, abbandonati, evolvono nella dinamica dei querceti. Da rilevare, per le interessanti formazioni vegetazionali, sono gli ambienti umidi delle rupi nelle valli e nelle gole, e dei calanchi (valli dell'Orta e dell'Orfento, vallone d'Angri, Gole di Popoli). I querceti misti di questa fascia altimetrica assumono caratteristiche che variano a seconda delle condizioni edafiche e della esposizione dei versanti. Sui versanti meridionali e asciutti si insediano formazioni di carattere xerofilo in cui la specie arborea dominante � la Roverella (Quercus pubescens). A questa si accompagnano l'Orniello (Fraxinus ornus), il Sorbo (Sorbus domestica), il Nocciolo (Corylus avellana), l'Acero campestre (Acer campestre), l'Acero minore o di Montpellier (Acer monspessulanus). Il Leccio vegeta su substrati calcarei e si rinviene solo dove sono presenti banchi di arenarie con matrice calcarea. Nuclei di lecceta si trovano sui calcari delle zone interne, soprattutto su quelli affioranti nelle valli e nelle gole rupestri (valle dell'Orta, del Tirino, del Tavo, della Nora, Gole di Popoli). Attualmente il Leccio � presente anche in alcune colonie rupicole ed in particolare nelle gole calcaree dei settori basali della Majella e del Gran Sasso: vallone di Roccamorice, valli dell'Orfento e dell'Orta, Gole di Popoli, alte valli del Tavo e della Nora. In questi luoghi si spinge anche al di sopra della fascia submontana, favorito dalle condizioni di microclima caldo-arido dei dirupi.
Gli Orno-Ostrieti. Di tipo mesofilo sono i boschi della fascia submontana in cui domina il Carpino nero (Ostrya carpinifolia), sempre accompagnato dall'Orniello (Fraxinus ornus). Si tratta generalmente di boschi cedui, di composizione complessa, che si rinvengono su pendii esposti a settentrione e su suoli ricchi di carbonati. Nelle zone meno impervie questi boschi sono il risultato di protratte ceduazioni del querceto a Roverella, poich� questa non ricaccia polloni con la stessa facilit� del Carpino e dell'Orniello; quindi l'Orno-ostrieto opera un ruolo di sostituzione nell'ambito di cenosi forestali climatiche, laddove la degradazione di querceti o faggete favorisce la sua espansione. In condizioni morfologiche meno favorevoli, sui pendii scoscesi con suolo roccioso, l'Orno-ostrieto si afferma come vegetazione forestale naturale e non di sostituzione, per il carattere pioniero del Carpino nero.
Gli ambienti umidi. Il regime prevalentemente torrentizio dei corsi d'acqua nella fascia submontana favorisce, lungo le rive, l'insediamento di Saliceti a Salice ripaiolo (Salix eleagnos) e Salice rosso (Salix purpurea), localizzati soprattutto sui depositi fluviali ricchi di ghiaia e soggetti a inondazioni periodiche.
I calanchi. I fenomeni di erosione accelerata del suolo sono diffusi nelle zone di Serramonacesca, Alanno, Rosciano, Pietranico, Catignano, Elice, Citt� S. Angelo. I calanchi ospitano una particolare vegetazione argillofila e debolmente alofila.
I pascoli submontani. Le aree private delle originarie foreste e sottoposte per millenni al pascolo, sono caratterizzate dalla presenza di una Graminacea xerofila, il Bromo o Forasacco eretto (Bromus erectus) che d� il nome all'associazione: il Brometo.
La fascia del faggio. Il Faggio (Fagus sylvatica) � l'elemento pi� rappresentativo dell'orizzonte montano che si estende dai 1000 ai 1700 metri sul livello del mare. E' una specie sciafila e mesofila che predilige stazioni fresche ma protette dai venti secchi che comprometterebbero la vitalit� delle gemme. Mentre sulla Majella la faggeta � sovrastata dalla fascia degli arbusti contorti a Pino mugo, sul Gran Sasso il passaggio dalla faggeta alle praterie di altitudine � quasi netto, con sporadici arbusti nani. La faggeta, che generalmente � monospecifica, alle quote inferiori, � caratterizzata da aspetti nei quali � presente il Cerro (Quercus cerris) e qualche volta la Rovere (Quercus petrea). Non � raro imbattersi in faggete la cui composizione floristica, ricca e varia a seconda che esse siano dislocate nelle zone pi� basse e pi� calde della montagna o nelle zone di maggiore altitudine, deriva dalla fusione di aspetti tipici delle faggete settentrionali e di quelle meridionali. Nel versante del Gran Sasso, alle quote pi� basse sono localizzati aspetti di faggeta termofila. In questa prima fascia di faggeta il bosco � ceduo e spesso degradato. Al faggio si associano altre specie arboree ed alto-arbustive come gli Aceri, il Carpino nero, il Cerro e il Sorbo. Nelle zone rupestri termicamente favorevoli � possibile rinvenire esemplari di Leccio. Alle quote pi� elevate troviamo una composizione floristica che ricorda le faggete con Abete bianco. Si rinvengono il Cavolaccio meridionale (Adenostyles australis) e la Dentaria a nove foglie (Cardamine enneaphillos); non � presente per� l'Abete bianco. In alcune zone, come al Vallone d'Angri, al Fosso Gravone, al Voltigno, � presente il Tasso (Taxus baccata), attualmente in via di rarefazione. Sempre nel Vallone d'Angri si osserva il Tiglio (Tilia platyphyllos) ed il Corniolo (Cornus mas). A Farindola � presente anche l'Acero riccio (Acer platanoides). Sulla Majella, al Faggio si accompagnano altre specie arboree arbustive, quali l'Acero napoletano (Acer neapolitanum),
l'Acero montano (Acer pseudoplatanus), il Carpino nero (Ostrya carpinifolia) e il Carpino bianco (Carpinus betulus), l'Orniello (Fraxinus ornus), il Maggiociondolo (Laburnum anagyroides), dal cui il nome locale "majo. Nelle zone meno chiuse, con affioramenti rocciosi, vegetano anche il Sorbo montano (Sorbus aria), il Pero corvino (Amelanchier ovalis) e il Ranno alpino (Rhamnus alpinus). In prossimit� dei tronchi marcescenti vegeta una delle pi� curiose piante della nostra flora: un'Orchidea saprofita " micotrofa" chiamata Nido d' uccello (Neottia nidus-avis).
Una prima lettura del territorio della provincia di Pescara mette in evidenza la forte diffusione dell'insediamento: l'intero ambito provinciale � stato investito, in maniera differenziata nelle sue diverse parti, da consistenti processi di edificazione che hanno determinato una progressiva densificazione e una rottura dei tradizionali confini tra citt� e campagna. Questi processi si appoggiano sulla trama dei nuclei preesistenti e della fitta viabilit� che si estende sul territorio, cos� da rendere evidenti alcuni elementi di razionalit� che ancora oggi guidano le modificazioni della struttura insediativa. Solo frettolosamente, queste modificazioni possono essere ascritte alla casualit� di una presunta dispersione. Al contrario, esse mostrano l'articolazione e il rafforzamento di una armatura urbana che si estende sull'intero territorio, specificandosi in alcune sue parti, in relazione ai fattori geografici, orografici e idrografici.
Ancora oggi, osservando le rappresentazioni cartografiche della dispersione nel territorio della Provincia, ci troviamo a condividere due affermazioni che sono state costitutive della geografica storica. La prima affermazione sostiene che le forme dello spazio non possono che intendersi come inscritte nel tempo: le lottizzazioni lineari lungo le strade, il sistema delle frazioni nelle aree montane, l'ispessirsi della conurbazione costiera, per fare solo tre esempi, sono il modo in cui il tempo si rende visibile attraverso le modificazioni di quelli che Kracauer chiamava <<i geroglifici dello spazio>>.
La seconda affermazione sostiene che � utile e possibile dar conto della razionalit� delle forme spaziali, solo attraverso qualcosa di simile a ci� che L�vi-Strauss chiamava una "scienza delle differenze". Un punto di vista assai distante da quello assunto da chi vede nell'aumentato peso della dispersione, un carattere coprente, a-problematico della citt� contemporanea.
Queste due affermazioni guidano una lettura delle forme insediative che, analogamente alle letture degli assetti orografici, idrografici e vegetazionali del territorio, rilegge ancora una volta l'intero territorio della Provincia riconoscendone alcune omogeneit� che di seguito richiameremo in modo sintetico.
a.) Conurbazione costiera (Montesilvano e Pescara; in questo e nei punti successivi, si far� riferimento ad unit� amministrative, � peraltro opportuno ribadire la scarsa utilit� di partizioni di questo tipo entro un ragionamento sulle forme insediative e l'uso solo strumentale che qui ne viene fatto, teso a collocare le situazioni nominate). La conurbazione costiera � definita prevalentemente da isolati compatti, posti ortogonalmente alla costa secondo un impianto chiaro e ricorrente anche altre parti del litorale medio adriatico. La conurbazione costiera � segnata da episodi importanti di riuso terziario e commerciale dei fronti e da un processo di erosione degli spazi non edificati che ha inizio negli anni venti e trenta di questo secolo.
b.) I comuni di prima fascia (Montesilvano, Cappelle, Spoltore) caratterizzati dalla presenza di importanti lottizzazioni residenziali disposte a grappolo o lungo gli assi stradali, con formazione di segmenti di strada mercato, ma anche da edilizia sparsa nelle parti collinari, in particolare nel territorio di Citt� S.Angelo. Quest'area � puntuata da importanti insediamenti commerciali e terziari localizzati, per molte ragioni, nei punti di snodo dell'armatura urbana.
c.) Situazioni vallive (Cepagatti, Manoppello, Turrivalignani lungo la valle del Pescara e Collecorvino lungo la valle del Tavo), nelle quali la struttura degli insediamenti � definita dalle lottizzazioni residenziali lungo la viabilit� principale, frammiste ad importanti e ricorrenti episodi industriali.
d.) Situazioni collinari (Picciano, Loreto, Moscufo e Pianella) nelle quali la trama dei vecchi centri � riposizionata sullo sfondo dell'edilizia sparsa.
e.) Situazioni connotate da insediamenti residenziali prevalentemente organizzati in lottizzazioni continue, a grappolo o lineari, lungo la strada (Catignano, Civitaquana, Nocciano, Rosciano, Elice).
f.) Situazioni connotate da rilevante presenza di capannoni industriali isolati e diversamente relazionati alla strada (Scafa, Bolognano, Tocco, Bussi).
g.) Situazioni montane con insediamenti scarsi e frequentemente raggruppati in nuclei di non grandi dimensioni (dai 6 ai 20 corpi di fabbrica) con presenza di edilizia sparsa (Farindola, Montebello, Villa Celiera, Carpineto, Brittoli, Castiglione, Civitella sul versante del Gran Sasso e Cugnoli, Alanno, Roccamorice sul versante della Majella)
h.) Situazioni montane con insediamenti molto scarsi, costituiti al vecchio centro e da piccole lottizzazioni su strada (Serramonacesca, Lettomanoppello, Caramanico, S. Eufemia, Salle, Abbateggio, S. Valentino sul versante della Majella e Pescosansonesco, Corvara, Pietranico, Vicoli, sul versante del Gran Sasso).
i.) Centri storici: situazioni insediative pi� articolate che comprendono isolati compatti di prima espansione del nucleo storico, lottizzazioni lineari, ma anche frazioni (Penne, Popoli, Torre).
Queste diverse situazioni si caratterizzano per la presenza di pochi materiali (la casa con laboratorio artigianale annesso; la casa su lotto; il capannone), i quali compaiono secondo modalit� che riconosciamo differenti, soprattutto nel modo di aggregazione e di relazione con le grandi partizioni geografiche-morfologiche del territorio.
Un Piano provinciale si scontra sempre con la variet� delle situazioni presenti sul territorio, con diverse congruenze tra aspetti fisici, sfondi economici, sociali, culturali. Ci� crea numerose difficolt� le quali concernono anche il riconoscimento e l'interpretazione della domanda sociale cui il piano deve fornire risposta. In questo caso le difficolt� non riguardano solamente il fatto che situazioni locali diverse esprimono domande differenti, il che � molto evidente in un ambito differenziato dal punto di vista sociale e insediativo,quale � quello della provincia di Pescara, ma anche il fatto che il rapporto con la societ� � nella costruzione di un piano territoriale, meno diretto, che pi� numerose e dense sono le mediazioni che si instaurano nell'interazione sociale, ovvero meno frequenti i contatti con gli operatori.
A queste difficolt� abbiamo tentato di far fronte attraverso una ricognizione della domanda sociale che attraversasse pi� luoghi: le analisi condotte durante la stesura del Preliminare di piano sulla realt� demografica, insediativa ed economica della Provincia; le posizioni degli amministratori espresse nelle numerose riunioni, ma anche negli atti normativi che riguardano il territorio; le posizioni di soggetti in grado di comunicarci una rappresentazione sociale: una forma di conoscenza socialmente elaborata e condivisa, organizzata nella forma di un sapere che d� informazioni sullo stato della realt� ed ha perci� un fine pratico evidente. Qualcosa di simile a ci� che si intende con i termini sapere del senso comune, o sapere spontaneo, utilizzati generalmente per evidenziare, drammatizzandola, la distinzione con una conoscenza specialistica.
Inseguire la domanda sociale in pi� luoghi pu� sembrare una via faticosa, che tortuosamente riporta a ragionare sui medesimi aspetti. L'abbiamo perseguita e la restituiamo nella convinzione che l'ascolto della domanda richieda qualche cauto distacco, poich� il piano non pu� essere considerato estraneo al suo strutturarsi. Indirizzando forme e modi della conversazione sociale attorno ai problemi e ai destini del territorio, esso contribuisce a rendere pi� precisa la percezione, da parte della societ�, dei suoi bisogni, a facilitarne la traduzione in domande. Quest'azione di disvelamento e di precisazione �, forse, altrettanto rilevante che quella complementare di risposta. Ed � anche in rapporto ad essa che il piano diviene strumento di esplorazione delle identit� di quella parte di territorio alla quale si riferisce.
Le analisi condotte durante la predisposizione del piano su fonti di tipo quantitativo costituiscono un primo luogo di indagine. Esse sono illustrate pi� compiutamente nel Quaderno allegato al, al quale rimandiamo per chiarimenti metodologici e per approfondimenti. Qui cercheremo di riportare una breve sintesi di quanto � emerso da quella fase di indagine, rileggendone i risultati sullo sfondo dei numerosi studi che sono stati condotti negli ultimi anni sul territorio abruzzese.
Tre sono gli aspetti sui quali proponiamo di fissare l'attenzione: il primo attiene la distribuzione della popolazione e i suoi caratteri; il secondo le tipologie abitative riconoscibili nel territorio; il terzo gli aspetti caratterizzanti l'economia locale.
Ciascuno di questi aspetti delinea un'immagine parziale della societ� che di per se non riesce a spiegare presenza, assenza o orientamento delle domande sociali. Cionondimeno essi costituiscono uno sfondo importante per il loro trattamento. Da questa prima fase di indagine emerge con grande chiarezza come non ci si possa accostare al problema della domanda senza tener conto di quanto la realt� sociale della provincia di Pescara sia una realt� fortemente differenziata, oggi forse pi� di quanto non lo sia stata in passato. Anche per questo territorio vale l'affermazione pi� generale secondo la quale <<la struttura sociale non risulta, per cos� dire, da valori medi>>.
Lo studio degli andamenti della popolazione mostra la particolarit� della provincia di Pescara che negli anni '50-'60 � l'unica, in Abruzzo, a non perdere popolazione a seguito delle grandi ondate di emigrazione che hanno investito l'intera regione. Ci� � dovuto essenzialmente al fatto che la crescita della popolazione nel capoluogo riesce in quegli anni a controbilanciare movimenti interni che si intuiscono di grande rilievo. In seguito questa tendenza si arresta, coerentemente al formarsi di un'area metropolitana matura segnata da episodi insediativi che reggono il confronto di Pescara. Qui come altrove sarebbe un errore giudicare il rallentamento della crescita nel capoluogo in un'ottica puramente comunale. Un'analisi delle tendenze dell'urbanizzazione che presti attenzione alla cintura metropolitana, mostra come in questa parte si concentra la crescita. Nei comuni di Montesilvano, Spoltore, Citt� S. Angelo, Cepagatti e, fuori provincia, nei comuni di Silvi, S. Giovanni Teatino, Francavilla. Le connotazioni empiricamente osservabili di questo fenomeno coincidono con la crescita dell'edificazione in una vasta area dai confini poco percepibili. Mentre il ricambio di popolazione, denunciato da tassi di emigrazione oltre che di immigrazione, lascia intuire mutamenti nella morfologia sociale dei comuni confinanti con Pescara.
La formazione di una vasta area metropolitana � registrata a pi� livelli. Con una delimitazione ampia e una prospettiva tradizionale, il QRR ne ripropone un perimetro che comprende una vasta porzione di territorio, nella quale risiedono circa 470 mila abitanti in 80-90 comuni. Da tempo la definizione di area metropolitana in termini di delimitazione di confini che cingono <<una citt� pi� grande>> si � mostrata una via inefficace nel governare processi funzionali e decisionali assai complessi. Non vogliamo riprendere temi molto discussi; richiamando il piano della Regione abbiamo inteso sottolineare semplicemente la presa d'atto, a livello normativo, di un fenomeno urbanizzativo forte cui fanno riscontro andamenti molto differenziati nel resto del territorio. Questi possono essere sintetizzati in una crisi evidente delle aree di montagna e in una sostanziale tenuta dei centri di collina che hanno una popolazione relativamente stabilizzata, ora in debole crescita, con fenomeni di ricambio, soprattutto nei comuni dei due fondovalle.
Se dalla lettura degli andamenti dell'urbanizzazione si passa a quella delle morfologie socio-demografiche risulta bene evidente un'ampia articolazione di situazioni che spezza l'immagine della grande campagna urbanizzata, con la quale si � soliti rappresentare la realt� dell'entroterra pescarese. Contigue appaiono situazioni che hanno rappresentato paradigmi diversi dello sviluppo nel nostro paese. Le situazioni tipiche della Terza Italia, riconoscibili in una parte significativa dell'area collinare, caratterizzate da una popolazione in leggera crescita, con nuclei familiari numerosi in misura maggiore rispetto alla media provinciale, livello minimo di disoccupazione, buoni tassi di attivit�, maggiore articolazione per condizione professionale e per settori. E quelle spiccatamente industriali che si registrano nei comuni della media valle del Pescara e della valle del Tavo, oltre che a Bussi: situazioni che restituiscono un modello di sviluppo caratterizzato da un profilo demografico in media con quello della provincia (esclusa Pescara), popolazione con livelli di istruzione medi, alta percentuale di attivi operai impiegati nell'industria, mentre il numero dei lavoratori in proprio e nell'agricoltura � inferiori alla media.
Anche le situazioni montane non presentano un panorama univoco: a situazioni di grande marginalit� legate alla struttura di una popolazione anziana, in diminuzione, con bassi livelli di istruzione e bassi tassi di attivit�, legata all'agricoltura, che si sostiene principalmente grazie ad integrazioni pensionistiche e previdenziali, fanno riscontro vaste situazioni di margine, tra montagna e collina, nelle quali i connotati sono meno squilibrati rispetto alla media e ridisegnano comunque profili sociali meno legati alle forme di trasferimento pubblico, cos� come alla necessit� di affidarsi alla famiglia intesa nei termini di un'indispensabile agenzia di servizi.
I piccoli centri (Popoli, Tocco, Torre de' Passeri, Bolognano) sono caratterizzati da una quota inferiore alla media di attivi nell'industria e nell'agricoltura, alla quale fa riscontro una buona presenza di terziario di servizio alla popolazione. La popolazione �, in misura maggiore alla media, costituita da impiegati e dirigenti.
Pescara ambiguamente associa connotati propri di alcune realt� urbane metropolitane del Centro Nord (livelli di istruzione elevati, popolazione occupata nel terziario, in condizione di dirigenti, impiegati o liberi professionisti) a connotati tipici di realt� urbane meridionali (popolazione di et� media). La grande periferia adriatica ha popolazione pi� giovane, impiegata nel terziario, istruita.
Si intuisce, da questo tipo di rappresentazione, seppure ancora molto aggregata, una configurazione sociale originale, nella quale opportunit�, interessi e modi d'uso del territorio sono molteplici e stratificati, nel contempo fortemente radicati entro alcune condizioni di sfondo. Le dinamiche economiche e sociali mostrano il permanere di consistenti differenze, di una divaricazione degli stili di vita gi� evidenziata per altri contesti. In termini diversi, emerge l'immagine di una societ� strutturata nella quale la situazione insediativa, insieme alla posizione di lavoro, all'et�, alla forma della famiglia pu� divenire elemento di disuguaglianza, senza che ci� assuma il carattere di destino ineluttabile, senza cio� sottovalutare possibili strategie orientate a migliorare la propria posizione. Non ultime quelle che riguardano i modi di abitare il territorio. Si frantumano nel contempo immagini omologanti, costruite avendo attenzione ai modi del consumo; immagini che in questi ultimi anni rileggono anche il contesto pescarese secondo le tante retoriche dell'epoca postmoderna, restituendo una struttura sociale semplice, caratterizzata da una grande middle class alla quale avrebbero ormai approdato ceti medi e operai, resi simili da maggiori investimenti nel tempo del non lavoro, da stili di vita e di consumo fortemente innovativi.
La variet� dei connotati della popolazione insediata sul territorio confrontata con gli studi condotti sulla struttura insediativa e con l'analisi del patrimonio abitativo mostra la non coincidenza tra forme dell'insediamento e profili sociali. Lo scarto � essenziale poich� chiarisce come i legami tra spazio e societ� non possano essere irrigiditi entro logiche univoche: forme insediative connotate da un'alta percentuale di case sparse che potrebbero essere pensate come strettamente legate all'area collinare e alla sua economia, sono rintracciabili in situazioni territoriali diverse e differentemente caratterizzate dai rispettivi profili socio-demografici. Cos� la dispersione delle aree di bordo metropolitano, apparentemente assimilabile dal punto di vista fisico-morfologico a quella delle aree del turismo della montagna, o a quella "da distretto" delle aree di collina, ne � invece profondamente distante per i connotati economici e sociali.
Analogamente, condividono una condizione abitativa per molti versi simile, situazioni socio-demografiche connotate da un carattere operaio-industriale (Bussi, Scafa e Lettomanoppello) e situazioni connotate da un pi� spiccato carattere urbano (Bolognano, Popoli, Tocco Casauria e Torre de' Passeri).
A questo proposito il confronto tra la mappa della morfologia socio-demografica e quella delle morfologie relative al patrimonio abitativo rende immediatamente evidente la minore variet� di situazioni e la loro non coincidenza. Pi� in particolare, i comuni di montagna sono caratterizzati da un patrimonio abitativo vecchio, costituito da abitazioni piccole, in propriet�, spesso carenti di servizi (di bagno e di riscaldamento), nel quale sono consistenti le quote di non occupato o sottoutilizzo. In questa classe sono compresi i comuni il patrimonio residenziale dei quali � legato al turismo (Serramonacesca S. Eufemia-Caramanico e Brittoli, Pietranico Abbateggio oltre a Montesilvano sulla costa).
I comuni collinari (qui compresa la bassa e media valle del Pescara) sono stati investiti da un'edificazione residenziale continua nel tempo, caratterizzata da case grandi, in propriet�, con buona dotazione di servizi e un indice di affollamento in media con quello della Provincia (senza Pescara). La continuit� dell'edificazione � un elemento sul quale riflettere, poich� bene evidenzia l'innestarsi dei processi di costruzione della "citt� dispersa" entro fenomeni di pi� lunga durata e, in ogni caso, il suo carattere di fenomeno non recente, come il dibattito di questi ultimi anni, potrebbe forse portare a credere. In queste aree � possibile osservare una maggiore percentuale di case sparse e un indice di non occupato lievemente inferiore alla media, ma con valori superiori a quelli che si ritrovano nelle province dell'Italia centrale.
Nell'alta e media valle del Pescara l'edificazione sembra avere avuto un'interruzione tra gli anni '60 e '70 ed essere ripresa solo di recente. Non vi sono case sparse. Le abitazioni sono meno grandi che nell'area collinare, con pi� elevate percentuali di case in affitto di quante non vi siano altrove e una quota superiore alla media di case di propriet� pubblica, a mostrare una differente mappa degli operatori e delle procedure di promozione. La dotazione dei servizi e l'affollamento sono leggermente pi� bassi, minimo � il non occupato.
Nell'area metropolitana, il patrimonio abitativo � recente, con alte percentuali di costruito successive agli anni '60, connotato da grandi case ben dotate di servizi, con una quota, anche se modesta, di case sparse. Una quota di affitto superiore alla media provinciale, un'ampia quota di non occupato (seconde casa o abitazioni non ancore collocate sul mercato). Lo scostamento pi� significativo rispetto alla media concerne le abitazioni di propriet� di impresa.
Infine, il patrimonio edilizio della citt� di Pescara � stato edificato per pi� della met� della sua consistenza, dal dopoguerra al 1972. E' un patrimonio caratterizzato da case di media dimensione (con tagli tipici di quattro o cinque stanze), ben dotate, con alte percentuali di abitazioni pubbliche e di abitazioni in affitto, con valori minori della media di non occupato.
Le forme della presenza dell'industria nel territorio pescarese coprono l'intero arco compreso tra la piccola e la grande industria. Ci� corrisponde all'osservazione, fatta da tempo, per la quale l'originalit� del modello di industrializzazione di queste aree deriva dalla coesistenza, nello stesso spazio di impulsi imprenditoriali sia endogeni che esogeni. I primi hanno generato un'industrializzazione diffusa, retta su un insieme di condizioni che vanno dalla presenza di un'economia originaria di tipo mezzadrile in alcuni contesti locali, ad importanti tradizioni di commercio e artigianato, alla distribuzione sul territorio di funzioni urbane e infrastrutture, fino alla riconoscibilit� di subculture politiche chiaramente definite che hanno agito come elemento di conservazione dell'identit� locale. Gli impulsi esogeni si sono espressi in investimenti di gruppi esterni pubblici o privati che hanno generato concentrazioni produttive utilizzando numerose forme di agevolazioni e sussidi, cos� come le infrastrutture di trasporti, ma anche di istruzione e sanit�, rispetto alle quali la dotazione abruzzese � a buoni livelli.
Tutto ci� ha disegnato una precisa possibilit� di crescita negli anni '80 e una diversificazione della tipologia industriale che oggi costituisce una delle pi� interessanti risorse per la politica locale. Entro questa diversificazione riconosciamo quattro principali sistemi, ciascuno dei quali richiede precisi indirizzi di riorganizzazione e sostegno:
a.) il sistema produttivo artigianal-industriale dell'area urbana adriatica, diversificato nei settori, ma tipicamente legato alla domanda urbana e perci� alle produzioni tessili, edilizie, alimentari. Questo complesso di attivit� si � in parte sostituito a medie e grandi imprese la presenza delle quali ha in passato caratterizzato il contesto urbano pescarese a differenza di altre realt� della regione. Oggi permangono alcune importanti imprese di media e grande dimensione a connotare un tessuto economico assai pi� articolato che si � sviluppato fino all'inizio degli anni '90 e ha risentito pesantemente della crisi successiva. In rapporto ad esso sembra necessario un profondo ripensamento delle politiche di fornitura e infrastrutturazione delle aree in grado di superare vecchi modelli insediativi. Il riutilizzo di aree industriali dismesse potrebbe fornire in questa direzione pi� di una opportunit�.
b.) il sistema delle colline aprutine e del Tavo Saline, caratterizzato da produzioni tradizionali (tessile, legno, alimentari) fortemente integrate con l'agricoltura. Nel complesso queste industrie (non solo di piccola dimensione) hanno risentito della crisi economica in misura minore e mostrano di poter ulteriormente svilupparsi se supportate da opportune condizioni: da una politica di formazione e fornitura di servizi, da un miglioramento nelle comunicazioni, da una maggiore integrazione a filiera delle attivit�. Per questo sistema un modello insediativo tradizionale per medio-grandi aree industriali specializzate (adottato, come vedremo, dalla pianificazione locale anche pi� recente) sembra essere poco pertinente sia alle caratteristiche economiche dell'area, sia a quelle paesistico insediative, mentre pi� interessante � una normativa che regoli e controlli modalit� di inserimento nel territorio pi� flessibili e contestuali.
c.) il sistema della media valle del Pescara tra le due province di Chieti e Pescara. Esso connota fortemente l'economia locale dell'area con minori integrazioni sia nei confronti dell'agricoltura, sia dell'economia urbana. Questa realt� oggi vive una fase di ristrutturazione che pu� essere governata e aiutata con opportune politiche industriali, le quali tengano conto del venir meno di tradizionali agevolazioni e favoriscano l'innovazione e la presenza sul mercato delle imprese. E' possibile pensare ancora ad un'azione pubblica orientata ad attrarre imprese dall'esterno grazie alle condizioni che l'area presenta: un territorio ottimamente infrastrutturato, contiguo ad un polo urbano, egualmente qualificato per alcune infrastrutture (ferrovia, aeroporto, servizi alle imprese) e nello stesso tempo inserito in un quadro insediativo diffusivo e reticolare (quello della media valle e delle colline) che pu� fornire altre non meno importanti risorse ambientali per la manodopera locale, sia per la soluzione di problemi abitativi, sia per l'offerta di servizi per il tempo libero.
d.) il polo Popoli - Bussi risulta legato a questa importante presenza industriale nella valle del Pescara, cos� come al sistema produttivo della conca di Sulmona. Presenta, rispetto al sistema precedente, dimensioni pi� limitate ed alcune specificit� negli indici di specializzazione delle attivit� presenti che ne ridefiniscono un profilo autonomo.
Questi sistemi produttivi condividono alcuni aspetti critici: l'eccessivo ricorso al contoterzismo, come la generale sottocapitalizzazione e la fragilit� delle strutture organizzative. Se la grande impresa non ha prodotto un indotto di qualche peso, la piccola fatica ad innovare prodotti e processi, cos� come ad integrare le diverse fasi, dalla progettazione alla commercializzazione, in misura che possa apparire adeguata alla realt� attuale.
A fronte di ci�, la cooperazione tra attori pubblici e privati deve essere ben pi� articolata di quella che in passato ha creato infrastrutture di base o ha attivato imprese esterne. Esiti per i quali poteva bastare un'azione di coordinamento minima. Ora, la progettazione e realizzazione di sistemi reticolari tra imprese, centri di ricerca, enti pubblici richiede altre capacit� di programmazione.
Le attivit� inerenti il terziario presentano nella provincia due modelli organizzativi differentemente sviluppati e in parte sovrapposti: quasi due poli in continua tensione. Il primo modello � tradizionale e polarizzato su Pescara. Il secondo ha configurazione reticolare con forme insediative sia tradizionali, sia innovative.
Il primo modello � chiaramente leggibile nelle forme di organizzazione del commercio all'ingrosso, dei trasporti e dei servizi alle imprese e alle famiglie. Esso sembra in via di superamento per quanto riguarda l'offerta commerciale: a fianco di Pescara si segnalano le offerte dei comuni di cintura che spiccano per un elevato indice di specializzazione, per il rapporto tra attivit� commerciali e popolazione, per la presenza di nuovi "fatti urbani" commerciali ai quali per� rimangono ancora estranee tipologie miste, del tipo di quelle che utilizzano i centri commerciali integrati in altre aree del paese.
Una situazione potenzialmente interessante per il commercio pu� essere osservata anche anche nella media ed alta valle del Pescara, nella quale potrebbe prendere corpo un reticolo di offerte complementari. L'elemento pi� significativo delle trasformazioni in atto nel settore del commercio all'ingrosso � costituito dal decentramento nella cintura di Pescara, fenomeno che, con la realizzazione del mercato ortofrutticolo e dell'interporto, sembra estendersi alla media valle con implicazioni insediative da valutare.
Una netta polarizzazione su Pescara segnano invece altri rami del terziario. Ad esempio i servizi alle imprese e famiglie che registrano limitate espansioni nella cintura metropolitana e sono segnate da modelli insediativi tradizionali quali l'ufficio diffuso e l'edificio terziario specializzato.
Anche l'artigianato di servizio � concentrato in Pescara; il tessuto produttivo della citt� assume cos� una tipica connotazione urbana-metropolitana sia per la discreta presenza di attivit� quaternarie, sia per la pi� massiccia presenza di un artigianato di servizio tradizionale e di un'industria tipiche di un'area urbana matura.
Pescara, insieme a Montesilvano, segna anche una forte concentrazione delle attivit� legate al turismo, a fronte del peso contenuto del turismo montano, in gran parte concentrato sulla Majella, e dello scarsissimo peso del turismo collinare. Richiedono politiche specifiche sia il turismo balneare, che ha raggiunto forse i suoi limiti, sia quello termale presente a Caramanico, il quale, in particolare richiede di essere integrato con una diversa tipologia di offerta pi� strettamente legata al parco.
Nel complesso, il maggiore sviluppo turistico della provincia pi� che legarsi ad una sola risorsa (mare, collina, terme, parchi) pu� avvantaggiarsi ad una loro pi� stretta integrazione entro un insieme che complessivamente presenta caratteri assai originali nel quadro delle offerte turistiche oggi disponibili. Le opportunit� offerte dal turismo possono essere importanti per modificare, nelle aree montane, un'attivit� agricola che dopo un lungo processo di ridimensionamento, oggi si presenta come attivit� marginale e parzialmente assistita dallo Stato.
Tutt'altra importanza assume l'agricoltura di collina e fondovalle nella quale i fenomeni di part-time tendono a stabilizzarsi, mentre alcune produzioni come quelle dell'olivo risultano sempre pi� appoggiate su imprese a tempo pieno, anche se non si associano ad una moderna industria olearia. In questi territori e nelle pianure adiacenti non periurbane si registra un certo ridimensionamento della vite, fenomeno al quale si � affiancato un notevole sviluppo della floricoltura e una certa espansione delle coltivazioni a frutti. Per questa agricoltura di collina e fondovalle i problemi maggiori vengono dallo scarso sviluppo della cooperazione, dell'associazionismo, di forme innovative di commercializzazione e promozione sul mercato, nonch� da una limitata integrazione a filiera con le attivit� industriali. Essa pertanto al di l� delle iniziative infrastrutturali (es. nuovo mercato ortofrutticolo) richiede essenzialmente politiche socio-economiche di formazione, stimolo alla cooperazione, fornitura servizi.
Dal punto di vista urbanistico non pu� essere sottovalutata la presenza dell'attivit� agricola collinare nella costruzione del paesaggio, essa pu� essere ulteriormente valorizzata e riprogettata. D'altra parte � evidente il conflitto tra questa agricoltura -che presenta aspetti tutt'altro che assistenziali e contribuisce al benessere dell'area- e modalit� di gestione delle risorse acqua e suolo. In particolare, in negativo si segnalano progetti di infrastrutturazione stradale, di espansione urbana e di individuazione di aree industriali, non sempre soddisfacenti da questo punto di vista. In positivo deve essere segnalata una possibile virtuosa integrazione tra politiche di promozione e commercializzazione dei prodotti agricoli, di sviluppo turistico dell'area collinare e di un'attenta progettazione urbanistica tesa da un lato a recuperare e valorizzare il patrimonio edilizio consolidato non solo nei centri storici, ma anche dell'edilizia rurale e delle emergenze minori (es. laghetti) dall'altro tesa a normare le modalit� morfologiche e tipologiche delle nuove urbanizzazioni residenziali ed industriali diffuse nel territorio.
Trasmissione ed aggregazione della domanda sociale sono aspetti specifici dell'azione politica che, cos� facendo, reinterpreta la realt� locale. Cionondimeno anche il discorso politico non pu� essere scambiato con un resoconto accurato della societ�, sia perch� � complessivamente esito delle posizioni espresse da un insieme di soggetti posti a diversi livelli amministrativi e a volte in contrapposizione su problemi rilevanti; sia perch�, qui come altrove, le immagini della societ� sono frutto di numerose mediazioni. In questo paragrafo cercheremo di riproporre l'immagine della domanda sociale che emerge da alcuni testi: dalle risposte al questionario inviato ai sindaci durante le prime fasi di studio del piano territoriale; dai colloqui con gli amministratori locali che hanno accompagnato la fase di progettazione e presentazione del preliminare; da documenti di diversa natura, prodotti dalle amministrazioni in questi ultimi due anni e, infine, dai piani regolatori redatti per il territorio provinciale.
Nel loro complesso, le immagini fornite dagli amministratori riflettono una societ�, lo sviluppo economico della quale � stato importante in passato e ha determinato una altrettanto importante integrazione sociale, ma a scapito di alcune questioni rimaste irrisolte, spostando nel tempo i problemi o affrontandoli con soluzioni costose. Su questo sfondo il problema messo in evidenza dal discorso politico riguarda gli impedimenti che oggi si oppongono alla prosecuzione dello sviluppo da parte della societ� locale, ma anche, e soprattutto, i modi con i quali ottenere motivazione e consenso per un assetto economico che possa apparire pi� stabile ed efficiente.
Gli esempi di soluzioni costose che possono essere richiamati sono numerosi e riguardano nella maggior parte dei casi, linee d'azione adottate in passato, che non hanno saputo governare i problemi o hanno contribuito a complicarli. Uno tra gli esempi che compare pi� frequentemente, riguarda gli esiti sul territorio di una politica che <<ha osservato>> l'esplicarsi delle forze economiche, rimanendone in buona parte estranea. Negli anni di maggiore sviluppo, il tentativo di assecondare ed incentivare processi di mercato di per se poco organizzabili e disordinati, ha comportato che non si costruisse (o si ritenesse un errore costruire) uno sfondo di coordinate per un'espansione insediativa ed economica irruente, che ha occupato vaste aree del territorio, lungo la costa e le penetrazioni vallive. Ci� ha prodotto un forte congestionamento, oggi percepito quale maggiore ostacolo per il proseguimento dello sviluppo. Gli interventi sulla mobilit� significativamente diventano un elemento strategico sul quale � appuntata l'attenzione di tutti. A questi aspetti, molto generali, pu� essere ascritta la preoccupazione degli amministratori di costruire con il piano territoriale sostanzialmente una "guida allo sviluppo": un insieme di indicazioni per iniziative che lasciate a se possono rivelarsi reciprocamente conflittuali o contraddire obiettivi generali quali sono il funzionamento complessivo del territorio, il perseguimento di condizioni abitative adeguate, la possibilit� di muoversi senza eccessivi costi.
Altri esempi concernono le politiche abitative e quelle relative al terziario ed al commercio. Per ci� che attiene l'abitazione, la difficolt� a trattare dal punto di vista politico in generale e delle politiche urbanistiche in particolare, le specificit� dell'abitare questi territori, unitamente all'idea per la quale i tratti che definiscono una citt� sono universali (e tali sarebbero quelli della citt� adriatica), hanno definito un approccio che si � lasciato sfuggire quasi del tutto la possibilit� di governo dei processi di edificazione, avvenuti in modo "spontaneo" o incoerente con le indicazioni di piano. Laddove la spontaneit� indica logiche altre rispetto a quelle degli strumenti urbanistici.
Altri problemi nascono dall'attenzione crescente al settore terziario direzionale che, qui come altrove, sembra poter assorbire una massa ingente di risorse pubbliche e private, in un'espansione favorita sia dalla presenza di ampie aree vuote lungo la costa, disponibili per nuove funzioni e in cerca di valorizzazione, sia dalla nuova <<ottica metropolitana>>, sulle quali si ridisegna la possibilit� di innalzare il livello competitivo dell'area. La terziarizzazione pu� contribuire ad inibire ulteriormente quelle politiche pubbliche in grado di aprire nuove opportunit� non solo per i gruppi sociali svantaggiati. Il riferimento sembra essere a quell'insieme di politiche di aggiornamento e riqualificazione professionale; di ridistribuzione del tempo di lavoro e dei cicli lavorativi; di partecipazione culturale e del tempo libero; di assistenza al risparmio; di accesso ad alternative di alloggio e mobilit� che Massimo Paci ha proposto tempo fa di connotare con il termine sociali, la mancanza delle quali apre oggi ulteriori elementi di rigidit� per lo sviluppo.
E' interessante osservare la differenziazione territoriale che si ha nella percezione del tema della terziarizzazione: in alcuni luoghi, tipicamente nei centri collinari pi� interessanti (a Penne, ad esempio), i recenti processi di terziarizzazione sono riletti come forma di omologazione del territorio che si sovrappone, offuscandole, ad importanti risorse locali. Le radici di questi atteggiamenti sembrano affondare in vecchie contrapposizioni tra assetti produttivi industriali e terziari. Non importa qui un giudizio, quanto rilevare il fatto che ancora una volta le posizioni assunte nei confronti dei problemi e delle risorse locali sono molto diverse. Come orizzonte perseguito, prima ancora che come stato di fatto, la terziarizzazione <<pesante>> o <<violenta>> � un fenomeno della costa pi� che dell'interno. E' infatti sulla costa che esso ha modo di esplicarsi pi� compiutamente in episodi che presentano connotati tipici da <<grande operazione>> denunciati pi� volte nel discorso politico: incertezza su quali siano gli attori e sulle loro strategie, difficolt� di cooperazione, possibilit� di mettere in campo valori diversi in parte conflittuali, ambiguit� sugli esiti.
Analogamente si riconosce negli episodi legati alla grande distribuzione, il segno di una presenza importante nell'economia locale e nel territorio: il manifestarsi di un processo di modernizzazione attraverso forme capaci di esprimere, anche a livello simbolico, l'avvicinarsi del contesto abruzzese a quelli pi� avanzati delle aree del Centro Nord. Ipermercati e centri commerciali sono accolti favorevolmente, ma nel contempo con diffidenza per ci� che concerne gli esiti che essi potranno avere, o hanno avuto, come elemento di riordino in senso gerarchico del territorio.
In questi ultimi anni molta parte del discorso politico, cos� come quello di altri soggetti istituzionali (dell'Universit�, ad esempio), pu� essere riletta come sforzo teso a costruire correttamente il problema area metropolitana, con riferimento ad una vasta area delle province di Chieti e Pescara, il cui cuore � rintracciabile nella bassa valle del Pescara. Tra le iniziative, la pi� rilevante, promossa dalla Regione a seguito delle indicazione contenute nel QRR, � costituita dalla predisposizione di un progetto strategico per l'area Pescara Chieti. L'obiettivo � quello di costituire le linee non tanto e non solo di un necessario riordino territoriale, ma di indirizzo generale, supporto necessario al quale possano riferirsi finanziamenti nazionali ed europei.
La principale motivazione del progetto � data dalla consapevolezza che questa parte di territorio costituisca ormai un <<sistema urbano integrato>>, difficilmente organizzabile entro ottiche amministrative separate che ne ridisegnano di volta in volta confini interni. Da questo punto di vista un grande sforzo progettuale � dedicato all'individuazione di un'agenzia che sia in grado di superare antiche contrapposizioni localistiche, come quelle che hanno in passato segnato i rapporti tra le amministrazioni Chieti e Pescara. Primo passo in questa direzione � il Protocollo di intesa tra le due province siglato nel gennaio del 1996, il quale definisce la costituzione di organi di natura diversa (un Laboratorio interprovinciale, una Conferenza permanente di pianificazione provinciale, un Servizio interprovinciale) alcuni dei quali costituiscono inedite tavole di discussione e trattativa tra enti, istituzioni e associazioni delle due province. L'aspetto centrale � la creazione di consenso attorno all'idea di area urbana integrata, come punto chiave per ricostruire reti di relazione tra attori e superare ostacoli e vincoli sia amministrativi, sia pi� in generale, decisionali. Questa linea � rilanciata a livello locale con grande ampiezza, attraverso la predisposizione di un gruppo di consulenti assai autorevole. E' interessante rilevare come il progetto strategico continui, pur differenziandosi da esse, le linee di politica pubblica del passato, in alcuni tra i loro pi� interessanti aspetti.
In primo luogo perch� anch'esso sembra, almeno nel programma, dare molto spazio ai temi delle infrastrutture, oggi affiancati da quelli dell'ambiente e dell'architettura, un tempo esaustivi. Infrastrutture fisiche, prima ancora che di altro tipo: interporto, mercato agro-alimentare, fiera sono considerati esiti e volani dell'integrazione del sistema metropolitano, cos� come universit�, ospedali, autostrade in passato hanno costituito l'esito e il motore dello sviluppo. Ciascuna di esse ha oggi motivazioni fortemente sentite a livello amministrativo. L'interporto e il mercato agro-alimentare sono oggetto di accordi di programma gi� definiti. La fiera � ancora a livello di una vaga risposta alle richieste di difesa e valorizzazione del tessuto produttivo avanzate dalle associazioni di tutela dell'artigianato e della piccola impresa.
Ma l'aspetto pi� importante sul quale le nuove iniziative sembrano ripercorrere strade gi� praticate, � un altro e concerne l'importanza attribuita a tutto ci� che pu� creare una percezione diffusa delle necessit� dello sviluppo.
Numerosi studiosi si sono interrogati sulle buone performances conseguite in passato dal sistema politico amministrativo abruzzese in termini di industrializzazione, di dotazione infrastrutturale, ma anche di rendimenti istituzionali, che hanno portato in pochi decenni questa regione a livelli assai vicini a quelli del Centro-Nord. Alcuni hanno ipotizzato che all'origine vi fosse, insieme ad altre importanti condizioni, la capacit� da parte della classe politica locale e dei suoi importanti protagonisti, di costruire una ideologia dello sviluppo, capace di confrontarsi con i numerosi particolarismi della societ� locale, premiandoli e rimandone premiata. Si sarebbe creata, secondo quest'ipotesi, un'uniformit� di prospettive tra leadership politica ed �lites economiche e sociali; una convergenza che avrebbe determinato il successo della modernizzazione abruzzese. Alla base di quest'ultimo vi sarebbero quindi imprenditorialit� politica e linee d'azione orientate a premiare, secondo un'ottica individualistica classica, i particolarismi in modo che nessuno fosse escluso in un gioco comunque a somma positiva. Diversi possono essere i giudizi formulati su tesi che, come questa, tendono a scardinare schemi interpretativi costruiti sull'incompatibilit� tra politiche individualistico-clientelari e benefici di tipo collettivo. Ci� che sembra rilevante � comunque il ruolo attribuito alla condivisione di una vera e propria ideologia dello sviluppo. Oggi, in situazioni diverse di funzionamento del sistema politico, rimane la percezione dell'importanza di questo fattore il cui perseguimento adopera strumenti differenti, primo tra essi, la definizione di un progetto strategico per l'area metropolitana.
La rappresentazione che della societ�, dell'economia e delle sue esigenze si ha attraverso la pianificazione locale merita di essere riletta con grande attenzione. Poich� per larghi tratti del territorio della provincia di Pescara, cos� come per numerose altre situazioni nel nostro paese, il formarsi di una fitta trama insediativa nei territori, � imputabile anche ad una politica pubblica insufficiente. Insufficiente almeno secondo due modalit�. Insufficiente a far fronte alla crisi urbana degli anni '70, quindi ad un riadeguamento delle condizioni della vita urbana (in termini di controllo del mercato abitativo, miglioramento delle infrastrutture urbane, condizioni generali del vivere) che potesse frenare l'uscita dalle citt� di grandi quote di popolazione. Insufficiente a governare i fenomeni di edificazione nelle aree investite negli ultimi due decenni da nuovi processi di edificazione. E' importante quindi chiedersi come la pianificazione locale si pone oggi dal punto di vista del governo della dispersione.
La nuova armatura urbana riconoscibile sul territorio della Provincia � una configurazione complessa che indebolisce gerarchie precedenti, mescolando sul territorio abitazioni, infrastrutture, attrezzature e servizi collettivi, luoghi di produzione o di commercio. Di questa frammistione i piani urbanistici sembrano recepire principalmente un aspetto: le configurazioni lineari generate lungo alcune infrastrutture. Configurazioni che sono riconosciute e rafforzate secondo logiche funzionali classiche: una soluzione riduttiva per un problema complesso. Per argomentare questa impressione faremo riferimento, in modo schematico, alle indicazioni fornite in merito agli insediamenti produttivi e residenziali dalla pianificazione urbanistica a livello locale.
Ci� che connota il rapporto tra pianificazione locale e forme insediative dell'industria � la predisposizione di vaste aree secondo logiche non innovative, persistenti anche entro strumenti di piano presentati in questi ultimi anni. Nelle aree collinari, ad esempio, � possibile osservare la presenza di aree industriali artigianali consistenti e isolate, addossate alle infrastrutture della viabilit�. Cos�, al confine tra Montebello e Penne, o lungo la strada che si snoda a sud di Penne. Si tratta di una modalit� insediativa estranea al paesaggio collinare e nello stesso tempo, alla forte integrazione che il sistema produttivo locale mantiene con l'agricoltura. Analogamente, il fondovalle del Tavo-Saline risulta ridefinito nella pianificazione locale, dalla successione di vaste aree industriali e artigianali, che, se confrontate alla situazione attuale dell'insediamento, appaiono di maggiore estensione anche rispetto a quelle del fondovalle del Pescara. Alternate con altrettanto vaste aree di espansione residenziale (peep), esse ridisegnano l'intero asse vallivo con una significativa interruzione nel territorio di Cappelle. Anche qui, la logica affermata dai piani � chiaramente unitaria; distante, quando non contrapposta, alle esigenze dell'economia locale; del tutto evidente negli strumenti urbanistici di Montesilvano, Moscufo, Loreto, tutti approvati negli anni '90.
Lungo la media e bassa valle del Pescara il sistema produttivo �, come si � detto, sostanzialmente diverso, un sistema "quasi fordista", appoggiato alle grandi infrastrutture che in questo modo fungono da elemento di riarticolazione dei rapporti tra urbanizzazioni estensive ed intensive. Qui le vaste aree industriali si alternano ad aree destinate ad attivit� commerciali, direzionali, di servizio: l'insediamento dell'interporto a Manoppello, nel suo isolamento, costituisce il prolungamento di questo sistema che � continuo nei comuni di Pescara, Spoltore, Cepagatti.
Nei piccoli centri pi� a monte, come a Torre de' Passeri, � chiara una diversa logica di frammistione tra aree industriali e altre diversamente funzionalizzate.
A Bussi e Popoli, infine, la pianificazione ripropone un uso del territorio fortemente connotato dalla presenza dell'industria: sono questi i comuni nei quali le amministrazioni vivono alcuni vincoli di Piano industriale come imposizioni pesanti di un livello diverso di governo.
Nel complesso un semplice confronto tra queste situazioni mostra come da un punto di vista analitico le scelte di zonizzazione sembrano poco differenziate entro situazioni territoriali profondamente diverse per ci� che attiene forme e peso dell'insediamento produttivo. Ovunque i piani cercano di reagire all'incertezza circa il futuro dei processi di espansione con una strategia semplice di presa d'atto dell'esistente e di ampliamento dell'offerta, che in alcuni casi appare decisamente consistente, ad esempio nella valle del Tavo Saline. Questo sovradimensionamento, moltiplicando le opportunit� di espansione, potrebbe costituire un modo efficace per rimandare o evitare del tutto eventuali conflitti e soddisfare una molteplicit� di attese. Si tratta, ancora una volta, di una logica di tipo tradizionale, disattenta al confronto con le ragioni organizzative e le stesse forme fisiche della dispersione degli insediamenti (industriali) nel territorio.
Nei confronti delle politiche abitative il discorso degli amministratori � pi� articolato, anche se l'atteggiamento della pianificazione locale non appare sostanzialmente diverso. I temi relativi alla residenza sono riconducibili complessivamente a due ordini di questioni: questioni di "compatibilit�" (tra usi agricoli e usi residenziali; tra residenza e infrastrutture della mobilit�) e questioni di "resistenza" nei confronti dell'abbandono dei centri storici, da quelli minori (Catignano) ai maggiori (Penne, Loreto, Citt� S. Angelo), fino a quelli di montagna per i quali l'unica risorsa che sembra agli amministratori in grado di contrastare un indebolimento progressivo � il turismo. Nei confronti di questi ultimi si apre il problema delle aree vincolate a parco che presentano agli amministratori locali sempre il doppio volto di risorsa e di freno per lo sviluppo. Quella dei parchi � una presenza percepita come ingombrante in comuni che si trovano nella difficolt� di gestire le esigue risorse di una scarsa popolazione in un vasto territorio, perlopi� vincolato. Farindola ne � un esempio significativo.
In altre situazioni, lo svuotamento dei centri storici sembra pi� facilmente governabile proprio a partire da politiche abitative che siano in grado di riproporre queste situazioni come luoghi <<altamente vivibili>>, grazie ad una <<residenza di tipo diverso, pi� qualificato, che tragga vantaggi anche da attente politiche culturali>>.
<<Pescara deve trovare il centro storico nell'area vestina>> � uno slogan che bene ripropone la volont� degli amministratori locali di far propria un'ottica di area vasta e un'idea di organizzazione territoriale non eversiva con la tradizione, anzi, ancora per molti aspetti tradizionale rispetto alle forme di modernizzazione che hanno investito il territorio della Provincia. Per questo � spesso sottolineata la necessit� di infrastrutture efficienti e funzionali ad un'organizzazione estesa su un ampio territorio: ci sembra importante sottolineare in questi casi il superamento, nel discorso politico, di uno sguardo prevalentemente localistico.
Alla ricchezza rappresentata dai centri storici e alla loro alta qualit� abitativa � comunque affiancata la presa d'atto dei vantaggi che si associano all'insediamento disperso, a determinare una qualit� differente, ma altrettanto socialmente rilevante. La prima costruita su identit�, appartenenza, reti di relazione. La seconda espressa in maggiore quantit� di spazio per se e la famiglia, autonomia, radicamento.
Il mosaico dei piani, letto in rapporto alle prescrizioni relative alla residenza, appiattisce le preoccupazioni degli amministratori, mostrando la rigidit� degli strumenti urbanistici nell'affrontare gli aspetti pi� problematici. Cos�, il tema della compatibilit� tra uso agricolo e residenziale nelle aree collinari � riletto nei termini della predisposizione di numerose espansioni lineari a Catignano, come a Civitella, a Nocciano o nelle frazioni di Pianella, Rosciano, Spoltore, a Cappelle. Ma anche i temi, di grande complessit�, relativi al funzionamento della "citt� adriatica" sono tradotti nella costruzione di una cintura metropolitana veramente imponente che investe i comuni di Citt� S. Angelo, Montesilvano, Pescara e Spoltore.
In conclusione, ci sembra di poter rilevare come i tentativi avviati con il Preliminare di Piano territoriale del 1987 per dare avvio ad un'interpretazione consapevole della forma del territorio abbiano lasciato poche tracce nei piani predisposti a seguito di esso. Ci� � probabilmente dovuto ad una molteplicit� di ragioni, alcune delle quali sicuramente interne allo stesso documento di piano. Ma ci� non pu� essere sottovalutato predisponendo uno strumento che, come quello, ha l'ambizione e il compito di fornire previsioni e prescrizioni per la pianificazione locale.
Dal discorso politico emerge il contorno di una realt� locale in grado di esprimere una domanda sociale matura: ulteriore riflesso dei processi di rapida crescita e modernizzazione che hanno investito questa parte del territorio abruzzese. La domanda si articola in diversi segmenti che concernono una consapevole gestione del ciclo dei rifiuti; l'adeguamento delle attrezzature sportive e dei servizi sociali su tutto il territorio; il recupero di condizioni abitative accettabili, soprattutto in situazioni gravate dalla presenza di importanti assi di viabilit� a diretto contatto con la residenza o in situazioni segnate dal sovraffollamento delle reti tecniche: percorsi stradali, autostradali, ferroviari, reti dell'Enel, della Sip e del gas che si intrecciano e sovrappongono cos� come, nel comune di Popoli.
Il problema della dotazione di infrastrutture (della viabilit�) merita di essere trattato singolarmente, sia per il peso che esso assume, sia perch� � presente almeno secondo due principali declinazioni che, se non riguardassero parti differenti del territorio della Provincia, potrebbero essere fortemente contraddittorie.
La prima declinazione si esprime in una richiesta di razionalizzazione di manufatti sentiti come una presenza estranea e vincolante sul territorio. Le grandi infrastrutture provocano localmente disagi e sembrano comportare assai pochi vantaggi: sono associate a sistemi sostanzialmente autoreferenziali, privi di qualsiasi scambio virtuoso con i luoghi attraversati. Questa formulazione del problema � particolarmente presente nei comuni dell'alta valle del Pescara, dove la competizione per usi alternativi del territorio � alta, anche per l'incidenza delle aree vincolate. E' qui che alcuni comuni (Popoli, Bussi e Corfino) hanno cercato di concordare una posizione comune per istruire con maggiore forza il rapporto con l'Anas. Pensare di risolvere il problema attraverso l'interporto di Manoppello sembra irrealistico, poich�, se pure ad esso potranno conseguire risultati dal punto di vista della razionalizzazione di alcuni flussi di traffico, ci� non potr� comunque alleggerire i disagi legati alla presenza di infrastrutture ingombranti, sempre pi� inutilizzate (tipico il caso degli scali merci ferroviari a Bussi). Da questo punto di vista l'interporto risulta un'operazione concorrenziale per gli investimenti, che non potranno essere altrimenti utilizzati per risolvere situazioni altamente problematiche.
Una seconda declinazione del problema � orientata a richiedere un adeguamento e sostanzialmente una maggiore dotazione di infrastrutture, percepite come condizioni ineludibili di funzionamento e sviluppo della realt� locale. Questa seconda declinazione concerne, in modo diverso, i territori di montagna e quelli di collina; per entrambi, alle condizioni della viabilit� � connessa la valorizzazione delle risorse del paesaggio o dell'economia. Se per i primi, l'esigenza � quella di ricongiungere velocemente e comodamente i propri territori alla costa, per i secondi sono le condizioni attuali dei cicli produttivi a tenere alta una richiesta di collegamenti fitti con la rete nazionale. Qui si tratta ancora di una domanda forte e generalizzata, orientata a sostenere o promuovere operazioni di adeguamento puntuale della rete viabilistica. Non tanto richieste di manutenzione del sistema delle infrastrutture, quanto di sua crescita per punti: lo svincolo autostradale come il singolo tratto di collegamento. In entrambi i casi questa richiesta si sviluppa in merito a territori che tendono ad essere salvaguardati dal punto di vista ambientale.
Accanto alle rappresentazioni della realt� di Pescara e del suo territorio che prendono corpo dalle nostre indagini e dal discorso politico � sembrato utile disporre un diverso insieme di rappresentazioni, quelle che la citt� propone di se stessa. Allargare la fase di ascolto del piano a ci� che la citt� dice di se pu� essere utile per capire il sistema delle aspettative e il suo prender corpo entro alcune pi� generali immagini della realt� sociale e dei suoi rapporti con lo spazio che contribuiscono a strutturare il campo d'azione a livello locale. Nelle note che seguono abbiamo riportato i risultati di interviste condotte durante la formazione del piano ad interlocutori in grado di fornire rappresentazioni complessive della realt� da una posizione che non � immediatamente a ridosso di un problema o di un interesse: sono stati ascoltati il Vescovo della Diocesi Pescara Penne; il Rettore dell'Universit�; presidenti di enti pubblici e di associazioni culturali; studiosi della realt� locale; esponenti della stampa. A questi interlocutori, assunti come interpreti della societ� locale � stato proposto un colloquio aperto, dei risultati del quale riproponiamo qui una lettura sintetica. Anche in questo caso cercheremo di ricomporre molti frammenti cercando, fin dove � possibile, di non eliminare n� appiattire le accentuazioni e le contraddizioni che in essi abbiamo colto.
La restituzione � articolata in tre parti. Nella prima sono richiamate le immagini attraverso le quali � sintetizzata la realt� territoriale. L'identit� di un territorio non � mai, come quella di chiunque, rappresentabile in modo rigido, statico, non equivoco. Cionondimeno la presenza di immagini cos� distanti, come quelle descritte nelle pagine seguenti, rende la costruzione di un progetto condiviso assai pi� incerta di quanto non accada in altri contesti urbani. Nella seconda parte questa variet� si richiude in una rappresentazione della realt� sociale che senza alcuna pretesa di esaustivit�, pone in evidenza alcuni punti cruciali. Nella terza, infine, sono richiamati in modo assai schematico, gli elementi che esprimono una difficolt� nei confronti delle politiche del passato dei quali, costruendo un piano, � opportuno tener conto.
Pescara e il suo territorio sono stati frequentemente ridotti entro immagini parziali e a volte conflittuali: un complesso variamente sistematico e coerente di rappresentazioni costruito su giudizi morali e affettivi. Sono immagini di una citt� moderna e di una modernit� radicalizzata. Nella restituzione del presente richiamano elementi diversamente collocati nel passato, costruendo identit� originarie non univoche; mostrando il gioco delle inerzie e dei mutamenti. Sono, nella maggior parte immagini urbane, nelle quali il territorio rimane contrapposto alla citt� che si amplia e si estende lungo la costa: un punto singolare entro un'area vasta che da esso prende significato. Questa cesura tra citt� e territorio, tra costa e interno, ben radicata in numerosi studi sulla realt� abruzzese permane, con una certa forza, nel sentire comune. Cinque sono le immagini che tornano pi� frequentemente nei discorsi su Pescara, per rappresentare in forma sintetica risorse e problemi del contesto locale.
La citt� periferia, disordinato agglomerato di spazi lasciati vuoti, edifici grandi e piccoli, indifferenti tra loro e con quanto sta loro intorno, cos� come lo sono i condomini che per lunghi tratti si affacciano al mare ignorandolo, come fossero ai margini di una qualsiasi grande citt�. I riferimenti sono al carattere domestico e degradato dello sviluppo edilizio degli anni '50 e '60; allo spazio non definito delle strade; alla presenza di ingombranti infrastrutture; all'indifferenza alle tracce della natura e della storia, altrove ben evidenti: questa immagine � tra quelle che estremizzano l'opposizione con il territorio della Provincia. La periferia � qualcosa che da sempre nell'immaginario coincide con una carenza: una "citt� periferia" � una citt� senza storia, senza luoghi, senza progetti, senza ordine, ma � anche una struttura sociale giovane, aperta e composita la cui vitalit� � espressa da un insieme eterogeneo di elementi: dai numerosi, polverizzati e puntuali movimenti in campo economico; dalla crescita dell'immigrazione extra-comunitaria, indice del permanere di una certa capacit� attrattiva; dall'economia gonfiata del settore edilizio. Sullo sfondo di questa immagine il problema che si delinea � quello della mancanza di un progetto in grado di governare una crescita urbana, intesa prevalentemente in senso edilizio, avvenuta per incrementi successivi, senza criteri che non siano legati alle attese di realizzazione economica delle propriet�.
La citt� americana delle inchieste giornalistiche della fine degli anni '60, nelle quali, di nuovo, la realt� immobile del territorio interno � contrapposta a quella di una citt� costiera che <<si � sviluppata lungo la ferrovia, come le citt� del Far West, assumendo l'aria, la forma, il carattere d'una citt� americana in Italia. Pescara non ha un centro, come le citt� italiane, ma cresce lungo i binari, senza limite, con una via lattea di case, di brutti condomini, di piccoli stabilimenti in perpetua crescita. Striscia orizzontalmente lungo la strada ferrata, con una coda che riproduce se stessa, con un metodo che � stato paragonato a quello di Los Angeles... Le strade sono piene di emigranti dall'interno, dal nord, dal sud, che si confondono, si ignorano, fanno massa>>. L'analogia con la citt� americana non � di questi anni. Nella collezione di Almanacchi regionali diretta da Almagi� negli anni Venti, il volume dedicato all'Abruzzo gi� parlava di Castellammare come di <<una citt� all'americana>>, anche se intendendo con ci� qualcosa di diverso: <<strade ampie>>, <<palazzi eleganti>>, <<giardini ombreggiati da palmizi>>. Dopo pi� di mezzo secolo il riferimento alla citt� americana si avvale della vasta letteratura sulla condizione urbana nell'epoca postmoderna. Cos� alla citt� americana degli anni Venti e a quella degli anni Sessanta si sovrappone oggi l'immagine della citt� effervescente, ricca di cose che nascono e muoiono, dei tempi rapidi con i quali si consumano i progetti nel campo privato, contro quelli lunghi e inerti del pubblico. Il problema che queste immagini sollevano � il medesimo e concerne i ritmi del processo di modernizzazione che ha investito il territorio con brutale rapidit�, senza lasciar spazio a passaggi graduali, ma sovrapponendo ad una societ� agricola e al suo modo di organizzarsi, una societ� per molti aspetti diversa, nella quale le conseguenze della modernizzazione sono radicalizzate.
La citt� balneare che non ha perso totalmente il ricordo dei tratti originari: la cura dei giardini, le strade provinciali panoramiche, le geometrie ordinate, la spiaggia: una citt� tranquilla, con un buon clima. A tornare non sono tanto i riflessi delle vocazioni balneari degli anni '30, quanto il clima della provincia degli anni '50 in riferimento al quale Flaiano poteva pensare ad un film come I vitelloni. Per una variet� di motivi il rapporto con il mare si � indebolito per l'intero sistema delle citt� adriatiche, cionondimeno rimane la sua funzione costitutiva nell'immaginario che le riguarda. Pescara non � mai stata una citt� porto, ma rimane nell'idea di molti una citt� che guarda ostinatamente al mare. Al centro di quest'immagine c'� il problema di comprendere confini e possibilit� di attrazione della fascia costiera che oggi vede la presenza sia di un turismo familiare, proveniente dalle aree dell'interno e del sud, caratterizzato da lunghe permanenze, sia di un turismo veloce, agevolato dalle grandi infrastrutture viarie che permettono una frequentazione del territorio rapida: arrivare facilmente significa anche non fermarsi a lungo. Alle esigenze non totalmente coincidenti di questi due segmenti di popolazione, sono legate le trasformazioni profonde di quella fascia tra terra e mare, leggibile nel passato per un insieme di segni chiari, a partire dai lungomare fino alle darsene, ai moli, alle rotonde; affollata oggi di cose pi� difficili da comprendere nel loro insieme: chioschi, giostre, parcheggi, ristoranti, sullo sfondo di una linea di separazione tra sabbia ed acqua che � mobile anch'essa per l'azione dei frangiflutti.
La citt� diffusa, ricca di contrasti, di cose che si collocano sul territorio diversamente che nel passato. Pescara, questa volta ricongiunta ad un vasto entroterra, diviene parte di un <<paesaggio urbano inedito>> determinato dalla <<miniaturizzazione dei processi produttivi e dalla loro dispersione nello spazio gi� agricolo... profondamente segnato dall'immagine delle grandi opere infrastrutturali che negli ultimi anni hanno elevato notevolmente i livelli di mobilit� territoriale sconvolgendo le regole insediative di lunga durata...>>. L'accento � posto sulle nuove pratiche abitative, produttive e del tempo libero: i capannoni dismessi utilizzati come discoteche; le palazzine e le case unifamiliari accostate in modi tali da restituire un'immagine tipicamente urbana, ma utilizzate in funzioni promiscue abitativo-produttive; i nuovi centri commerciali che divengono, come altrove, i nuovi luoghi di ritrovo, in contrapposizione ai vecchi centri storici... Il problema � di nuovo quello del governo, e pi� precisamente, del governo di processi che non si prestano ad essere ridotti entro i modi tradizionali della pianificazione. La preoccupazione � quella di saper cogliere le nuove modalit� dell'abitare, del lavorare, dello spostarsi nel territorio, senza ridurne il carattere e le potenzialit� innovativa.
La citt� del consumo: del commercio e, in misura minore, del terziario, anch'esso confuso e spontaneo, piuttosto che avanzato. La citt� del consumo � bene organizzata ed estende il suo hinterland oltre i confini della regione, mentre nella parte pi� urbana i sistemi sovrapposti degli esercizi al dettaglio e all'ingrosso segnano in modo riconoscibile alcune parti della citt�. I ritmi sorprendenti del ricambio e del rinnovo degli esercizi commerciali sono il segno caratterizzante quest'immagine che legge nella societ� il dominio della cultura del mercato su qualsiasi cultura dell'organizzazione. Tra la dominanza della popolazione dei consumatori che soddisfano i propri bisogni attraverso il consumo privato, e la marginalizzazione dei bisogni non commerciabili, cio� del consumo pubblico (inadeguatezza delle misure di prevenzione dell'inquinamento, insufficienza servizi medici, declino dei trasporti pubblici) vi � pi� di una coincidenza. In altri termini, il problema evidenziato da questa immagine attiene al divario tra bisogni e desideri, come prodotto del dominio del mercato. La citt� mercantile rilegge tutto (espansione demografica, edilizia, dei consumi) sul commercio che dietro di se ha trascinato un po' di produzione, appoggiandosi su una condizione geografica particolarmente favorevole: quella di uno snodo tra nord e sud, tra Roma e l'Adriatico, tra la Valle del Pescara e la fascia costiera.
Le immagini sopra richiamate alludono a forme di organizzazione della societ� che pur essendo ugualmente aperte, convergono su alcuni punti.
Un primo punto di convergenza nelle rappresentazioni della realt� sociale riguarda la mancanza di forti aree di emarginazione e devianza. Vi sono aree di povert�, ma non di esclusione sociale. In termini diversi, la societ� non � polarizzata come quella delle grandi metropoli, ma compatta, priva di grosse tensioni, in sostanziale equilibrio demografico con l'area esterna, dopo crescite vertiginose del passato. Indicatori della mancanza di forti tensioni sono la buona tolleranza che caratterizza il rapporto con gli immigrati e i termini accettabili del problema abitativo: un luogo sul quale tradizionalmente si misura il disagio sociale. Questa situazione naturalmente non esclude punte di difficolt� localizzate che diventano critiche quando si sovrappongono pi� problemi. La societ� appare compatta, fatta di punti, ma punti coesi, integrati. La coesione non � derivata da legami, da pratiche comuni (l'interazione sociale � giudicata debole e povera di contenuti), ma da un comune passato. La crescita, seppure accelerata in alcuni momenti a ritmi convulsi, � stata perlopi� omogenea per provenienza, cos� l'integrazione � legata, secondo alcuni, ad una storia condivisa, ad una cultura locale agricolo pastorale, riposta in profondit�. Una cultura alla quale sono associate le retoriche della transumanza, dei sacrifici, di un lavoro duro, di solidi legami con la religione, di un senso forte della famiglia. La compattezza sociale � bene resa da una storia minore, quella di una vera e propria sottocomunit�, legata al lavoro della pesca che si scioglie negli anni pi� recenti, entro un universo sociale altro. Questa sottocomunit� di <<gente di mare>>, legata da vincoli di solidariet� e condivisione molto forti, ha costituito una presenza economica e sociale importante in passato. Il fatto che le sue tracce depositate nello spazio (il Borgo Marino) siano sempre pi� flebili e riconoscibili solo ad occhi "esperti", costituisce la metafora del disciogliersi della riconoscibilit� sociale, dell'evaporare di un'identit� colletiva ben delineata. Le indagini costruite sui metodi biografici e sulle storie di vita bene hanno messo in luce i tratti di questa identit� legata alla retorica di un mestiere fatto di capacit� immaginativa, rischio, pericolo, ma anche alla orgogliosa consapevolezza del posto che la sottocomunit� assumeva nell'economia locale. Oggi, a fronte dei valori condivisi del passato o delle identit� che sfumano, l'individualismo appare il tratto dominante di una societ� fatta di <<gente che tenta>>, che ricomincia, che fallisce. Per lo pi� da sola. Per lo pi� con un cattivo legame con le istituzioni. L'individualismo pu� essere un tratto di superficie (come nelle parole del Vescovo) o un connotato ben radicato (come in quelle di altri interlocutori): rimane comunque l'aspetto caratterizzante della societ� locale. Ad esso fa riscontro la debolezza del senso di cittadinanza che si manifesta come distacco dalla cosa pubblica: indifferenza al governo, ma anche trascuratezza di ci� che ricade nella sfera del collettivo, di cui la citt�, nelle sue strade e nelle sue piazze, porta evidenti segni.
Un secondo punto di convergenza, non totalmente contraddittorio al carattere insieme compatto e individualista della societ� pescarese, riguarda la presenza di un esteso, articolato e litigioso associazionismo nel campo della vita quotidiana. L'associazionismo non si presenta come sostitutivo di meccanismi tradizionali di rappresentanza degli interessi. Riguarda principalmente l'organizzazione della vita quotidiana, il tempo del non-lavoro. Ed ha la caratteristica di essere perlopi� assimilabile ad un fatto privato, esito di sforzi individuali, che incide debolmente sul piano pubblico.
Dalla fine degli anni '70 circa, la vita culturale pescarese � segnata da una molteplicit� di iniziative delle quali � sottolineata una certa ambivalenza: la loro crescita pu� essere ragionevolmente connessa ad un pi� consistente e diffuso interesse, ma pu� anche essere letta come esito di una maggior disoccupazione intellettuale e di oggettive maggiori disponibilit� di denaro pubblico convogliato in questo settore. Protagonisti della vita culturale sono le numerosissime associazioni nel campo del teatro, della musica, della danza e delle manifestazioni culturali in senso ampio. Esse condividono con gli attori istituzionali in questo campo (l'Universit�, ad esempio) numerose difficolt�, prima tra altre il poco ascolto presso un'imprenditoria locale e una classe amministrativa, giudicate entrambe sorde ad investire su questo terreno. Le risorse economiche sono considerate tutt'ora insufficienti a garantire un livello di espressione pari alle potenzialit� reali e a togliere le iniziative culturali pi� interessanti, ad esempio l'editoria locale, da situazioni di oggettiva difficolt�. In questo senso, sembra riproporsi il divario che Massimo Paci individuava un decennio fa circa, in un'analisi sull'assetto della cultura nell'area anconetana, tra un'economia e una societ� divenute pi� ricche e complesse e un apparato politico istituzionale fortemente accentrato e inerte alle sollecitazioni in questo settore.
All'associazionismo in campo culturale fa riscontro l'associazionismo in campo religioso. La diocesi Pescara-Penne ha aderito in modo consistente alla fioritura di movimenti, gruppi e associazioni di stampo ecclesiale che ha caratterizzato l'et� postconciliare. L'impegno nelle pratiche religiose ha dato esito, a livello locale, alla costituzione di un centinaio di gruppi ecclesiali, che dimostrano una diffusa volont� partecipativa, seppure isolata nel tessuto sociale pi� complessivo della citt�. Come si � accennato, l'associazionismo � relativo alla vita quotidiana principalmente. Le costellazioni di piccole e medie imprese nel settore del commercio e terziario non dispongono di numerosi e rilevanti attori che le rappresentino con la stessa forza con la quale le associazioni industriali e sindacali rappresentavano la citt� industriale. Ciascuno fa di nuovo per se.
Infine, � condivisa un'incertezza sul carattere innovativo che accompagnerebbe la vitalit� del tessuto economico-industriale. Numerosi interlocutori rilevano la sovrapposizione tra comportamenti innovativi e tradizionali, indicando come solo parte del tessuto delle piccole imprese risulta essere interessante dal punto di vista dell'innovazione. E' denunciata da molti la mancanza di una cultura imprenditoriale classica, che non avrebbe avuto peraltro le condizioni per svilupparsi in contesti nei quali gran parte degli imprenditori non sembra abbia ricoperto ruoli imprenditoriali in passato. L'atteggiamento del proprietario-imprenditore che si inventa esperto finanziario, di marketing, di gestione aziendale e che ha la presunzione di saper fare un po' tutto, rielabora modelli che arrivano dall'esterno <<ad impoverimento>>, con modalit� entro le quali la cultura di origine funziona come riduttore di innovazione. La sovrapposizione di figure diverse � giudicata una debolezza che espone il settore produttivo a forti rischi e rende ancora pi� urgenti adeguate politiche di sostegno per le piccole imprese. Senza negare l'importanza di un potenziamento infrastrutturale alle imprese (reti fognarie, stradali, energetiche) si sottolinea l'importanza di progetti che riguardino strutture per l'innovazione e il trasferimento tecnologico, per riorientare le imprese verso l'internazionalizzazione, per facilitare l'accesso al credito, condizione importante a fronte di un sistema creditizio locale sensibilmente pi� caro di quello nazionale.
Alla mancanza dell'imprenditore illuminato, secondo una certa retorica nata nelle aree di pi� vecchia industrializzazione, fa riscontro la mancanza dell'uomo politico. I deficit della classe politica sono spesso ribaditi, innanzitutto sottolineando una debolezza progettuale degli attori pubblici, sia per le politiche urbane in senso proprio, sia per le politiche economiche. L'inadeguatezza delle politiche non � legata alla complessit� e alla frammentazione della macchina amministrativa, sebbene manchino anche qui come altrove relazioni tra i differenti livelli (zone-citt�-regione), n� alla mancanza risorse in senso generale, ma piuttosto, e in primo luogo, alla mancanza di �lites tecnico-amministrative capaci di governare un processo di trasformazione che � ancora, <<semplicemente>>, un processo di crescita urbana, di saldatura con altre aree. L'amministrazione non � riuscita a fornire risposte, spesso di alcun genere, alle iniziative degli operatori privati in merito all'assetto territoriale principalmente perch� non � stata in grado di interagire in modo efficace con gli interessi mobilitati, di organizzare consenso, di ricomporre conflitti. Questa carenza ha ragioni complesse, radicate nel distacco tra politica e societ�. Nelle fasce sociali che determinano una certa egemonia e che qui coincidono con i ceti medi legati al commercio, all'artigianato e all'amministrazione, si hanno atteggiamenti di disinteresse per la cosa pubblica o di delega totale. Cercando di indagare quali siano gli interessi, i comportamenti politici, gli stili di vita di questi gruppi si coglie una contraddizione tra l'effervescenza della realt� economica e associativa sui temi della vita quotidiana e la sostanziale mancanza di rapporti con le istituzioni. Cos� si ha una classe politica giudicata non sempre all'altezza di una citt� vitale e una citt� che nelle sue parti pi� vitali non ha legami con la politica.
Dai colloqui non emerge la condivisione tra attori pubblici e interessi privati di una medesima prospettiva circa i punti di forza e le aree di debolezza della citt�, che si configuri come condizione per un'azione comune orientata alla trasformazione. Questa carenza � importante in un contesto che ha avuto occasioni per sviluppare progetti strategici (le aree di risulta, lo spostamento della ferrovia, il porto turistico... ), ma che ha mostrato una debole capacit� progettuale e, ancor pi�, realizzativa. L'immobilismo risulta quindi essere esito di pi� fattori: della debolezza degli attori; delle troppo flebili reti di interazione tra essi; della carenza di un progetto per la citt�: non c'� un progetto dell'amministrazione, ma neppure di altri, n� agenzie pubbliche, n� operatori privati rilevanti. Il caso del porto turistico pu� costituire un'eccezione importante su uno sfondo che pare connotato in senso opposto.
I giudizi sulle politiche urbanistiche meritano una nota particolare. In generale queste ultime sono considerate poco efficaci a rispondere ad una domanda sempre pi� connotata in termini qualitativi; una domanda di maggiore verde, di minor traffico, di migliori condizioni generali di funzionamento della citt� e del territorio. Pi� nello specifico, la rigidit� delle politiche non permette loro di cogliere elementi di innovazione e lascia spazio ad una <<resistenza>> del sistema locale: esemplare � quanto � avvenuto in alcuni casi nelle aree predisposte ad attivit� produttive, laddove, con qualche accorgimento, i proprietari espropriati si sono fatti riassegnare i lotti per continuare a risiedervi.
La difficolt� di dotarsi di un piano, esplicita nelle vicende della citt� capoluogo, � vissuta come il dato pi� significativo del distacco tra societ� locale e istituzioni politico-amministrative. La mancanza di una solida tradizione nel campo della pianificazione del territorio rende tutto pi� incerto e faticoso: nel piano si concentrano grandi conflittualit� ed � questo che rende lento il suo cammino. Nel contempo al blocco del piano sono imputate conseguenze pesanti: esso � all'origine di una pratica di accorgimenti continui, a volte necessari, a volte no, che hanno via via agito, con nuovi edifici o sui vecchi, confermando il disastro urbanistico che si era determinato durante la ricostruzione.
I percorsi che abbiamo illustrato nei paragrafi precedenti sono reciprocamente distanti e restituiscono immagini che non devono essere sovrapposte. Tra questa immagini � possibile cogliere qualche elemento di contraddizione. Cionondimeno dal loro insieme ci pare possibile trarre alcune indicazioni per il piano che proviamo a sintetizzare in conclusione di questo capitolo.
La costruzione di un progetto condiviso che si configuri come condizione per un'azione comune presenta difficolt� legate sia alla mancata condivisione di un futuro possibile, sia alla diffidenza nei confronti delle politiche passate. Peraltro queste ultime spesso non hanno saputo scostarsi da vecchie retoriche, come mostra il fatto che temi centrali dello sviluppo vengono impostati secondo prospettive la cui fertilit� � oggi messa in discussione. Tra essi uno dei pi� significativi concerne le modalit� di governo della dispersione territoriale ancora ricercate, entro la pianificazione locale, nelle tradizionali logiche della zonizzazione. Da questo punto di vista, il Preliminare di Piano Territoriale del 1987 non ha innescato, come si � detto, mutamenti significativi.
La sfida oggi posta al piano territoriale � una sfida tradizionale, almeno per le aree di sviluppo: costruire una guida a processi non ordinati, ad esigenze contrastanti. Pu� essere raccolta in due modi, necessari entrambi. Costruire una guida pu� significare innanzitutto coordinare e preordinare un'attivit� pianificatoria di dettaglio, pi� specifica, pi� vicina alle singole popolazioni. Scopo del piano �, da questo punto di vista, far s� che tra i piani comunali non vi siano gravi incoerenze di concezione, interpretazione o previsione relative a infrastrutture, attrezzature, aree edificate che si contraddicono, si sovrappongono o si negano. Questo primo modo di interpretare il senso di guida del piano � ritagliato in funzione del suo ruolo giuridico istituzionale.
Ma vi � un modo altrettanto, se non pi� rilevante, di interpretare il senso di guida del piano che concerne la possibilit� di costruire con esso, un quadro di coerenze entro il quale soggetti pubblici e privati riescano a riconoscersi e a ridefinire propri specifici progetti. Il quadro proposto dal piano � qualcosa di pi� debole di un progetto, ma di pi� forte di un semplice suggerimento: una prospettiva comune che costruisce nuove opportunit�. Questo secondo modo di interpretare il senso di guida del piano attiene la possibilit� di far emergere e sottoporre alla societ� locale un'idea della "struttura" del territorio della provincia di Pescara che possa rendere il futuro pi� facilmente prevedibile e contenga, anche se solo per alcuni limitati aspetti, l'incertezza che oggi segna l'agire. Esso � costruito sulla convinzione che sia astratto pensare alle domande sociali come a qualcosa che si forma unicamente da una consapevolezza soggettiva circa il proprio abitare e che sia parimenti riduttivo non assumere fino in fondo il ruolo del piano come <<interprete di primo grado>>, nel senso che Pizzorno ha dato a questa locuzione per indicare l'agire di chi comunica con i partecipanti ad un evento collettivo, al fine di <<alterare>> alcuni effetti delle loro azioni. La costruzione del territorio pu� essere pensata nei termini di un evento collettivo, entro il quale il piano orienta azioni future, anche attraverso una pi� chiara percezione delle proprie esigenze da parte di coloro cui si rivolge.
I riferimenti per questo quadro di coerenza proposto alla societ� locale sono stati ricercati nella natura del territorio, nella sua articolazione morfologica, nei caratteri ambientali, nelle coltivazioni, negli usi del suolo e nella struttura degli insediamenti, cos� come nelle numerose rappresentazioni della realt� sociale.
Per ci� che attiene quest'ultimo punto (degli altri trattano altre parti del piano), un primo esito dei ragionamenti condotti nelle pagine precedenti concerne la presa d'atto definitiva della assenza di una societ� tendenzialmente omogenea dal punto di vista sociale e culturale, una maggioranza con chiari tratti comuni che possa costituire un terreno di riferimento solido e non ambiguo per il piano. Oggi questa assenza � riscontrabile un po' ovunque. Ma lo � particolarmente per questa parte del territorio abruzzese nella quale posizioni di lavoro, forme della famiglia, modi dell'insediamento sembrano determinare nuove articolazioni, forse nuove diseguaglianze. E nella quale sono da tempo del tutto evidenti e contigue forme sociali reciprocamente distanti, quali possono esserlo quelle della Terza Italia e del fordismo.
La costruzione di un quadro di riferimento generale, cos� come la stessa regolazione degli usi del territorio, diviene in questo contesto un problema di non facile soluzione.
Alla consapevolezza dell'inutilit� di immagini omologanti fa riscontro la necessit� di approfondire le numerose ragioni che sono alla base delle forme specifiche della dispersione territoriale nelle aree interne e della costruzione della citt� adriatica lungo la costa. La loro <<spiegazione>> non pu� essere risolta appellandosi a <<tratti universali>> della dispersione o dell'urbano.
Entro questa prospettiva alcuni aspetti assumono importanza: lo scarto tra forme dell'insediamento e profili sociali, che ci dice come modalit� dell'abitare apparentemente simili siano fatte proprie da gruppi sociali con connotati demografici, sociali e professionali differenti; la continuit� nel lungo periodo dei processi di costruzione dell'armatura urbana e la maggiore concentrazione in alcuni momenti, della citt� costiera; l'affollamento in alcune parti del territorio di pesanti infrastrutture a rete che comportano localmente disagi e contrasti. Pi� in generale, la logica che ha accompagnato la costruzione, nel tempo, di una armatura urbana interna e di una citt� costiera abruzzesi � stata quella della dotazione di grandi opere, rese possibili da un particolare funzionamento del sistema politico locale che ha saputo scambiare risorse politiche con la premiazione di localismi (secondo un modello clientelare classico) e la costruzione di un'ideologia condivisa dello sviluppo (con evidenti caratteri innovativi rispetto al modello classico). Un indirizzo determinato e perseguito con continuit�: nel periodo 1951-'90, l'Abruzzo � passato dall'undicesimo al terzo posto tra tutte le regioni italiane per il rapporto tra lunghezza delle strade e superficie territoriale. Al contrario di quanto � avvenuto in altre aree del paese, non si � assistito in Abruzzo al dispiegarsi di politiche di <<uso incrementale del capitale fisso sociale esistente>>, bens� ad un forte investimento, non episodico, che ha permesso di utilizzare importanti risorse ed attirare investimenti esterni.
Oggi � necessario interrogarsi sul senso che la continuit� di una politica di grandi opere pu� avere, essendo profondamente mutato il sistema sul quale esse si sono rette. Ed essendo divenute palesi alcune contraddizioni dei territori che esse hanno contribuito a generare. Una guida che ancora puntasse esclusivamente sulle grandi infrastrutture ricalcherebbe modelli gi� sperimentati, ma non � semplice comprendere n� con quale efficacia dal punto di vista economico, n� con quali vincoli dal punto di vista ambientale, n� con quale rapporto con le forme insediative disperse che connotano gran parte del territorio interno.
Peraltro l'alternativa tra una politica di grandi opere e una di regolazioni minute � probabilmente espressione di un problema male impostato. Le indicazioni che emergono dalla lettura delle fonti di tipo quantitativo, del discorso politico, delle rappresentazioni sociali sembrano argomentare la necessit� di entrambe. Ma non ovunque. Ci� che emerge dalla nostra lettura � l'opportunit� di prospettive differenziate, in grado di confrontarsi di volta in volta con le specificit� delle singole situazioni e con i contrasti che, ad esempio sul tema delle infrastrutture della viabilit�, oppongono chi richiede continui ampliamenti della rete e chi vorrebbe "dismetterne" segmenti non irrilevanti, magari entro un quadro di riqualificazione territoriale. In altri termini, una linea che si interroghi sui modi, i tempi e le forme con le quali le specificit� locali possano trasformarsi in risorse per lo sviluppo, sembra non poter tralasciare in via di principio alcuna opzione: le grandi opere (perseguite peraltro con grande determinatezza localmente, come mostrano le vicende dell'interporto, dell'agroalimentare, ecc.); ma anche la manutenzione in senso ampio del territorio; la salvaguardia ambientale, ma anche il sostegno alla produzione nelle diverse forme richieste.
L'impossibilit� di ordinare in modo univoco e gerarchico le esigenze espresse dalla societ� locale non si traduce nell'impossibilit� di dare un ordine all'interazione. Tale ci sembra essere il compito di una guida che cos�, come questo tipo di testi generalmente fa, sappia fornire indicazioni specifiche per le diverse situazioni e i diversi interlocutori cui si rivolge.
Il Piano Territoriale della Provincia di Pescara propone un disegno unitario del territorio e delle sue possibilit� di trasformazione, nel quale sono compresi e trovano coerenza progetti diversi, avanzati da differenti soggetti e da differenti istituzioni. All'interno di questo disegno unitario le amministrazioni locali potranno definire specifiche politiche orientate a migliorare la qualit� e le prestazioni fisiche, sociali e culturali del territorio.
Il progetto del Piano � sintetizzato nella tavola A. "La struttura del piano", nella quale sono rappresentati in forma sintetica temi e luoghi del progetto. Essa si caratterizza per tre aspetti: per essere costruita a differenti scale (a.); per essere pensata come una rappresentazione dinamica (b.); per la centralit� che attribuisce ai temi dell'ambiente, della mobilit�, degli insediamenti (c.).
a.) La struttura del piano pu�, innanzitutto, essere letta come un repertorio dei maggiori problemi che la societ�, l'economia e il territorio di Pescara stanno attraversando e delle loro possibili soluzioni. E' una rappresentazione che si costruisce contemporaneamente a livello dell'intero territorio e di alcune sue parti, esito di due percorsi che, muovendo da punti differenti, tendono ad incrociarsi: provenendo da temi, sguardi e riflessioni assai generali l'uno; da luoghi, sguardi e problemi assai specifici l'altro. Questi due percorsi hanno implicato nella costruzione del piano un'oscillazione continua della riflessione e del progetto, un loro continuo spostarsi da territori e problemi vasti, a territori e temi pi� specifici.
b.) La struttura del piano non � una rappresentazione statica, non fotografa lo stato attuale del territorio, le sue possibilit� e i suoi problemi. E' un'ipotesi pertinente alle condizioni che in questo scorcio degli anni novanta la Provincia sta attraversando, ma che pu� essere migliorata nel tempo, in relazione al modificarsi della natura e delle relazioni tra questi problemi.
c.) La struttura del piano � costruita attorno a tre principali politiche che riguardano l'ambiente, la mobilit� e l'insediamento. In rapporto ad esse sono individuate alcune linee guida, in grado di orientare le trasformazioni e risultare condivise da parte degli attori e delle istituzioni presenti sul territorio. Nelle pagine seguenti le politiche per l'ambiente, la mobilit� e l'insediamento verranno illustrate nei loro obiettivi generali e per le azioni che le costituiscono.
Obiettivo generale della politica per l'ambiente consiste nel costruire le condizioni per un corretto funzionamento del sistema ecologico alla grande scala.
Ponendosi al di fuori di una logica additiva che tratta l'ambiente come il campo degli elementi naturali passibili di salvaguardia, il Piano pone attenzione piuttosto al funzionamento di alcuni di questi, considerandoli singolarmente e nelle loro reciproche relazioni. Ci� ha portato, ad esempio, ad interrogarsi sul modo in cui il corretto deflusso delle acque, il mantenimento della trama della vegetazione ripariale, il rapporto tra aree libere ed aree edificate, possano aumentare l'efficienza delle funzioni ecologiche; o sul modo in cui la manutenzione dei terrazzamenti e dei ciglionamenti, l'efficienza delle canalizzazioni e dei sistemi di drenaggio dei campi, possano migliorare la qualit� del territorio agricolo.
Entro questa attenzione al funzionamento generale del sistema ecologico deve essere posta la questione della conservazione dei valori naturalistici, paesistici, archeologici e storici. Una tale questione non pu� essere risolta semplicemente, con la limitazione o l'impedimento dell'edificazione. Gi� nel Preliminare del 1987 veniva evidenziato come la conservazione richiedesse, prima ancora che una politica di vincoli di preservazione e tutela, un ragionamento attorno al modo in cui i "beni naturalistici" potessero funzionare entro un quadro di attivit� pi� articolato e complesso. Il campo dei beni naturalistici � oggi molto esteso; sempre pi� spesso siamo portati ad attribuire valore aggiunto estetico ad un insieme crescente ed eterogeneo di oggetti: edifici, opere, documenti, ma anche tessuti urbani, intere citt�, paesaggi. Sempre pi� lungo � l'elenco delle cose che siamo disposti a ritenere bene culturale, nelle quali riconosciamo una qualit� estetica o un'eredit� sociale. Questo processo � alla base dell'attenzione quasi ossessiva alla conservazione che connota molte politiche urbanistiche non meno di quelle ambientali: oggi qualsiasi intervento pare pi� difficile di quanto non fosse mai stato in passato, ostacolato da una forma di intangibilit� sempre pi� estesa. Il Piano ribadisce l'idea che una corretta politica di conservazione dell'ambiente non possa essere disgiunta da una riflessione sui suoi meccanismi di funzionamento: in questi, pi� che nella conservazione in senso astratto, pu� essere ritrovata una guida.
Un secondo criterio generale definisce la politica qui proposta. L'azione del Piano si rivolge non unicamente ai beni naturalistici che pure sono frequenti e importanti nella provincia di Pescara, quanto all'intero territorio, urbanizzato e non, agli elementi di continuit� che lo organizzano e a quelli puntuali che ne costruiscono la specificit�. Cos� il disegno del territorio dal punto di vista ambientale � molto diverso da un'interpretazione costruita unicamente sulla presenza di aree, specie o luoghi da sottoporre ad apposite normative, perch� di pregio o fragili. Si scioglie, in altri termini, la dicotomia tra parti cui attribuire un valore cospicuo ed esclusivo di bene naturalistico ambientale e parti residuali nelle quali ogni azione di trasformazione potrebbe essere praticata e perseguita. Le forme di questa contrapposizione contrastano con la natura stessa dell'equilibrio dinamico degli ecosistemi, una posizione assunta anche dal QRR che ridefinisce l'ambito della politica ambientale in riferimento sia alla tutela dei beni storici, culturali, naturalistici e paesistici, sia al mantenimento ovunque, di un livello accettabile delle caratteristiche fisiche dello spazio regionale, cio� del suolo, dell'aria, dell'acqua. Il Piano territoriale amplia questa prospettiva, ponendo con forza il tema di un intervento ambientale che abbia come terreno di esercizio non solo gli ambiti di esclusiva naturalit�, ma insieme ad essi, il territorio diffusamente urbanizzato e infrastrutturato.
La politica per l'ambiente � costruita a partire dal riconoscimento di un sistema ambientale della provincia di Pescara, costruito da tutte le aree, non necessariamente contigue che assumono un ruolo importante per il funzionamento ecologico. Tale sistema � illustrato dalla tav. A1 "Il sistema ambientale".
Le parti di territorio che costituiscono il sistema ambientale sono dal piano diversamente nominate in relazione alla loro differente natura e alle differenti prestazioni che svolgono all'interno del sistema. Sono serbatoi di naturalit�, aree, cio�, che in virt� delle loro caratteristiche possono rafforzare la difesa delle bio-diversit� di un territorio pi� vasto; sono connessioni (alvei di fiume, aree golenali, formazioni boschive, crinali, ecc.) che ponendo in relazioni diverse parti di territorio, favoriscono la comunicazione ecobiologica e lo sviluppo della bio-diversit�; sono aree di filtro ambientale (boschi, aree coltivate, fasce di fondovalle fluviale, ecc.) che svolgono sostanzialmente funzioni di difesa dei serbatoi di naturalit�; sono, infine, reti di verde urbano e aree della produzione agricola, le quali svolgono una funzione di "presidio" del sistema ambientale nelle parti di territorio pi� urbanizzate. Serbatoi di naturalit�, connessioni, aree di filtro, reti del verde urbano e aree della produzione agricola sono sub-sistemi ambientali, ciascuno dei quali � composto di differenti materiali, elementi su cui si specificano le indicazioni normative riferibili al pi� generale sistema dell'ambiente.
Serbatoi di naturalit�, connessioni, aree di filtro, reti del verde urbano e aree della produzione agricola devono essere fatti oggetto di un'attenta politica affinch� possano continuare a svolgere le prestazioni che gi� offrono. Nel contempo costituiscono una delle pi� importanti risorse per il sistema locale.
La "vocazione ambientale" dell'Abruzzo � riconosciuta in diversi strumenti legislativi, a partire dalla Legge quadro sulle aree protette (L.394 del 1991) che istituisce i due parchi nazionali del Gran Sasso-Monti della Laga e della Majella. Numerose sono le aree protette che si affiancano ai parchi nazionali: "riserve naturali" di interesse regionale, come quelle S. Filomena; Lago di Penne, Capo Pescara, Monte Rotondo; Valle dell'Orfento; Lama Bianca; valle D'Orte; Voltigno e Valle d'Angri e "riserve naturali" di interesse provinciale come quelle Vicoli; di Citt� S. Angelo e delle sorgenti sulfuree del Lavino. Il Piano propone di completare e rendere coerente il quadro delle aree protette, esito di provvedimenti legislativi perlopi� autonomi, che si sono trovati spesso ad affrontare questioni assai delicate di perimetrazione e attivazione (certo non rese agevoli dall'incrocio dei numerosi strumenti di pianificazione previsti, dal piano del parco, al piano pluriennale economico e sociale, al piano regionale paesistico e ai piani territoriali provinciali).
In questo affollamento di competenze e strumenti, il Piano provinciale cerca di definire una strategia di messa in relazione di parti del territorio gi� oggetto di misure di salvaguardia, reciprocamente e con aree e siti archeologici, aree tratturali, centri storici di particolare interesse storico e artistico. Inoltre propone di estendere la tutela e la salvaguardia ad alcune situazioni, limitate, ma cruciali dal punto di vista paesaggistico e ambientale. Tali sono innanzitutto le aree ancora libere nelle situazioni fortemente compromesse della conurbazione costiera: le aree della Pineta D'Avalos nella citt� di Pescara e il tratto di costa tra il fiume Piomba e il Saline che potrebbero divenire i capisaldi provinciali di quel "parco lineare urbano" che dovrebbe ridisegnare, secondo le indicazioni del QRR, l'intera riviera, avendo i suoi punti di forza nella foce dei principali fiumi.
Altre situazioni che il Piano territoriale propone di sottoporre a tutela sono quelle degli invasi di Piano d'Orta e Alanno; della Forra di San Clemente, della Rupe di Turrivalignani, e del Monte La Queglia: situazioni di eccezionale valore paesaggistico e ambientale che hanno contribuito a costruire l'immagine di questo territorio. Alcune di esse sono comprese nel programma di istituzione delle aree protette del QRR (verifica) orientato ad una salvaguardia delle aree strategiche a bassa antropizzazione facendone occasioni di sviluppo sociale, economico e occupazionale, diffuse nel territorio. Per motivi analoghi, si propone la tutela del fiume Tirino, nel tratto del comune di Bussi, caratterizzato dalla presenza di un sistema molto interessante di aree adibite ad orti che si sviluppa lungo il fiume e che conferisce a questa parte di territorio un carattere paesaggistico unitario ben riconoscibile. Il piano riconosce il valore di queste situazioni territoriali e ne propone la salvaguardia, che sar� specificata in dettaglio entro 180 giorni dall'approvazione del piano stesso. Fanno parte del sistema ambientale le aree della protezione civile. Si tratta di due ampie aree localizzate rispettivamente nella vallata del Tavo (in territorio di Moscufo, a nord della strada n. 151) e in quella del Pescara (in localit� Villareia, nel comune di Rosciano), ora agricole, facilmente raggiungibili e poste in situazione strategica rispetto all'intero territorio provinciale: vicino alla conurbazione costiera, ma non interne ad essa.
E' utile a questo proposito ribadire come il sistema ambientale non rifletta unicamente la necessit� di dilatare le aree protette, includendovi il maggior numero possibile di siti. L'insistenza per le aree di connessione, le aree di filtro, per le reti urbane e quelle agricole, riflette piuttosto il tentativo, oggi largamente condiviso, di costruire politiche ambientali capaci di andare <<oltre i parchi>> (Gambino, 1996); capaci cio� di contrastare una visione delle aree protette come insule, in qualche caso circondate da aree a protezione gradualmente attenuata. Una tale visione costruita sulla dicotomia tra ambiente protetto e ambiente ostile risulta incapace di una conservazione rispettosa delle stesse esigenze delle aree protette (che sono in primo luogo esigenze di scambio e di mantenimento delle biodiversit�), di conseguenza, della loro progressiva erosione. Da qui la scelta di strutturare la politica ambientale del Piano su una prospettiva che valorizzi gli elementi <<di rete>>, da quelli alla grande scala (la dorsale appenninica, i grandi solchi vallivi, i corsi d'acqua, ecc.) a quella a scala urbana (reti che collegano fatti urbani dislocati in modo discreto sul territorio e che possono essere rivalorizzati anche attivando processi ecologici). Non si conceder� troppo all'attenzione di cui sono attualmente fatte oggetto le reti ecologiche se si riconoscer� come � alla loro attenta riprogettazione che possono anche essere demandate azioni di conservazione pi� ampie; ad esempio quelle che costruiscono una politica di rivalorizzazione dei molti centri storici montani, marginalizzati da uno sviluppo attratto fortemente sulle aree vallive e costiere.
Obiettivo generale della politica per la mobilit� proposta dal Piano consiste innanzitutto nel creare migliori condizioni d'uso delle importanti infrastrutture esistenti, definendone le compatibilit� reciproca e con il territorio. In via subordinata, obiettivo del Piano � quello di potenziare il sistema infrastrutturale presente con nuove opere, rendendolo pi� efficiente anche in rapporto al sistema delle relazioni interregionali che si sviluppa sia in direzione nord-sud che, trasversalmente, verso Roma e verso i paesi balcanici. Molto si � insistito in passato sui vantaggi della posizione geografica della Provincia nella costruzione di rapporti interregionali forti. L'eccezionale dotazione infrastrutturale � stata nel contempo un esito e una condizione di questa immagine "di cerniera" che il territorio pescarese, prima ancora di quello abruzzese, si � data. Oggi le condizioni sono in parte mutate e ci� impone la precisazione di alcuni criteri generali per il settore.
Le infrastrutture possono costituire un sostegno non trascurabile alla crescita civile ed economica della Provincia, a patto di intenderle entro un'accezione sufficientemente ampia. Esse rappresentano una forma di capitale sociale fissato al suolo che non pu� essere troppo rigidamente separata dall'insieme delle grandi, ma anche delle piccole attrezzature che permettono al territorio di funzionare. Se infrastrutture e attrezzature, congiuntamente, costruiscono il territorio, allora agire sulle prime, piuttosto che (e separatamente dalle) seconde � riduttivo, cos� come intenderle in modo separato rispetto al sistema delle aree industriali. Questo primo criterio generale ha portato ad intendere la politica per la mobilit� in senso non settoriale.
Il tipo di operazioni proposte dal piano concerne sia operazioni rilevanti connesse al completamento di opere avviate, sia regolazioni minute: il tentativo � quello di articolare le "grandi opere", cos� insistentemente richieste a tutti i livelli del governo locale con una politica di manutenzione, completamento e gerarchizzazione dell'esistente. Nel contempo, di comporre l'innalzamento delle prestazioni dei singoli sistemi di trasporto, con la complementariet� tra essi e la loro integrazione. Il Piano cerca di legare diversi tipi di infrastrutture, creando le condizioni per un'offerta ampia e diversificata di servizi.
Complementariet� e integrazione tra infrastrutture di tipo diverso possono darsi a partire da un attento ragionamento circa il modo in cui ciascuna modalit� del trasporto, funziona in relazione ad un problema specifico e circa il modo in cui ogni singola soluzione si relaziona a tutte le altre. Un tale ragionamento risulta oggi importante a fronte di un problema indifferibile. Un breve sguardo all'insieme degli interventi previsti o proposti per il territorio della Provincia (nella pianificazione locale e dai soggetti interessati a questo tipo di opere) mostra la ridondanza dell'insieme dei progetti in rapporto alle risorse economiche concretamente attivabili e la mancata gerarchizzaizone secondo qualche priorit� di intervento.
Al contrario, � la configurazione di priorit� e la definizione di indirizzi in grado di assicurare coerenza agli interventi, ci� che rende esplicita una capacit� strategica de Piano nella costruzione di una politica per le infrastrutture.
La politica della mobilit� � costruita a partire dal riconoscimento di uno specifico sistema che mette in relazione i segmenti della rete infrastrutturale e le attrezzature ad esso collegate. Tale sistema � illustrato dalla tav. A 2 "Reti e nodi. Il sistema della mobilit�". I segmenti della rete infrastrutturale sono distinti in segmenti di rete e di nodo essendo i primi costituiti dalle infrastrutture della viabilit� e i secondi dai luoghi che essi mettono in relazione.
Reti e nodi sono gerarchizzati in relazione alla permeabilit� d'uso delle infrastrutture e al livello di funzionamento della rete (nazionale, piuttosto che locale). Le due cose, evidentemente, non sono separate. Cos� il piano distingue tra tre sub-sistemi: del corridoio adriatico; della scala; degli attraversamenti est-ovest. Il corridoio adriatico comprende il sistema intermodale dei trasporti e delle grandi attrezzature ad esso collegate lungo la dorsale adriatica e lungo le principali direttrici trasversali. La scala comprende i tracciati coincidenti con le vallate del Tavo e del Pescara e l'insieme dei collegamenti che tra essi si dispiegano. I tracciati organizzati nel sub-sistema attraversamenti hanno una prevalente direzione est-ovest, che segna il sistema di crinali e dei corsi d'acqua.
Corridoio, scala, attraversamenti, nel loro insieme disegnano un'armatura urbana riconoscibile. Si tratta dell'insieme organizzato delle aree urbane e delle attrezzature, ordinato in relazione alle funzioni insediate e articolato dalla maglia delle infrastrutture. Anche i piccoli centri della Provincia non si presentano mai isolati gli uni dagli altri; per capirne le ragioni e le condizioni � necessario considerare l'armatura urbana come forma specifica di organizzazione spaziale del territorio. Si tratta di assumere una angolazione di lettura che ha una lunga e nobile storia ed � in grado di produrre immagini (quella dell'armatura o della rete) pertinenti, pi� di quanto non siano, ad esempio quelle della dispersione, dell'eterotopia, del caos a descrivere le condizioni del territorio pescarese, e in particolare il gioco di scambi e di informazioni, di capitali e di prodotti che intercorre tra punti diversi del territorio, cos� come l'articolarsi della geografia dei ruoli amministrativi e del potere locale. Le armature urbane si modificano nel tempo, quella che oggi il piano riconosce nel territorio si organizza sui due poli interconnessi di Pescara e Chieti (entro il sub-sistema del corridoio adriatico), su Penne nell'area vestina e sulla polarit� emergente di Scafa ai piedi della Majella (entro il sub-sistema della scala).
Guardare all'armatura urbana, non significa guardare unicamente alle cose materiali di cui � fatta: aree funzionali e segmenti infrastrutturali. Significa anche, e forse principalmente, guardare alle pratiche d'uso che investono i primi come le seconde e qui le cose in parte si complicano poich� non � detto vi sia coincidenza tra caratteri materiali, funzionali, simbolici e modi d'uso delle infrastrutture, come nel caso della circonvallazione di Pescara, utilizzata con i ritmi e i modi propri delle infrastrutture urbane: da veicoli lenti, in ore del giorno ben scandite, al fine di spostarsi entro la citt�. O viceversa, come nel caso della fondovalle del Tavo i cui connotati "urbani" non ostacolano flussi veicolari ad essi non facilmente rapportabili. Il Piano non ha potuto avvalersi di un'indagine specifica sul traffico relazionata ai principali segmenti infrastrutturali della Provincia. Cionondimeno ha cercato di tenere conto dei modi d'uso delle infrastrutture e dei problemi ad essi connessi nell'adeguamento che propone all'attuale sistema della mobilit�.
Le azioni proposte entro la politica della mobilit� possono valersi in alcuni casi di accordi gi� formalizzati. In altri casi, il piano fornisce indicazioni che potranno essere ulteriormente perfezionate. Ad esempio, nel caso della Transcollinare (strada n. 81), prevista dal QRR come secondo collegamento longitudinale lungo la fascia collinare adriatica, il piano fornisce indicazioni generali che privilegiano la ristrutturazione e l'adeguamento dell'esistente rispetto alla realizzazione di nuove opere che potrebbero avere pesanti riflessi sul territorio (viadotti, rilevati, scarpate). Ci� avviene in particolare per il tratto provinciale fino a Cepagatti, che la strada supera mediante una circonvallazione, per incrociare la testata dell'asse attrezzato e proseguire, con i tratti di una strada a scorrimento veloce, fino all'Alento. Qui come altrove l'idea che regge la politica infrastrutturale � quella di agire in modo diversificato e in stretta relazione con i caratteri delle situazioni territoriali che l'opera attraversa.
La politica proposta dal piano si costruisce in rapporto ad una scelta principale, quella di articolare il sistema della mobilit�. Ci� significa innanzitutto definire le caratteristiche dei suoi materiali costitutivi e comporli alla luce delle esigenze dettate dal suo funzionamento complessivo; esigenze che riguardano le possibilit� di un agevole attraversamento del territorio; la connessione delle aree produttive con il resto del mondo senza che ci� interferisca con le aree pi� densamente abitate; il collegamento tra aree produttive e attrezzature ad esse specificamente destinate (interporto, porto, aeroporto); l'accesso a Pescara e ai centri costieri da quelli esterni; il rendere agevole ed interessante l'accesso alle aree di maggior pregio ambientale e storico.
Ognuno di questi scopi pu� essere raggiunto utilizzando materiali differenti. La storia della pianificazione del nostro territorio ha spesso coinciso con la disattenzione alla variet� dei materiali possibili, ad una loro riduzione ad alcuni tipi fondamentali, solitamente banalizzati. Rigerarchizzare il sistema della mobilit� � anche lavorare sul suo vocabolario di base. In questa prospettiva deve essere intesa la distinzione tra corridoio adriatico; scala, attraversamenti.
Le parti del sistema che hanno una bassa permeabilit�, nelle quali cio� le modalit� di utilizzo delle infrastrutture sono regolate da precise disposizioni, cos� come avviene sulle autostrade, sono ascritte al sub-sistema corridoio adriatico. Di esso fanno parte attrezzature e infrastrutture alla scala regionale e nazionale, grandi oggetti formali complessi e autonomi, dotati spesso di una chiara uniformit� semantica: le due autostrade A.14 e A.24; la circonvallazione della citt� di Pescara; il tratto iniziale della strada provinciale del Fino; la "transcollinare"; i tracciati ferroviari (Bologna-Bari; Pescara-Roma e la ferrovia metropolitana Pescara-Chieti); l'asse attrezzato; l'interporto; l'aeroporto; il porto turistico e quello commerciale; il centro agroalimentare; un centro fieristico di cui il piano propone la realizzazione e le grandi aree produttive e commerciali. La figura che emerge dall'insieme di questi elementi, si adatta ai caratteri morfologici del territorio, occupandone prevalentemente le parti piane e continua ancora oggi ad organizzarne il funzionamento.
Le parti del sistema che hanno una maggiore permeabilit�, che possono svolgere funzioni urbane e di relazione alla scala provinciale e per le quali pi� evidente � il confronto tra regole della stratificazione storica dei territori che attraversano e regole tecniche della costruzione dei manufatti, sono ascritte al sub-sistema della scala. Di esso fanno parte numerosi elementi: i principali segmenti infrastrutturali lungo la costa (l'asse urbano Montesilvano-Pescara) e le valli (la Tiburtina, la Vestina e il raddoppio della 16 bis); quelli di collegamento longitudinale (Pescara-Spoltore-Cappelle; Cavaticchio-Congiunti-Piano di Sacco; Manoppello-Moscufo; Penne-Scafa; la Pedecollinare); la strada dei due parchi e quella della bonifica; la filovia costiera; le sedi universitarie; le attrezzature sanitarie, quelle sportive il centro congressi e le aree produttive e commerciali.
Infine, le parti del sistema minori, che si attestano sui crinali, collegando piccoli centri e parti di territorio spesso di consistente valore paesaggistico, sono ascritti al sistema degli attraversamenti. Di esso fanno parte i collegamenti Montesilvano Colle-Citt� S.Angelo-Elice; Santa Teresa-Cuprara-Moscufo-Loreto; Cepagatti-Catignano-Civitaquana-Brittoli; Popoli-Tocco-Caramanico-Roccamorice-Lettomanoppello-Serramonacesca. Si tratta di antichi tracciati, come di strade che ridisegnano, in funzione delle fitte lottizzazioni che le bordano, il nuovo paesaggio insediativo della Provincia.
Nei tre casi del corridoio adriatico, della scala e degli attraversamenti, le infrastrutture vengono intese dal piano come occasioni per organizzare il territorio, non come opere che forniscono unicamente prestazioni connesse alla mobilit�. In altri termini, questo � il punto in cui si rende maggiormente evidente il carattere non settoriale della politica proposta dal piano.
Nella lunga vicenda di questo piano, spesso si � insistito sulla necessit� di ancorare saldamente ogni politica e ogni azione proposte per l'insediamento all'articolarsi delle specificit� locali, le quali si esprimono anche attraverso diverse modalit� insediative. Qui come altrove, una sempre pi� scarsa omogeneit� sociale e culturale si intreccia con le specificit� geografiche, storiche e culturali dei differenti luoghi. Nel suo complesso il territorio appare segnato da pratiche multiple, diversamente inscritte nel paesaggio attraverso la forma dei campi, le tracce delle infrastrutture, il profilo dei borghi o dell'insediamento sparso. Senza un'attenta considerazione del differente articolarsi tra l'insieme di queste pratiche e le forme materiali che esse contribuiscono a ridefinire incessantemente, � difficile organizzare una politica efficace per l'insediamento, n� tantomeno, indicazioni significative per la pianificazione locale. Una tale convinzione ha portato nel 1987, come nel 1994 e ora a rifiutare immagini omologanti e diversamente coprenti le specificit� locali.
Nel contempo, una politica per l'insediamento dell'intero territorio della Provincia di Pescara non pu� essere ritagliata entro un'ottica attenta alla sola specificit�. Neppure l'ambito comunale potrebbe garantire una politica di questo tipo e, in un territorio ampiamente diversificato come quello pescarese, ci si troverebbe ad inseguire una strada impraticabile. Cos� si � posto il problema di costruire una politica insediativa rispettosa delle differenze, ma non localistica. Fin dal preliminare del 1987, si � ritenuto di impostare questo problema attraverso il riconoscimento di aggregazioni di comuni che possano essere trattati unitariamente.
Territorio e territori. La restituzione delle differenze � demandata nel Piano alla possibilit� di distinguere nel territorio della provincia di Pescara, alcune ecologie: ampie porzioni di territorio nelle quali i caratteri fisici e materiali possono essere posti in relazione con un insieme vasto di pratiche che riguardano l'abitare, il produrre, il muoversi e lo svago. Le ecologie sono esito di differenti modi di abitare il territorio e nel contempo offrono possibilit� diversificate alle societ� locali: segnano condizioni specifiche che il piano non pu� ignorare. Non determinano in modo meccanicistico differenze, ma possono segnare differenti condizioni per i percorsi di sviluppo locale.
L'operazione di riconoscimento delle ecologie diviene quindi operazione di riconoscimento di problemi e di risorse che sono localizzate specificamente; le soluzioni a questi problemi rimandano in senso pregnante ai contesti (territoriali, sociali ed economici) entro i quali i problemi sono situati. Il piano ha assunto questo punto di osservazione per interpretare il territorio della provincia di Pescara e costruire una politica insediativa che abbia i suoi capisaldi nel dimensionamento e nella localizzazione delle attrezzature, evidenziando un uso descrittivo e nel contempo progettuale della nozione di ecologia.
L'articolazione del territorio provinciale in differenti ecologie � un esito (continuamente ridiscusso entro il progetto di costruzione del piano), di una conoscenza sintetica del territorio, non di percorsi analitici, n�, tanto meno, di un solo percorso descrittivo. Le ecologie non nascono dall'osservazione delle trame insediative, n� delle morfologie economiche e sociali, n� dalle partizioni fisico-morfologiche del territorio, anche se tutte queste cose hanno ovviamente profondamente a che fare con esse. Se osserviamo separatamente forme insediative, spostamenti legati all'abitazione e al lavoro, caratteri dell'economia, ritmi di crescita della popolazione, distribuzione dei servizi e delle attrezzature, probabilmente riusciamo a costruire, per ogni strato della nostra osservazione, una partizione del territorio nella quale alcuni luoghi hanno maggiore importanza di altri. Cos� facendo, ogni volta ridisegnamo confini leggermente variati ad ogni singola ecologia. Non si tratta di costruire coincidenze, come vorrebbe una prospettiva funzionalista, ma piuttosto assumere gli scarti come indizio di problemi che quella singola ecologia pone all'interpretazione e al progetto. In alcuni casi si tratta di problemi non circoscrivibili al territorio della Provincia. Tali sono i problemi che sollevano l'ecologia costiera e quelle montane.
Le ecologie che il piano riconosce nella provincia di Pescara sono sei e riguardano l'area costiera; l'area vestina; l'area del crinale interno; le due aree montane del Gran Sasso e della Majella e l'area detta Tremonti.
L'ecologia della costa � segnata dalla conurbazione che si sviluppa lungo la fascia costiera, esito di uno dei pi� intensi processi di urbanizzazione della regione. Di essa fanno parte, nella provincia di Pescara, i comuni di Pescara, Montesilvano, Citt� S. Angelo, Cappelle sul Tavo, Spoltore. Il trattamento dei problemi che l'ecologia della costa pone, non pu� prescindere dalle relazioni che essa intrattiene con il polo di Chieti, da un lato e con i comuni di costa della provincia teramana dall'altro.
La costruzione della "citt� adriatica" ha avuto ritmi e tempi diversi; la sua storia � stata molto indagata ed �, per alcuni aspetti, pi� chiara di quella di altre parti del territorio della Provincia, seppure oggi si trovi in una fase delicata di transizione. Qui la crescita residenziale � stata per lungo tempo, fino almeno tutti gli anni sessanta, <<l'unico vero giacimento di imprenditorialit� dell'Abruzzo>>. Poi le cose si sono complicate e gi� nel decennio successivo si � assistito ad un intreccio pi� difficile da decifrare, tra crescita industriale, deindustrializzazione e presenza sempre pi� disordinata del settore commerciale. Per lungo tempo la conurbazione pescarese ha presentato, un'area di eccezionale vitalit�. Solo recentemente la perdita di popolazione dei centri principali, le trasformazioni fisiche legate al tessuto produttivo, la crisi del piccolo commercio sembrano dare luogo a nuovi scenari nei quali le reciproche interferenze generate dalle troppe cose che insistono in questa parte di territorio (case, grandi attrezzature, luoghi dello svago, infrastrutture, industrie) rendono evidente una situazione di difficolt�.
Le indagini condotte per il Progetto per le politiche di sviluppo locale hanno cercato di delineare con qualche maggiore precisione queste difficolt�, in buona misura legate alla crisi del commercio tradizionale, di cui � segno lo svuotamento del tessuto edilizio cittadino, soprattutto a Pescara. Una crisi, quest'ultima, che ha molte ragioni, e tra queste, l'incapacit� di far fronte alla nuova presenza della grande distribuzione anche attraverso pi� efficaci politiche di coordinamento. Al commercio e pi� in generale al settore dei servizi � legato il profilo dell'ecologia costiera. Si tratta principalmente di servizi alla persona, compreso l'ampio e poco qualificato settore del turismo. Come diversi studi hanno messo in evidenza (ad esempio, Lefebvre 1997), essa si connota in generale per la diffusione di servizi comuni e la localizzazione, solo nei centri di Pescara e Chieti, di servizi di tipo strategico, cos� che solo in questa parte dell'ecologia costiera si pu� riconoscere un <<polo di specializzazione relativa>>, che sta mutando da centro rivolto essenzialmente alla fornitura di beni e servizi per la popolazione, ad area funzionalmente pi� complessa. Nelle altre parti dell'ecologia costiera la crisi dell'industria si intreccia con episodi innovativi legati principalmente alla piccola impresa, entro una situazione non univoca di crisi-sviluppo.
Il tema che l'ecologia costiera pone al piano � quello di una citt� che si caratterizza ancora oggi pi� per le condizioni di un fitto connettivo residenziale che per la presenza di specializzazioni e complementarit� funzionali. Il dimensionamento residenziale deve tenere in particolare conto la rilevanza e il disordine di questo connettivo residenziale, premiando riqualificazioni e scoraggiando nuove espansioni; leggendo le nuove direttrici dello sviluppo residenziale (ad esempio la direttrice Cappelle - Spoltore - S.Teresa - S.Giovanni Teatino in territorio di Chieti: una "citt� dietro", che si sta sviluppando lungo le fasce collinari investite da fenomeni di rilocalizzazione residenziale, connotata da residenza di qualit�, importanti infrastrutture per il tempo libero -ippodromo-, episodi di localizzazione della grande distribuzione); i nuovi punti di forza (ad esempio quelli a nord della conurbazione costiera, tra Marina di Citt� S. Angelo e Montesilvano dove i processi di trasformazione oggi presentano i segni ambigui di una modernizzazione portata avanti attraverso logiche tradizionali di promozione immobiliare); quelli di debolezza (ad esempio nella testata urbana della vallata del Pescara, dove una riqualificazione necessaria di quartieri urbani -Rancitelli- potr� realizzarsi anche attraverso le indicazioni dello Schema direttore del fiume) e il significato che l'intera citt� costiera assume oggi entro un territorio pi� vasto.
E' solo tenendo conto delle specificit� di ciascuna di queste parti della citt� costiera che potranno chiarirsi, entro la pianificazione locale, le quote del dimensionamento residenziale. Il PTP indica come obiettivi generali il contenimento della produzione edilizia e la sua riqualificazione, nella consapevolezza che un tale orientamento possa scontrarsi con una visione semplicistica dello sviluppo, ancora sostanzialmente legata agli andamenti del settore edilizio, ma che esso costituisce oggi l'unica opportunit� per organizzare una diversa qualit� abitativa per l'intera area costiera.
Qui si tocca un altro punto rilevante che l'ecologia della costa mette in evidenza. Una delle maggiori difficolt� sollevate dagli stessi interlocutori ascoltati nella formulazione del Piano, concerne il fatto che le politiche insediative delle singole amministrazioni locali sono formulate e attuate in totale autonomia. Un territorio costruito e abitato in modo fortemente integrato � governato per singole parti. Il problema sarebbe in altri termini, quello di garantire un maggiore coordinamento delle politiche locali, teso specificamente a garantire il mantenimento e la riqualificazione degli spazi aperti che rimangono tra la fitta trama dell'edificato. La raccomandazione posta dal PTP alla pianificazione locale � che la crescita edilizia sia orientata alla ricucitura delle frange, evitando una densificazione delle poche aree ancora non edificate entro il tessuto urbano. La cura delle aree non edificate della conurbazione costiera deve divenire, come specificher� anche lo schema direttore dell'area costiera, uno dei criteri importanti nella ridefinizione delle politiche locali. Ci� porter� in ogni caso a privilegiare politiche di riqualificazione, sia nei contesti urbani pi� densamente costruiti, sia nei contesti di frangia.
Per la localizzazione delle aree produttive e delle attrezzature, sar� utile creare le condizioni pi� favorevoli alla localizzazione nelle aree di piccola impresa di attivit� di informazione e servizio, per incentivare tecniche produttive e innovazioni di mercato, articolando il paesaggio produttivo attuale. I criteri definiti dal piano rispecchiano la necessit� di fornire opportunit� localizzative diversificate (in aree produttive riqualificate se dismesse o sottoutilizzate, in nuove aree produttive, in aree urbane nell'ambito di programmi integrati per attivit� produttive e residenza.) capaci di incrociare nel maggior numero possibile le esigenze espresse. Complessivamente l'indicazione formulata dal PTP per le aree industriali � analoga a quella che concerne il dimensionamento residenziale: si tratta di precisare i modi per razionalizzare gli insediamenti esistenti, prima ancora di ridefinire nuove aree che non potranno che essere offerte in misura molto contenuta e in condizioni compatibili alle indicazioni del sistema ambientale. Per questo il piano raccomanda alla pianificazione locale una attenta riconsiderazione del grado di utilizzo delle attuali aree di insediamento produttivo destinate dai piani locali e principalmente dal consorzio ASI. La messa in gioco del patrimonio fondiario del consorzio rappresenta uno dei problemi principali dell'ecologia costiera (e non solo di questa), forse anche una delle principali opportunit� per adeguarsi alle esigenze dell'economia locale. Un problema che non pu� essere affrontato in modi riduttivi. Il Progetto per le politiche di sviluppo locale, ha proposto a questo scopo la possibilit� di costruire un Atlante Economico-Territoriale che consenta alle aziende di accedere ad una pluralit� di informazioni sulle aree possibili per l'investimento: uno strumento che potrebbe essere sperimentato per le aree nelle quali opera il consorzio Asi, tra l'ecologia costiera, la Val Pescara e la Valle del Tavo.
La localizzazione di grandi attrezzature che il QRR destina ai sistemi urbani maggiori e quindi anche, a quest'area, dovr� tenere conto dei punti problematici della conurbazione costiera e delle dinamiche messe in moto dalla sua continuit� con quella nord-abruzzese e marchigiana.
L'ecologia vestina coincide con le aree collinari nelle quali l'attivit� edilizia � stata, negli ultimi decenni, assai intensa. Ne fanno parte i comuni di Penne, Loreto, Elice, Picciano, Collecorvino, Moscufo.
Gi� nel Preliminare del 1987, si osservava come in questa parte del territorio l'attivit� edilizia avesse dato luogo alla costruzione di piccole case unifamiliari o bifamiliari che il pi� delle volte � avvenuta, per evidenti ragioni, ai margini della rete stradale esistente. Questo fenomeno, forse oggi pi� evidente, � da riferirsi, anche se non in modo deterministico, a modifiche nella struttura occupazionale delle stesse zone e ad un generale innalzamento dei redditi familiari che si � risolto in un pi� elevato saggio di risparmio e di investimento nell'edilizia secondo processi e comportamenti noti. Cos� che il patrimonio edilizio di gran parte di quest'area, si connota per essere costituito da abitazioni grandi, in propriet� e sparse. Qui come altrove, la <<citt� dispersa>> � costruita negli anni recenti, anche se le tavole comparate della morfologia insediativa nel lungo periodo (dalla fine del secolo) mostrano la ricchezza dello sfondo sul quale essa si � impiantata.
La tenuta delle attivit� agricole, anche grazie al diffondersi di part-time assieme alla diversificazione occupazionale entro la stessa famiglia, sono condizioni non disgiunte dallo sviluppo piccola industria. La morfologia sociale mette in evidenza, come elementi distintivi la presenza di nuclei familiari numerosi, un livello minimo di disoccupazione, la percentuale superiore alla media (seppure lievemente) del tasso di attivit�, della quota di attivi in agricoltura e nell'industria. Il modello � quello tipico da Terza Italia nella sua declinazione adriatica che vede un'intensa localizzazione di piccole imprese nei fondovalle e nei comuni costieri posti alle foci fluviali. Cos� come � possibile osservare nella valle del Tavo Saline.
Questa parte di territorio che ha a lungo risparmiato infrastrutture costose, le strade principalmente, presenta oggi alcuni caratteri problematici che possono essere riassunti nella richiesta di servizi collocati adeguatamente; di una solida dotazione di infrastrutture; di una politica rispettosa dei caratteri del paesaggio agrario.
I criteri di dimensionamento residenziale che il piano propone non possono essere scissi da un'interpretazione dei caratteri di questo territorio, delle regole che lo costituiscono, dei problemi e delle domande che esso pone in termini di nuovi servizi, di una pi� adeguata maglia stradale e di azioni di mantenimento del paesaggio agrario. Le dinamiche demografiche in crescita contenuta, suggeriscono una politica insediativa anch'essa di crescita controllata e, nel contempo, di pi� efficace uso del patrimonio costruito in questi anni. Il PTP indica come obiettivi generali delle politiche insediative la riqualificazione del patrimonio storico dei centri antichi collinari di pregio e del sistema delle loro prime espansioni; la riorganizzazione dei sistemi degli insediamenti lineari residenziali e produttivi lungo le strade, in modo da renderli pi� espliciti; il contenimento dell'edilizia sparsa. scoraggiando l'ulteriore espandersi dell'insediamento entro un paesaggio agrario fortemente segnato dalla coltivazione dell'ulivo.
Per ci� che concerne le aree produttive, si dovr� tenere conto del saturamento dell'area industriale di Penne e dei ritardi che l'area produttiva di Loreto mostra in rapporto ad un suo pieno utilizzo, nonostante si trovi a ridosso di un nodo infrastrutturale (Passocordone) che ne agevola le relazioni con la costa e con il chietino. Le politiche locali dovranno cercare di consolidare la situazione di questa area.
Da Remartello a Moscufo, lungo la vallata, numerose aree occupate da insediamenti produttivi si localizzano lungo la fondovalle, non direttamente a ridosso dell'asse principale, anche in rispetto delle richieste formulate dalla Provincia ai piani locali, le quali prescrivono una fascia di rispetto di 50 metri. Le nuove localizzazioni industriali potranno mantenere questa regola, ispessendo un sistema, gi� definito lungo questa parte di territorio nella quale si trova anche una delle due aree riservate alla protezione civile. Esse dovranno tenere conto delle prescrizioni inserite nel sistema ambientale e, in particolare, di quelle relative alla salvaguardia delle aree di produzione agricola.
Infine, particolare cura dovr� essere portata alla situazione del Tavo-Saline che si snoda tra l'ecologia vestina e quella di costa. Si tratta di una situazione di grande interesse economico per la quale il Progetto per le politiche di sviluppo locale raccomanda un'azione articolata di rafforzamento, portata avanti principalmente lungo due direzioni: attraverso l'agevolazione di servizi avanzati all'innovazione e all'internazionalizzazione da un lato e attraverso il consolidamento degli interventi infrastrutturali di connessione coi comuni costieri dall'altro. Per coordinare le politiche rivolte specificamente a questa parte del territorio il Progetto avanza l'ipotesi di una Agenzia di Sviluppo Tavo-Saline, una societ� mista, analoga a quelle che da alcuni anni sono state istituite in altre parti del paese, con il compito di integrare politiche di riqualificazione e riuso di aree per insediamenti produttivi con politiche di incentivazione della cooperazione tra imprese.
Fanno parte di questa ecologia i comuni di Pianella, Cepagatti, Rosciano, Nocciano, Catignano, Civitaquana, Cugnoli, Alanno e Scafa.
Entro un'ampia parte di questo territorio si delinea il profilo di un'area di specializzazione produttiva nel settore dell'abbigliamento. Questo forse � il carattere che con pi� evidenza definisce l'ecologia del crinale centrale. La recente letteratura economica (G.Mauro, 1997) riconosce nei comuni della riva nord del fiume Pescara i caratteri propri dei processi di diffusione di impresa originati da fenomeni di ristrutturazione produttiva che hanno investito imprese di grandi dimensioni, le quali hanno o ridotto i livelli occupazionali o sono fallite. Le storie delle piccole industrie cos� generate sono simili a quelle che hanno investito in momenti precedenti altre parti del paese: la diffusione nel territorio delle attivit� � avvenuto grazie alla presenza di manodopera specializzata e disposta ad intraprendere nuove attivit�, avvalendosi anche della possibilit� di accedere ad impianti a costi contenuti, in grado di permettere la produzione, a prezzi inferiori, di beni simili a quelli gi� prodotti nei vecchi impianti chiusi o ristrutturati. Si tratta quindi di processi di decentramento produttivo dipendente che ha dato luogo a imprese terziste del settore tessile e dell'abbigliamento, le quali lavorano in prevalenza per fabbriche del nord, offrendo un prodotto � di qualit� medio-alta.
Condizione ed esito del radicalizzarsi di questo processo � la presenza di un continuum sociale e culturale che connota qui come altrove l'economia diffusa. Sotto il profilo sociodemografico, questa ecologia presenta sia i connotati tipici della Terza Italia (ad esempio nei comuni di Pianella, Nocciano e Rosciano); sia i connotati delle situazioni di fondovalle (ad esempio Cepagatti) con una presenza maggiore di attivi nell'industria e una popolazione in crescita, secondo un modello di sviluppo urbano/periferico; sia infine, i connotati di aree "quasi montane", in equilibrio precario tra crescita e marginalit� (ad esempio nei comuni di Alanno, Cugnoli, Civitaquana, Catignano) con popolazione un po' pi� anziana, nuclei familiari un po' pi� piccoli, tasso di attivit� non particolarmente elevato e una percentuale sopra la media di attivi in agricoltura. Questi ultimi comuni si distinguono anche per una diversa configurazione del patrimonio abitativo, con case pi� vecchie, meno dotate di servizi, con maggiore quota di inoccupato, rispetto ai comuni di valle caratterizzati dalla presenza di case pi� grandi, pi� intensamente sfruttate, in propriet� e in maggior numero sparse a segnare un'attivit� edilizia consistente, fatta di singoli oggetti spesso appoggiati sulla rete infrastrutturale.
Lo studio della morfologia sociale e quello del patrimonio abitativo, pur ridisegnando confini diversi dell'area di crinale centrale, ne ripropongono una medesima articolazione secondo una linea longitudinale che separa il versante montano da quello di valle. Ci� non pu� non riflettersi nelle politiche insediative proposte dal Piano.
I criteri di dimensionamento si ridefiniscono, come nell'area vestina, principalmente attorno ai problemi che questa economia locale pone e che, per la parte nord-orientale dell'ecologia, possono essere riletti nell'uso intenso e precario del fattore lavoro, come nell'incapacit� di creare una rete di servizi sociali distrettuali. In questi contesti � generalmente scarso il miglioramento dell'ambiente sociale industrializzato e di ci� qualsiasi politica insediativa deve tener conto. Qui forse pi� che altrove, le politiche, necessitano di superare aspetti settoriali, connotandosi come indirizzi integrati il cui oggetto � lo sviluppo economico non disgiuntamente all'ambiente, alla residenza, al turismo, allo spazio rurale e all'industria alimentare. I limiti di dimensionamento posti dal PTP alla pianificazione locale, devono essere calibrati su questo sfondo.
E' particolarmente importante, in quest'area, rispondere alle domande di aree per l'industria che vengono incessantemente poste. Obiettivo che si d� anche la pianificazione locale, prevedendo numerose (piccole) aree per attivit� produttive e commerciali. Ci� particolarmente a Cepagatti Rosciano e Pianella. Il PTP prescrive che questa risposta sia accuratamente valutata in rapporto alla normativa ambientale e ad uno studio sull'utilizzo delle aree gi� disponibili. Utilizzo che pare, in questa parte del territorio, soddisfacente, come mostra il fatto che dell'area industriale dell'Asi, ad Alanno, praticamente satura, � previsto il raddoppio. Entro questa valutazione si dovr� tenere conto dei maggiori progetti in questo settore. Tra questi, quello della Provincia che, nell'ambito della definizione dell'area di crisi (d.l. 148/93, legge n.236/93) ha intenzione di acquisire aree produttive da infrastrutturare e mettere sul mercato a prezzi agevolati.
Il PTP propone la definizione di un'area produttiva ai confini di Castiglione e Nocciano per ricucire in modo unitario un sistema di piccole unit� produttive (vive ancora?).
Si tratta di una zona di antica industrializzazione, in posizione strategica per la vicinanza alle aree interne della regione (la piana di Sulmona e il comprensorio aquilano), da un lato, e la vallata del Pescara dall'altro. Fanno parte di questa ecologia i comuni di Torre de' Passeri, Castiglione a Casauria, Tocco da Casauria, Bussi e Popoli.
I rapporti tra i luoghi dell'industria e l'alta dotazione di infrastrutture in un territorio profondamente segnato dalle incisioni vallive definiscono un paesaggio tipico del modello di produzione fordista, di cui quest'area rappresenta l'esplicitazione pi� chiara in Abruzzo, anche per l'antica e complicata storia di industrializzazione che, dagli inizi del secolo, la riguarda e che ha informato pi� di una retorica. Il trasporto a distanza di grandi quantit� di forza motrice, i lavori di sistemazione dei bacini e dei corsi d'acqua delle valli montane, le potenzialit� dei ghiacciai sono i temi che gi� nei primi anni del secolo accompagnano l'imponente industrializzazione dell'alta valle. Temi che lasceranno poche tracce nella storia della societ� pescarese nella quale il fascino della moderna civilt� industriale risulter� a lungo mescolato con un senso di repulsione e timore: l'industrialesimo sar� solo per pochi <<forma e ragione d'essere della vita moderna>>.
Con alle spalle una lunga e importante storia, oggi questi territori affrontano fenomeni e processi di crisi industriale: si pongono i problemi tipici di riqualificazione delle aree dismesse. Con alcuni interessanti processi in atto, come dimostra la costituzione di consorzi per le imprese del settore impiantistico. L'elaborazione di un programma di sviluppo per il rilancio dell'ecologia Tremonti � tra le azioni indicate nel Progetto per le politiche di sviluppo locale, nella convinzione che le importanti risorse infrastrutturali e ambientali (in senso ampio) di questo territorio permettano di pensare ad esso ancora nei termini di uno dei poli di sviluppo della Provincia. Ci� richiede un grande sforzo da parte di tutti gli attori istituzionali e non, per la realizzazione di un percorso di valorizzazione che coordini qualificazione ambientale e insediamento industriale. Su quest'ultimo punto in particolare, il dimensionamento delle aree produttive dovr� tenere principalmente conto delle relazioni che sar� possibile costruire tra aree destinate dalla pianificazione locale ad impianti produttivi e aree del consorzio ASI. La trama di queste aree dovr� essere accuratamente vagliata in funzione dell'uso attuale di ogni singola area.
Il dimensionamento residenziale dovr� essere definito rispetto alla situazione di un patrimonio abitativo caratterizzato da case pi� piccole, vecchie (costruite prima degli anni 60) oppure recenti (dopo gli anni 80), quasi totalmente comprese nel nucleo abitato, generalmente meno dotate di servizi, ma anche meno affollate. La situazione abitativa registra valori minimi di non occupato, a segno di una certa stabilit� e, pi� che altrove, case di propriet� dello stato.
Il dimensionamento dovr� inoltre essere calibrato ulteriormente in relazione alle due realt� sociali che da sempre convivono nell'ecologia Tremonti: quella spiccatamente industriale che segna il profilo socio-demografico di centri come Bussi, analoga per molti aspetti alla realt� di alcuni comuni della valle del Pescara con popolazione con livelli di istruzione media, alta percentuale operai e attivi nell'industria con dinamiche negative della popolazione; e quella tipica da "piccolo centro" che connota gli altri comuni dell'ecologia, con una quota superiore alla media di attivi nel terziario di servizio alla popolazione (in particolare nel commercio e nei settori sanit� e istruzione) e inferiore nel settore dell'agricoltura. Elementi caratteristici sono la presenza di impiegati e dirigenti e la presenza di un livello di istruzione medio alto. La popolazione � stabile con tassi di natalit� in declino negli ultimi anni.
La presenza dei massicci del Gran Sasso e della Majella ridefiniscono, grazie ai loro differenti caratteri materiali due ecologie, per molti versi accomunabili. Della prima fanno parte i comuni di Farindola, Montebello di Bertona, Villa Celiera, Civitella, Vicoli, Carpineto, Brittoli, Pietranico, Corvara, Pescosansonesco. Della seconda i comuni di Manoppello, Serramonacesca, Turrivalignani, Lettomanoppello, Abbateggio, Roccamorice, San Valentino, Bolognano, Salle, Caramanico, Sant'Eufemia.
Nell'un caso, come nell'altro, si tratta di ampie parti di territorio che tendono ad essere utilizzate soprattutto a fini turistici e sportivi, a partire dalle ristrette zone pi� favorite per innevamento, esposizione, pendenza, bellezza naturale, tipo di panorama, particolarit� delle cose che possono essere viste e visitate entro un breve raggio di percorrenza. Il fenomeno e le sue modalit� di svolgimento non necessitano molte spiegazioni. Difficilmente appare anche arrestabile, bench� un serio bilancio di costi e benefici pertinenti i diversi destinatari, sia in grado di mostrare, come in molte parti del paese ci si sta inevitabilmente rendendo conto, che il turismo � apportatore di benefici lungo canali e verso destinatari spesso assai differenti da quelli presupposti dagli argomenti solitamente portati in suo sostegno.
Ci� che dal punto di vista della costruzione del piano territoriale e in una visione di pi� lungo periodo, appare pi� rilevante � che le modalit� di quest'uso del territorio trasgrediscono una regola insediativa storicamente assestata, formatasi in concomitanza di processi di utilizzo delle risorse, assai differenti. Essa pu� essere riconosciuta nella disposizione dei diversi centri rispetto alla morfologia del territorio, rispetto i versanti, il loro soleggiamento, la loro ricchezza o meno di acque, la disposizione dei boschi, dei pascoli, dei terreni coltivabili, i tracciati e le loro interruzioni naturali, dovute a forre, orridi, passaggi impervi. Natura, utilizzazione del suolo, tecniche agricole ed entit� della popolazione insediata hanno dato luogo alla formazione di sistemi insediativi variamente articolati al loro interno che vengono ora sottoposti a pressioni distorcenti dalle nuove utilizzazioni, dai nuovi insediamenti, dalle nuove strade.
La quota di dimensionamento deve essere precisata in rapporto alle regole insediative riconoscibili nelle diverse parti delle due ecologie montane. Essa vuole costruire un indiretto incentivo al recupero di un patrimonio esistente che oggi si presenta in gran parte come un patrimonio vecchio (antecedente il 1945), di piccole case, spesso prive di servizi (bagno e/o riscaldamento) e in larga parte non occupate o sottoutilizzate. A queste condizioni del patrimonio edilizio fa riscontro un profilo sociodemografico connotato da marginalit� (popolazione anziana, nuclei di uno o due componenti, basso livello di istruzione e tasso di attivit� decisamente inferiore alla media, connesso perlopi� ad attivit� di tipo agricolo). Solo integrazioni pensionistiche e previdenziali consentono un adeguato livello di sostentamento per larghe quote di popolazione. A fronte di questa situazione, il tema che queste ecologie pongono � quello di un recupero attento del patrimonio presente, finalizzato ad un turismo rispettoso dei luoghi e in connessione con ipotesi di sviluppo legate all'ambiente. I comuni appartenenti alle due ecologie montane dovranno prevedere nuove aree di sviluppo residenziale solo subordinatamente ad un'attenta analisi delle possibilit� di recupero dell'esistente. L'azione complessiva di rivitalizzazione potr� essere trascinata da progetti di scala territoriale, del tipo del progetto di strada dei due parchi.
Alcuni temi che attraversano le politiche del Piano richiedono di essere trattati ad un differente livello, attraverso la precisazione delle modalit� di trasformazione dei territori che investono. Queste sono state precisate entro alcuni schemi direttori i quali definiscono obiettivi e modalit� delle principali trasformazioni previste. Gli schemi direttori che il Piano riconosce sono quattro, cos� nominati: Parco attrezzato del fiume Pescara; Parco attrezzato del fiume Tavo; Strada dei due parchi; Citt� costiera. I primi due si definiscono per l'area che investono ed entro la quale organizzano interventi. Le trasformazioni che eventualmente ricadano nell'area dello schema direttore senza essere state da questi promosse devono essere compatibili con gli obiettivi dello schema e adeguatamente trattate. Gli schemi direttori della strada dei due parchi e della citt� costiera riguardano interventi puntuali e lineari collegati da unitariet� di obiettivi e direttive.
Tutti gli schemi direttori sono resi operativi attraverso un preliminare di progetto che la Provincia propone ad una conferenza di servizi, cui partecipano tutti i soggetti istituzionali e non, interessati alla realizzazione del progetto. Il ruolo dell'Amministrazione provinciale � principalmente un ruolo di promozione e regia nei confronti di progetti che essa pu� attuare insieme ad altri soggetti. Lo strumento di attuazione degli schemi direttori � perci� l'accordo di programma.
Per i due principali fiumi della Provincia, il piano propone due parchi attrezzati, da realizzarsi attraverso progetti organici che interessano in modo continuo estese parti di territorio lungo i due fiumi. Questo uso del fiume come elemento "infrastrutturante" � estraneo al modo in cui questo territorio si � costruito: raramente il fiume � stato considerato occasione di trasformazione. La stessa citt� di Pescara, per lungo tempo � stata incapace di attribuire ad esso una qualsiasi funzione che non fosse quella di "retro" per molte attivit�. In epoca pi� recente, la conformazione dell'intera area tra Pescara e Chieti mostra un'analoga incapacit� di utilizzarne la presenza e trasformarla in risorsa, non fosse altro che per mettere ordine nella competizione tra diversi usi del suolo. Ci� sta avvenendo anche alla foce del Tavo Saline. I due schemi direttori trovano le loro principali ragioni negli elementi di degrado generati dai molti processi di trasformazione del suolo a ridosso dell'alveo.
Obiettivo degli schemi direttori relativi ai due fiumi � quello di affrontare in modo unitario i problemi di sistemazione idrogeologica, di degrado (inquinamento e devastazione ambientale), di sfruttamento delle risorse e di accessibilit� e fruibilit� del fiume. Assumendo questi problemi come aspetti specifici di un'unica complessa questione territoriale, il Piano propone, attraverso l'istituzione di appositi schemi direttori per i due principali fiumi della Provincia, un loro trattamento congiunto. In via subordinata, obiettivo degli schemi direttori � quello di costruire un'immagine unitaria delle differenti situazioni che il fiume attraversa, un'immagine in grado di rendere maggiormente visibile la forma del territorio, ma anche il modo in cui esso � costruito e funziona (o non funziona): lo schema direttore propone di usare il fiume come "infrastruttura" che collega parti diverse del territorio, riconoscendone le specificit�, dando loro maggiore evidenza, costruendo le condizioni di un migliore funzionamento.
E' da molto tempo (dalle sperimentazioni piemontesi relative al Progetto Po (Ires, 1989, Gambino, 1996) che nel nostro paese si � consolidata un'attenzione specifica al ruolo non settoriale che le fasce fluviali possono assumere in relazione alle loro funzioni idrauliche, di risorsa idrica, energetica, ecologica e turistica. Gli schemi direttori dei due fiumi, si pongono entro questa tradizione di lavoro. Essi si costruiscono su due principali posizioni: la prima afferma che sia necessario restituire al fiume la fascia di territorio di sua pertinenza e che ci� pu� essere fatto non tanto vincolandola, quanto dotandola di materiali e funzioni diverse; la seconda afferma che questa operazione di restituzione e riprogettazione delle fasce fluviali, deve essere conseguita per parti. Queste due posizioni guidano alla lettura dei due schemi direttori.
Lo schema direttore del fiume Pescara ha uno spessore variabile e comprende cose differenti a seconda delle parti che attraversa. Nella parte urbana (dalla foce a Villa Raspa) lo schema direttore si confronta con temi che concernono principalmente la riqualificazione del Quartiere 3 di Pescara, uno dei settori urbani di maggiore degrado della citt�. La riqualificazione potr� organizzarsi attorno a funzioni ricreative e sportive, coerentemente al progetto gi� allo studio da parte della Provincia. Le aree verdi progettate in questa parte dello schema faranno parte di quella pi� vasta "rete del verde urbano" che articola la maglia dell'intera citt� di Pescara (sub-sistema V4 del sistema ambientale).
Da Villa Raspa a Santa Teresa il fiume segna il confine amministrativo e qualsiasi azione di riordino richiede, in questa parte forse pi� che altrove, di essere puntualizzata in un'ottica sovraprovinciale. La funzione riconosciuta alla fascia fluviale � quella di parco, in continuit� con la parte urbana; una funzione resa possibile dal fatto che la vegetazione ripariale � in discrete condizioni, seppure in una situazione di alto utilizzo dei suoli. Potranno essere inserite attrezzature per la ricerca scientifica, di valorizzazione dell'ambiente naturale, percorsi ciclopedonali, appoggiati alle risorse di carattere naturalistico, realizzando un sistema a rete, tendenzialmente continuo, che potr� avvalersi di sedi e associazioni sportive rivierasche (che potrebbero offrire, cos� come accade altrove, migliori prestazioni in cambio della concessione di aiuti e autorizzazioni per interventi migliorativi). In generale dovr� essere salvaguardata e migliorata la fruibilit� sociale della fascia fluviale, l'accessibilit� e percorribilit� delle sponde. Dovranno essere studiate a questo scopo adeguate attrezzature di appoggio di questi percorsi, rispettose delle condizioni ambientali.
Un terzo tratto fino a Chieti Scalo ha connotati molto differenti, poich� in questo tratto il fiume � parte integrante dell'area metropolitana. Qui il parco deve essere inteso come elemento capace di porre resistenza nei confronti delle importanti presenze industriali e commerciali.
Nella parte pi� a nord il fiume � riconoscibile ancora oggi il ruolo ordinatore che il fiume ha in passato svolto per l'intero territorio, vaga eco di ci� che botanici e viaggiatori del secolo scorso riuscivano a cogliere nelle <<fasce argentee della Pescara>>. Questo ruolo di costruzione del paesaggio � reso visibile principalmente dal sistema degli affluenti (Fosso Arabona, Cigno, Nora), cui si � affiancato, nel tempo, quello degli invasi artificiali (invaso di Piano d'Orta, di Alanno). Lo schema direttore propone di utilizzare il sistema degli invasi artificiali per stabilizzare la portata dell'acqua del fiume e di progettare sistemi di razionalizzazione degli usi irrigui delle acque in agricoltura.
Lungo tutto il fiume, laddove � possibile e opportuno, dovranno essere localizzati entro il progetto esecutivo dello schema direttore interventi per la riduzione dei rischi di esondazione (salvaguardando la <<libert� di divagazione>> del fiume), riducendo le interferenze con la sua dinamica evolutiva e avviando un'azione capillare di risanamento delle discariche e delle cave abbandonate.
Anche lo schema direttore del Tavo si articola in parti, le cui differenze sono forse maggiori di quelle osservabili per il Pescara. Il primo tratto si trova in un'area "fragile" per l'insieme di progetti che la riguardano. Da Congiunti alla foce, il Saline � oggetto di molte iniziative, le quali non sempre tengono conto del carattere cruciale che questo snodo assume ponendo in relazione la direttrice interna della valle del Tavo con la costa. Qui il fiume pu� divenire occasione per ricucire spazi verdi e servizi entro una politica che pu� offrire numerosi spunti per intese tra amministrazioni locali oggi impegnate ad una disordinata riqualificazione di queste aree attraverso singole grandi operazioni (palazzo dei congressi, villaggio turistico Warner, talassoterapico, ecc.). Gli interventi potranno riguardare innanzitutto la riprogettazione delle relazioni tra aree di fascia fluviale e aree verdi poste a fronte mare. Materiali di questa riprogettazione saranno i percorsi (pedonali, ciclabili, carrabili); gli spazi aperti (per lo sport, il gioco e il tempo libero); le attivit� ricreative connesse agli importanti fatti urbani l� localizzati ("grandi alberghi", palazzo congressi.). E' opportuno ribadire l'importanza che questa area mantiene tutt'oggi come snodo capace di rimodellare e ritmare la conurbazione costiera che in quanto tale va salvaguardato attraverso un'attenta progettazione dei materiali e degli spazi.
Lungo la valle del Tavo, verso l'interno rispetto alla foce, il tema posto dallo schema direttore � quello dell'industria nel verde e pi� avanti ancora, da Congiunti fino al lago di Penne, esso riflette il profondo legame che il fiume ha con il paesaggio agrario. Salvaguardare il fiume significa qui salvaguardare le risorse agricole, rispettarne e valorizzarne le forme insediative. Lo schema direttore riconosce in questa parte del territorio la priorit� degli usi agricoli nella fascia fluviale rispetto ad ipotesi d'usi extra-agricoli (insediativi o estrattivi), valutando la possibilit� di una loro articolazione specifica per le aree <<di divagazione>> del fiume, e controllando e riducendo l'inquinamento indotto da alcune colture. Possono essere sperimentate attivit� di innovazione e sperimentazione tecnologica da condurre in appositi siti ai fini della qualificazione delle attivit� agricole e dei loro rapporti con l'ambiente. Gli impianti per usi irrigui delle acque dovranno inoltre essere ridefiniti ed eventualmente razionalizzati e le cave abbandonate potranno essere riqualificate in funzione della creazione di zone di interesse naturalistico.
Nell'ultimo tratto, a partire dal lago di Penne, il fiume che scorre in un ambiente naturale protetto, non necessita particolari cure, se non un'attenta manutenzione, orientata a salvaguardare la struttura percettiva del paesaggio fluviale, migliorandone la leggibilit�, la variet� e la continuit� d'immagine. Anche in questo caso, lungo tutto lo schema direttore dovranno essere progettate nei punti opportuni le opere atte ad evitare rischi di esondazione e assicurare il mantenimento della portata e delle condizioni naturali del fiume.
Lo schema direttore della strada dei due parchi ripropone il tema della fruizione di un ambiente di pregio naturalistico e storico, resa possibile dalla realizzazione di un unico percorso che pone in relazione gli ambiti montani della Provincia. Il percorso sar� realizzato ricalcando tracciati esistenti, organizzandoli e rendendoli riconoscibili attraverso un'attenta progettazione delle opere: scarpate, muri di contenimento, cunette, sovrappassi, slarghi per la sosta, alberatura, segnaletica specifica.
Il percorso dovrebbe configurarsi come un segmento di un pi� vasto itinerario che si prolunga naturalmente verso l'interno, e in particolare, verso il Parco Nazionale dell'Abruzzo; un itinerario che cerchi di contrastare i fenomeni locali di abbandono e marginalit� di questa parte del territorio attraverso la presenza di un turismo qualificato. Si tratta quindi della "spina" di un itinerario "aperto", percorribile in pi� modi, capace di invitare il visitatore alla permanenza e alla sosta, alla fruizione di paesaggi differenti. A sua volta dovrebbe gerarchizzare la rete dei tracciati esistenti e ad essa connessi, di quelli carrabili, pedonali ed equestri.
Alcune obiezioni sono state sollevate a proposito del Progetto della strada dei due parchi contenuto nei documenti precedenti di questo Piano. Esse vertevano principalmente sulla opportunit� di congiungere le aree montane del Gran Sasso e della Majella. Queste obiezioni non tengono conto di due aspetti. Da un lato solo un programma unitario potr� promuovere, con possibilit� di riuscita, un'offerta turistica di localit� le quali, prese singolarmente, difficilmente possono esercitare un'attrattiva tale da mutare significativamente il quadro attuale. Dall'altro, la finalit� che lo schema direttore si propone non � quella di costituire un itinerario di frequentazione interno ad una cultura e ad un paesaggio omogenei, quanto di esplorare in continuit� una successione di situazioni differenti, prima tra le altre la storica divisione posta in corrispondenza dell'abbazia monumentale di San Clemente a Casauria tra i due contesti naturali del Gran Sasso e della Majella.
A questo sito, di grande valore storico e artistico il piano attribuisce una centralit� culturale che dovr� essere resa. L� lo schema direttore trova il suo centro, riscoprendo il ruolo che S. Clemente ha avuto in passato, ben documentato da un insieme straordinario di fonti narrative, iconografiche, diplomatiche che ne riconoscono il carattere di snodo, entro un sistema organizzativo complesso, quale era quello delle infrastrutture monastiche cistercensi e benedettine (abbazie di Carpineto della Nora e Civitella Casanova da un lato, S. Maria Arabona e S. Liberatore a Majella, dall'altro). Al di l� delle specifiche regole monastiche, S. Clemente � stata capace di porsi come fatto territoriale di grande impatto, con risvolti non solo materiali e istituzionali, ma anche fortemente simbolici, come rende esplicito il mito fondatore di questa abbazia, il cui senso ultimo � quello di una <<laudatio temporis acti>> che � nel contempo rappresentazione di buon governo, programma politico ed esplicazione liturgica. Il carattere artistico, storico e simbolico di questo luogo deve essere ritrovato da un'attenta progettazione del sito che integri, nel modo pi� rispettoso del luogo, attrezzature culturali atte a rispondere alle esigenze di un turismo colto.
Lo schema direttore della costa trova le sue ragioni nella necessit� di intervenire con lo strumento del progetto per rafforzare la riconoscibilit� strutturale della conurbazione costiera. Le diverse letture che di Pescara e di Montesilvano (come di numerosi altri centri adriatici) sono state formulate, hanno sempre evidenziato da un lato la forza di processi di omologazione dello spazio, capaci di far evaporare qualsiasi specificit�, dall'altro il carattere incompiuto delle trasformazioni, specialmente di quelle progettate. Queste letture tendono a ribadire le difficolt� nel cogliere discontinuit� nei tempi e nei modi della costruzione della citt� adriatica. Esse riflettono condizioni reali e ben riconoscibili, cionondimeno, riducono forse eccessivamente la complessit� delle trasformazioni ad una difficolt� generale. La citt� di Pescara, come altre citt� adriatiche, mostra ancora i segni di una strutturazione che � stata forte in passato, che � oggi riconoscibile e che forse pu� essere utile rileggere e riproporre. Entro il Piano territoriale lo schema direttore della costa � usato con una intenzionalit� strutturale. Per questo si � ritenuto non sufficiente demandare il trattamento della conurbazione costiera all'individuazione di una specifica ecologia, con i suoi criteri di dimensionamento, n� alle norme che regolano le "reti del verde urbano", ma definire per essa le coordinate generali di un progetto.
Il tema che lo schema direttore pone � quello della la riqualificazione della citt� a partire dall'organizzazione degli spazi non edificati. La tessitura di questi spazi, la loro grana e le loro sequenze devono dare riconoscibilit� ai diversi materiali di cui la citt� � fatta e ai differenti ritmi con i quali essi vengono utilizzati. Devono, in altri termini, renderne esplicita la struttura che � riconoscibile come sequenza di fasce che si dispiegano nella direzione della costa, ritmate da alcune interruzioni perpendicolari: La prima fascia, la pi� porosa, comprende quei disseminati materiali che costruiscono l'affaccio della citt� al mare che stagionalmente rivendica una propria legittimit� figurativa. Di questa prima fascia fanno parte ci� che resta della citt� di villini, le palazzine e i condomini lungo il mare; la seconda, pi� dura, � fatta di isolati compatti, di edilizia pesante, ma ancora organizzata secondo una geometria riconoscibile; la fascia centrale � segnata dalla presenza del commercio e dalla linea della ferrovia e dietro questa, l'edilizia disordinata pi� recente, fino alle nuove espansioni di frangia.
Ci� su cui questa trama potr� ridefinirsi � essenzialmente il peso conferito all'asse principale come asse del trasporto pubblico e luogo della centralit�. Quest'ultima categoria ha un significato particolare a Pescara dove, da molto tempo e con grande insistenza si rileva la mancanza di un centro. La citt� era pensata negli anni trenta come <<infinitamente plasmabile>> proprio perch� priva di un nucleo centrale. Da allora gli argomenti sono mutati, ma non di molto. L'ex tracciato ferroviario, gli snodi con gli attraversamenti verdi e poi con il fiume, il polo in via di formazione tra l'Universit� e il nuovo tribunale, l'area di Porta Nuova, definiscono una prima traccia sulla quale lavorare per reinventare la nozione di centralit�.